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Il boss di Castelvetrano era latitante da 30 anni. È stato catturato dal Ros dei carabinieri in una struttura sanitaria in cui era andato per curare un cancro. Il presidente Meloni: “Il governo assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua”.

Il video della cattura:

“Siamo orgogliosi del lavoro fatto questa mattina che conclude una attività lunga e complicatissima, perché abbiamo catturato l’ultimo stragista che ha partecipato alla stagione stragista del 1992/1993. Era un debito con le vittime di quegli anni e questo debito è stato parzialmente saldato. Ovviamente la mafia non è sconfitta ma il fatto che la gente ha fatto gesti di giubilo applaudendo e abbracciando i carabinieri ci lascia ben sperare. Un gesto importante per una città come Palermo”.

Non si lascia trasportare dai facili entusiasmi il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, ma oggi è certamente una data storica per Palermo, e per l’intera nazione. Al pari del 15 gennaio 1993 (arresto di Toto’ Riina) e dell’11 aprile 2006 (arresto di Bernardo Provenzano).

Questa mattina infatti, con un blitz coordinato al millesimo di secondo, Matteo Messina Denaro, “U siccu”, 60 anni, latitante dal 1993, da trent’anni, figlioccio prediletto del corleonese Toto’ Riina, è stato arrestato dai carabinieri in una clinica di Palermo, La Maddalena, dove doveva sottoporsi a una seduta di chemioterapia.

Il boss utilizzava i documenti di identità di Andrea Bonafede, un uomo di Campobello di Mazara. Preso insieme a un commerciante d’olive incensurato, Giovanni Luppino. Questa identità era stata utilizzata anche in precedenza dal boss per sottoporsi a due interventi chirurgici, uno durante la pandemia e l’ultimo nel maggio scorso.

Secondo quanto accertato dalle indagini – incrociando i vari data base del servizio sanitario nazionale e del ministero dell’economia – al momento degli interventi Andrea Bonafede non era sotto i ferri. Da questo elemento si sono sviluppate le indagini – “senza dichiarazioni di collaboratori di giustizia ne soffiate anonime ma incrociando tutte le informazioni – giungendo al “forte sospetto che forse si era arrivati a Lui”, hanno spiegato in conferenza stampa.

E oggi – tra la visita della premier Giorgia Meloni, del sottosegretario Alfredo Mantovano e del comandante generale dell’Arma, Teo Luzi – nei corridoi al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo, c’era una aria “frizzante” e di entusiasmo, seppur contenuto.

Anche la memoria storica della procura, l’aggiunto Paolo Guido, resti’o ai flash e poco propenso alle dichiarazioni ma che dal 2007 segue le indagini sulla ricerca del latitante, ex, numero 1 d’Italia, regala morigerati sorrisi e qualche abbraccio.
Dice: “In questi giorni ho dormito pochissimo, stanotte praticamente niente. La certezza che era lui – ha aggiunto – l’abbiamo avuta solo stamattina”.

Matteo Messina Denaro non ha opposto alcuna resistenza: ha solo detto al militare “Sono Matteo Messina Denaro”.

D’altronde il dispositivo predisposto nell’ultimo briefing di ieri notte era su tre livelli: la territoriale a cinturare la parte esterna della struttura sanitaria, il personale del Ros in nella zona intermedia e in prima linea assieme a quello del Gis che sono entrati per individuare e bloccare Messina Denaro.

