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Ormai nel linguaggio della propaganda mediatica che si propone di enfatizzare oltre ogni ragionevole misura il Covid, la mitologia ha preso il posto delle evidenze scientifiche. Ora arriva la variante Kraken dal nome di un mitologico mostro marino, più fake che reale

Ormai nel linguaggio della propaganda mediatica che si propone di enfatizzare oltre ogni ragionevole misura il Covid, la mitologia ha preso il posto delle evidenze scientifiche. E un tipo di mitologia fasulla, che poco ha a che vedere con le antiche leggende. Ci spieghiamo. Da qualche giorno l’informazione mainstream sta proponendo a tutta forza la nuova minaccia che getta sul mondo la propria ombra, ovvero l’ultima variante delle centinaia che si sono originate a partire dal virus di Wuhan identificato tre anni or sono.

Questa  variante ricombinante ha un nome scientifico, XBB.1.5, ma per i media è diventata la variante Kraken. Un bel nome minaccioso, non c’è che dire, scovato da qualche creativo che si occupa di propaganda nei ricordi di qualche B Movie. Sui media si leggono alcune affermazioni roboanti, che spiegano che il Kraken era un mostro della Mitologia greca (sic!), mentre qualcuno un po’ più documentato suggerisce che proviene dalla mitologia nordica, quella di Thor e Odino, tanto per intenderci.

In realtà non appartiene né all’una né all’altra: il Kraken è un mostro marino leggendario dalle dimensioni abnormi, generalmente rappresentato come una piovra gigantesca, con tentacoli abbastanza grandi e lunghi da avvolgere un’intera nave, ma il suo mito si è diffuso fra il Seicento e l’Ottocento, quando iniziarono le esplorazioni oceaniche, sull’onda di avvistamenti di vari tipi di grandi creature marine, come balene e capodogli. Mostri marini. Insomma, il Kraken fu una grande fake dei secoli, ripreso in qualche film fantasy, ma il nome è tanto evocativo e suona tanto spaventoso e richiama ad un sedicente mostro che è stato scelto per l’ultima variante su cui puntare per terrorizzare le persone. E da dove viene questo Kraken? Non dagli abissi oceanici, ma dall’immancabile Cina. Eppure, come ha dichiarato  Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella prima conferenza stampa organizzata nel 2023 per fare il punto sulla situazione epidemiologica nella regione europea, “dalle informazioni disponibili all’Oms – afferma – le varianti del virus Sars-CoV-2 circolanti in Cina sono quelle già viste in Europa e altrove”.

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Nessuna minaccia di disastri, come invece hanno paventato alcuni giornali italiani come Repubblica, che sostiene che resista di più alle nostre difese immunitarie, in grado di eludere gli anticorpi acquisiti con i vaccini o dopo precedenti contagi,  e quindi con tutte le carte in regola per guidare una nuova ondata, sicuramente più grave di quella legata a Omicron. Ovviamente di cure non se ne parla. E tutte le dosi di vaccino già fatte? Utili, ma si intende che non sono mai abbastanza.

Di fronte a queste minacce, le dichiarazioni del rappresentante dell’OMS ma anche quelle dell’European Centre for Disease Prevention and Control sono decisamente meno catastrofistiche: esiste la possibilità che questa variante possa avere un effetto sulla crescita del numero di casi di Covid-19 anche in Europa, non però nell’immediato, dato che la sotto-variante è presente a livelli molto bassi nel Vecchio Continente. Ma soprattutto maggior numero di casi non significa necessariamente maggior numero di ricoveri e di morti. Il numero di casi di influenza in Italia è arrivato in questi giorni a circa due milioni e mezzo di casi, ma la letalità è di circa lo 0,2%. Non siamo di fronte ad una ecatombe, così come non lo saremmo anche se dovesse arrivare la variante del mostro marino. Ancora una volta si deve purtroppo constatare, parafrasando il celebre motto latino, che “in medio stat virus”.

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