“Rivolgo un riconoscimento e affetto verso l’arma dei carabinieri, verso il Ros e verso tutti coloro i quali – ha detto il capo dei pm palermitani, De Lucia – sono intervenuti per il modo con cui e’ stato condotto il lavoro finale coordinati dall’aggiunto Paolo Guido. I militati sono intervenuti con le divise per dare un senso di sicurezza alle tante persone presenti e di presenza dello Stato Catturando un latitante pericolosissimo e senza neanche l’utilizzo delle manette”

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Oggi De Lucia e l’aggiunto Paolo Guido, prima della conferenza stampa, hanno raggiunto la struttura di Boccadifalco (Palermo) dove l’ex super latitante è stato trasferito per tutte le formalità di rito. “Nessun approccio particolare. Nei prossimi giorni si vedrà. Abbiamo – ha proseguito De Lucia – proposto, fin da subito, il regime speciale del 41 bis per il boss Matteo Messina Denaro. Non posso invece rivelare in quale casa circondariale sarà detenuto”.

Secondo l’aggiunto Paolo Guido, il boss, affetto dal morbo di Chron e da una patologia tumorale, le condizioni di salute “sono tutto sommato buone, in linea con chi frequenta una struttura come quella in cui lo abbiamo arrestato. E le sue condizioni ritengo che siano compatibili con il regime carcerario”.

arrestato matteo messina denaro

Da subito si apre un nuovo capitolo: sono state fatte perquisizioni al mezzo con cui il boss ha raggiunto la clinica assieme ad un altra persona, Giovanni Luppino, arrestato per favoreggiamento ma che risulta “un perfetto sconosciuto e non per l’omonimia con un altro soggetto noto invece alle cronache Matteo Messina Denaro – ha spiegato De Lucia – non parla, indicazioni non ne ha dato e fino a stamattina non sapevamo neanche che faccia avesse. L’obiettivo primario era per noi la cattura“.

“Questo è un risultato storico, frutto del lavoro corale del sacrifico di tanti carabinieri e alle attività che sono andate avanti in maniera progressiva, incessante e continua“, ha detto il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei carabinieri.

“Dopo un percorso investigativo che è durato molti anni – ha aggiunto – nell’ultimo periodo abbiamo acquisito elementi di indagine che ci hanno portato a concentrare la nostra attenzione sull’aspetto dello stato di salute del latitante, e su quale struttura stesse frequentando per curare la sua malattia”.

“Non abbiamo trovato un uomo distrutto, in apparente buona salute, ben curato. In linea con un uomo di 60 anni di buone condizioni economiche”, ha spiegato il procuratore aggiunto Paolo Guido, talmente buone da indossare beni di lusso, a partire da un orologio da 35 mila euro.

E ora non e’ finita. “Non ci fermeremo”, ha assicurato De Lucia. Le indagini proseguono sulle “attuali protezioni” di un uomo che ha goduto del sostegno di “fette della borghesia” e del potere. Se dovvesse decidere di parlare avrebbe sicuramente molto di dire. E il 19 gennaio, nell’aula bunker di Caltanissetta, primo appuntamento processuale per l’imputato nel processo d’appello in quanto ritenuto uno dei mandanti delle stragi del 1992.


Matteo Messina Denaro, noto anche con i soprannomi U siccu e Diabolik (Castelvetrano, 26 aprile 1962), è un mafioso italiano, legato a Cosa nostra.

Capo indiscusso del mandamento di Castelvetrano e della mafia nella provincia di Trapani, è stato uno dei boss più potenti di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere anche oltre i confini della propria provincia, come in quelle di Agrigento e, addirittura, di Palermo.

Arrestato il 16 gennaio 2023, dal 1993 era nella lista dei latitanti più pericolosi ricercati al mondo.

Biografia

Matteo Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Insieme al padre, Messina Denaro svolgeva l’attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D’Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani, all’epoca il più importante istituto bancario privato siciliano, e delle saline di Trapani. Il suo padrino di cresima è Antonino Marotta, “uomo d’onore” ed ex affiliato alla banda di Salvatore Giuliano, coinvolto anche nella misteriosa morte del bandito.

L’ascesa mafiosa

Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa perché ritenuto coinvolto nella sanguinosa faida tra i clan Accardo e Ingoglia di Partanna. Nel 1991 si rese inoltre responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l’amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi». Matteo Messina Denaro ricopre di fatto il ruolo di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, alleato dei corleonesi già dalla guerra di mafia dei primi anni ’80. Infatti, negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un’ampia delega di rappresentanza del mandamento» (il padre era infatti latitante dal 1990).

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Nel 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo (14 settembre 1992).

Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano; Messina Denaro mise infatti a disposizione un suo uomo, Antonio Scarano (spacciatore di droga di origini calabresi residente a Roma), per fornire supporto logistico al gruppo di fuoco palermitano che compì gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico. Organizzò poi l’attentato ai danni di Totuccio Contorno, coadiuvato da Leoluca Bagarella.

Nell’estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e da allora si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza. Da allora, nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. Fu però con l’operazione Petrov del marzo 1994, scaturita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Scavuzzo, che emerse il suo ruolo all’interno di Cosa nostra trapanese e, ancora di più, con l’operazione “Omega”, portata a termine dai carabinieri nel gennaio 1996 con ottanta ordinanze di custodia cautelare sulla base della accuse dei collaboratori di giustizia Antonio Patti, Salvatore Giacalone, Vincenzo Sinacori e Giuseppe Ferro, i quali ricostruirono più di vent’anni di omicidi avvenuti nel trapanese: nel 2000, alla conclusione del maxi-processo “Omega” che scaturì dall’operazione e che si svolse presso l’aula-bunker del carcere di Trapani, Messina Denaro venne condannato in contumacia alla pena dell’ergastolo.

Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell’acido. Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentito Totuccio Contorno, insieme a Giovanni Brusca; tuttavia, l’esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formello, dove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino, insospettito da alcuni movimenti strani.

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante della provincia di Trapani in Cosa nostra.

Le indagini sulla latitanza

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer di Barcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto a una forma di strabismo.

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il falso nome di “Matteo Cracolici. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell’ingegnere Michele Aiello (ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello e amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppe, capomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia.

Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d’amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l’anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme al fratello Francesco. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d’amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro, che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro.

Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa nostra; infatti, l’ex sindaco, per conto dei servizi, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro, proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di “Alessio”, mentre Vaccarino quello di “Svetonio”; l’ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo.

L’11 aprile 2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da “Alessio”, nei quali si parlava degli investimenti proposti dall’ex sindaco Antonio Vaccarino, che stava collaborando con il SISDE per la cattura del boss, ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di carburante nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani. In seguito all’arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava “di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini”. Ma la diffusione della collaborazione del Vaccarino da parte del quotidiano la Repubblica fece saltare l’operazione del SISDE e la probabile cattura di Messina Denaro. Su tale fuga di notizie non è mai stata aperta un’indagine.

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili delle questure di Trapani e Palermo condussero l’operazione denominata “Golem”, che portò all’arresto di tredici persone tra mafiosi e imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi, ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacenti per conto del latitante. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l’indagine “Golem 2”, condotta sempre dagli agenti del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all’arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni e incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati, figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo, nonché l’ottantenne Antonino Marotta, definito “il decano della mafia trapanese” perché ex appartenente alla banda di Salvatore Giuliano.

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Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti di appartenenti alla sua cerchia, avrebbe assistito con alcuni mafiosi palermitani alla partita di calcio Palermo-Sampdoria allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione alla partita sarebbe stata solo una parte dell’incontro tra il latitante e altri capi della provincia atto a discutere l’organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi. Inoltre, sempre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo.

Nel 2015 l’emittente Radio Onda Blu avrebbe fornito le immagini satellitari della sua presunta abitazione a Baden, in Germania, e della sua auto. Tuttavia, su questo fatto non si sono avute conferme né smentite dagli inquirenti. Salvatore Rinzivillo, arrestato in un’operazione coordinata dalle procure antimafia di Roma e Caltanissetta, era stato pedinato e si è visto che si recava a Castelvetrano, dove ha incontrato un uomo che non è stato identificato, ma che risponde alla descrizione di Messina Denaro. Non è stato possibile comunque risalire all’identità di questa persona. Tuttavia, l’indagine ha portato un risultato positivo, perché ha condotto all’arresto dell’agente dell’Aisi Marco Lazzari, che stava proteggendo la latitanza di Messina Denaro.

Il 13 marzo 2018 viene annunciato l’arresto, da parte di Carabinieri e DIA, di dodici soggetti ritenuti esponenti di Cosa nostra, che avrebbero provveduto al mantenimento di Matteo Messina Denaro.

Il 29 ottobre 2018 la polizia arresta Leo Sutera, amico di Matteo Messina Denaro e considerato il capo della mafia di Agrigento. Leo Sutera era già stato arrestato nel 2012, ma l’arresto aveva suscitato forti polemiche, perché si riteneva che, continuando a sorvegliarlo, come si stava già facendo da due anni, Sutera avrebbe condotto le forze dell’ordine allo stesso Matteo Messina Denaro, con il quale aveva affermato di essersi incontrato poco prima. All’epoca, i Carabinieri volevano continuare a sorvegliare Sutera, mentre la polizia guidata dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo decise di arrestarlo. Il 18 luglio 2019 Sutera fu condannato in appello a diciotto anni di carcere, insieme ai fiancheggiatori Maria Salvato e Vito Vaccaro.

Un pentito ha affermato che il latitante si sarebbe sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica al volto, per non essere riconoscibile. L’intervento sarebbe avvenuto in Piemonte o in Valle D’Aosta. Un informatore ha invece affermato al contrario che Matteo Messina Denaro si sarebbe fatto la plastica in Bulgaria, sia al volto sia ai polpastrelli, per non essere riconoscibile. Inoltre, ha sostenuto che il latitante avrebbe problemi di salute: non ci vedrebbe quasi più e sarebbe in dialisi. Il testimone ha raccontato che Messina Denaro si sarebbe recato più volte a Pisa e a Lamezia Terme, e che sarebbe protetto dalla ‘ndrangheta. Sul suo racconto ha indagato la procura distrettuale antimafia di Firenze.

La sua latitanza è stata finanziata anche con il gioco d’azzardo, praticato in Sicilia e a Malta, dove l’imprenditore Carlo Cattaneo si è recato più volte.

Messina Denaro ha legami anche con il Venezuela, dove alcune persone legate al latitante avrebbero gestito i suoi interessi.

Il 16 aprile 2019, nell’ambito delle indagini sulla latitanza di Messina Denaro, vengono arrestati due carabinieri con l’accusa di favoreggiamento alla mafia e, inoltre, viene arrestato Antonino Vaccarino, l’ex sindaco di Castelvetrano che inviava pizzini a Messina Denaro.

A marzo del 2019 viene scoperta una loggia massonica a Castelvetrano, paese natale del boss e di riferimento del clan mafioso, operazione alla quale segue a novembre un blitz antidroga a Palermo, nel quale viene arrestato Antonio Messina, ex avvocato radiato dall’albo e massone trapanese di lungo corso, che teneva i contatti con la criminalità siciliana radicata nel milanese nell’ambito di un traffico di hashish organizzato fra la Spagna, Milano e la Sicilia.

A dicembre del 2019 viene rivelato che nel 2015, quando a capo del pool che indagava su Messina Denaro vi era il magistrato Teresa Principato, dal suo ufficio sono scomparsi un computer portatile da dieci pollici e due pendrive, con informazioni riguardanti le indagini e coperte da segreto istruttorio.

Le indagini hanno portato anche a Milano, dove alcuni uomini legati alla ‘ndrangheta e al narcotraffico potrebbero costituire la sua rete di protezione che gli permette di essere latitante.

A febbraio 2020, dopo la cattura del boss Salvatore Nicitra, uno dei capi della Banda della Magliana, le indagini hanno portato anche a Roma, perché Nicitra aveva forti legami con Cosa nostra di Agrigento, che si ritiene finanzi la latitanza di Messina Denaro. Nicitra era attivo nel settore del gioco d’azzardo e delle slot-machines, e aveva legami con dei boss albanesi.

Tra il 15 e il 20 giugno 2020 vengono arrestati numerosi fiancheggiatori di Messina Denaro, dapprima Francesco Domingo ritenuto boss di Castellammare del Golfo e al vertice tra le articolazioni mafiose trapanesi e di collegamento con Cosa nostra americana. Insieme a lui sono state denunciate undici persone e viene indagato pure il sindaco della città, Nicola Rizzo. Infine, è stata perquisita la residenza anagrafica del boss latitante a Castelvetrano e vengono indagate a vario titolo quindici persone tra la Sicilia e Caserta, mentre tra gli arrestati figurano Giuseppe Calcagno, che svolgeva il compito di “postino” nella consegna degli ordini tramite pizzini, e Marco Manzo, che rappresentava Matteo Messina Denaro nelle varie riunioni dell’organizzazione criminale.

Il 21 ottobre 2020 viene condannato all’ergastolo dalla corte d’assise di Caltanissetta per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

La sera del 13 settembre 2021, dopo un’indagine della procura di Trento, un uomo scambiato per Denaro fu erroneamente arrestato in un ristorante a L’Aia. Si trattava in realtà di un turista originario di Liverpool e residente in Spagna, che si trovava nei Paesi Bassi per assistere al Gran Premio d’Olanda di Formula 1. L’uomo è stato rilasciato nei giorni successivi dopo essere stato sottoposto ad un test del DNA dal risultato negativo.

Il caso Masi

Nel maggio del 2013 il maresciallo capo dei carabinieri Saverio Masi ha presentato una denuncia alla procura di Palermo contro i suoi superiori, asserendo che nel 2004, quando prestava servizio al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo, individuò per la strada il superboss latitante Messina Denaro, a bordo di una utilitaria, e di averlo seguito fino all’ingresso di una villa. Ma una volta denunciato il fatto ai superiori, questi gli avrebbero intimato di non proseguire nelle indagini, “frapponendo continui ostacoli nel corso di indagini mirate alla cattura di super latitanti”. Per tali accuse Masi è stato denunciato per calunnia dai suoi superiori. Nel 2017, accogliendo solo in parte la richiesta della Procura di Palermo – che aveva avanzato istanza di archiviazione sia delle accuse di Masi (per mancanza di riscontri), sia di Masi stesso per l’ipotesi di calunnia (per mancanza dell’elemento psicologico) – il Giudice per le Indagini Preliminari di Palermo ha archiviato la posizione dei superiori accusati dal Masi e ha invece disposto la sua imputazione coatta per il reato di calunnia. Denunciato dai superiori anche per diffamazione in merito alla propagazione sui media delle stesse accuse, nel 2019 il maresciallo Masi è stato assolto in primo grado dal Tribunale di Roma e nel 2021 dalla quinta sezione penale del Tribunale di Palermo , mentre è ancora a giudizio presso quello di Bari.

L’arresto

Il 16 gennaio 2023, dopo circa trent’anni di latitanza, Matteo Messina Denaro è stato arrestato dai Carabinieri del ROS mentre si trovava presso la clinica privata La Maddalena a Palermo, nel quartiere San Lorenzo. Il boss trapanese era in procinto di effettuare, sotto il falso nome di Andrea Bonafede, una seduta di chemioterapia, alla quale era sottoposto periodicamente a causa di un tumore al colon, per il quale era stato operato nel 2021 in un ospedale di Marsala. Messina Denaro ha cercato invano di scappare ma, una volta preso dagli uomini dell’Arma, ha confessato la sua identità. In manette è finito anche l’autista, Giovanni Luppino, con l’accusa di favoreggiamento.

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Legami con la politica e l’imprenditoria

Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l’ex senatore Vincenzo Garraffa, nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D’Alì (rampollo della famiglia D’Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l’allora nuovo movimento politico “Forza Italia“: infatti alle elezioni politiche del marzo quell’anno D’Alì risultò eletto al Senato con 52 000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature, mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D’Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006.

Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D’Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»; tuttavia la famiglia D’Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D’Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione parlamentare antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all’epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un’indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D’Alì, fratello di Antonio. Nell’ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D’Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore; il 30 settembre 2013 D’Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l’accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere.

Nel 2007 venne arrestato l’imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro.

Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all’imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco.

Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch’egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro; il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro è stato eseguito nel novembre 2018. Nel dicembre 2012 un’indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all’arresto di sei persone, tra cui l’imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra Palermo, Trapani, Agrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l’archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese.

Il 6 dicembre 2013 la DIA sequestra all’imprenditore palermitano Mario Niceta, settantunenne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. A incastrarlo, i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a un certo “Massimo N.”. Il 13 dicembre 2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell’ambito dell’operazione “Eden” nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro. Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora dopo l’arresto dell’intera famiglia, il boss è solo.

Esponenti di una cosca vicina a Matteo Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l’allestimento di alcuni stand dell’EXPO di Milano del 2015. Le indagini hanno portato a indagare anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona. Anche a San Marino si è trovato un legame: un professionista ha avuto contatti email con uno stretto collaboratore di Matteo Messina Denaro.

La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato nel 2017 alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici, che avrebbe avuto legami con lui. Tra i beni sequestrati risulta anche un’ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell’ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un’indagine.

Il 15 dicembre 2020 vengono arrestate 13 persone, molti dei quali fiancheggiatori di Messina Denaro tra cui Salvatore Barone, ex direttore dell’azienda dei trasporti Atm di Trapani, compresi numerosi imprenditori e uomini appartenenti alle famiglie mafiose di Alcamo e Calatafimi. Tra gli indagati anche il sindaco di Calatafimi Segesta, Antonino Accardo, per corruzione elettorale.

Altre notizie

Nel 2012 il boss latitante, dopo aver sentito il richiamo di Totò Riina dal carcere, aveva organizzato un attentato ai danni di Antonino Di Matteo, il pm che si occupava della trattativa Stato-mafia.

Il pentito Vito Galatolo racconta che Girolamo Biondino, capomandamento di San Lorenzo, gli aveva detto che Matteo Messina Denaro aveva organizzato, con l’aiuto di Alessandro D’Ambrogio, capomandamento di Porta Nuova, l’attentato a Di Matteo. Ci fu una riunione a Palermo, organizzata da Matteo Messina Denaro (il boss latitante però non vi partecipò) in cui si discussero le modalità dell’attentato. A questa riunione parteciparono Vito Galatolo, boss dell’Acquasanta, Tonino Lauricella, responsabile della cosca di Villabate, Tonino Lipari, referente di Alessandro D’Ambrogio, boss di Porta Nuova, Giuseppe Fricano e Vincenzo Graziano, capimafia di Resuttana. L’esplosivo (150 kg di tritolo), acquistato in Calabria e nascosto da Graziano in una località sconosciuta, è attualmente nelle mani di Matteo Messina Denaro. Con l’arresto di diversi boss di Palermo, tra cui quelli citati sopra, l’organizzazione della strage è rallentata, ma l’ordine di uccidere il magistrato (dato dalla porzione di stato e servizi deviata, “gli stessi di Borsellino” secondo Vito Galatolo) resta operativo e a carico del boss Matteo Messina Denaro. Inoltre il boss avrebbe manifestato la volontà di uccidere i due pentiti Gaspare Spatuzza e Antonino Giuffrè, date le loro dichiarazioni scottanti sulle stragi del 1992-1993.

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