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Si eclissa agli inizi del 1993; in maniera definitiva, sembrava.

Poi, invece, trent’anni e un giorno dopo l’arresto di Salvatore Riina, il capomafia corleonese che si era impossessato di Cosa Nostra attraverso la violenza programmata, sublimando la pratica dell’omicidio, anche “l’enfant prodige” dell’Onorata Società è caduto nelle maglie del Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri.

Anche lui arrestato “sotto casa” praticamente, mentre faceva colazione in un bar accanto alla clinica che gli dispensava certe cure, probabilmente per un tumore, La Maddalena S.P.A., a dieci minuti a piedi dalla sede della Direzione Investigativa Antimafia; come tanti altri grandi esponenti mafiosi, colti nella latitanza “a cielo aperto” nel proprio acquario, a Palermo.

Come se nulla fosse, come se Matteo Messina Denaro non fosse il latitante più ricercato d’Italia, il “gioiello di famiglia” della mafia siciliana, l’ultimo esponente di quell’atlante criminologico che Carmelo Bene, in una puntata ormai leggendaria del Maurizio Costanzo Show del 1995, considerava l’ultimo tratto distintivo degno di un certo interesse nella storia nostrana; interesse per il patologico bene inteso, un patologico superiore in “qualità” anche a quello di una classe politica considerata l’incarnazione della protervia, mentre cade a pezzi sotto i colpi della Procura di Milano nel pieno dell’offensiva di Mani Pulite. Ma un atlante criminologico di cui il celebre attore e scrittore denunciava il declino già in tempi non sospetti, essendosi ridotta la narrazione sulla mafia ad esercizio suggestivo, a ricamo barocco che prevarica la sfera della storia e dell’informazione, finendo col fornire l’impressione che il fenomeno mafioso potesse ben presto essere banalizzato e più facilmente metabolizzato da una coscienza collettiva che, saziata da una precoce infodemia, optasse per non ritenerlo più così grave come una volta.

La parabola narrativa intorno alla figura di Matteo Messina Denaro ha seguito una traiettoria particolare all’interno di una tendenza paradossale che, per ironia della sorte o degli osservatori, ha appiattito il registro narrativo relativo alla mafia su quello utilizzato per tratteggiare i contorni della cosiddetta antimafia: sensazionalistico, personalistico, improntato al mito e al simbolismo dell’eroe e dell’anti-eroe, obliterando il contesto sociale, politico, economico all’interno del quale si svolgono le interazioni tra i protagonisti e si stipulano compromessi grigi e inconfessabili.

Un esempio del genere, sul versante antimafia è dato dall’impiego di icone alla Saviano, prodotto mediatico che canalizza i riflettori dell’avanspettacolo a discapito dell’autentico movimento sociale antimafia, composto e vissuto da personaggi spesso semisconosciuti che, senza risorse e spesso osteggiati da ostacoli politici e burocratici di ogni genere, conducono la propria battaglia quotidiana di sensibilizzazione e di sostegno nei territori ad alta densità mafiosa, a stretto contatto con i disagi che offrono linfa al fenomeno. Fenomeno ormai endemico, alla stregua di un vero e proprio sotto-governo condizionante e normalizzante, che espleta la propria funzione non perché lo Stato sia assente, bensì in quanto a portata di mano, in un contesto in cui, nelle periferie dell’accadere come il sud d’Italia le causalità, le relazioni causa-effetto devono essere cercate nei rapporti di fiducia mediati dalle organizzazioni formali. Come si può aspirare alla legalità se le uniche forme di devianza in grado di rendere riconoscibili certi personaggi sono concentrate proprio nell’arte di saper rendere irrilevante la stessa legalità o di manipolarla per perseguire determinati interessi?

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Raramente la questione mafiosa è posta in questi termini, in termini funzionalistici, per capire come si possa rinforzare il fenomeno che si intende combattere; eppure ciò sarebbe utile per inquadrare non solo la parabola criminale di Matteo Messina Denaro, ma anche e soprattutto i paradossi inerenti alla narrazione della sua vita e della sua trentennale latitanza. A nessun altro personaggio, a conoscenza di chi scrive, sono stati dedicati così tanti libri, documentari e servizi giornalistici per raccontare le disfunzioni di una caccia all’uomo concentrata sul mito intermittente, ricordato a fasi alterne rispetto ai più blasonati padrini che lo hanno preceduto. La storia della sua latitanza procede a strappi, quando determinati personaggi istituzionali provano a ricordare che non ci si può nascondere per trent’anni in casa propria se non grazie a coperture politiche di un certo rilievo. Così il magistrato Nino Di Matteo. Per Teresa Principato, già membro della Direzione Nazionale Antimafia, Denaro avrebbe goduto di una rete di protezione estesa in tutto il mondo, coinvolgente anche, forse, la massoneria, secondo quanto riferito da Vincenzo Calcara, vecchio padrino di Castelvetrano, in provincia di Trapani, poi pentitosi.

Messina Denaro è stato cercato in tutto il mondo, Sudamerica, Svezia, Dubai, Regno Unito, Paesi Bassi; c’è chi riteneva si fosse nascosto nella vicina Calabria; o ancora nell’est Europa, in Nord Africa. Si è vociferato che fosse malato, già anni or sono; che fosse ipovedente? Che necessitasse di dialisi? La Squadra Anticrimine della Polizia di Stato, il ROS dei carabinieri, la Squadra Mobile di Trapani e di Palermo, a lungo, non hanno dato risposte.

Aspetti leggendari sul personaggio si sono mischiati ad aspetti misteriosi: si è parlato di un intervento di plastica facciale che ne avrebbe cambiato i connotati rendendo l’identificazione impossibile; raramente si è accennato alla copertura sociale di cui avrebbe potuto giovarsi, macchina complessa senza la quale le sole coperture istituzionali e politiche non sarebbero state sufficienti a garantire una latitanza così lunga; al netto dei paradossi che l’hanno costellata, di quelle inefficienze investigative che ne hanno ritardato la cattura. La lista sarebbe lunga se pensiamo ai contrasti all’interno della magistratura, il possibile coinvolgimento dei servizi segreti, l’ipotetico coinvolgimento di una rete massonica a protezione di un boss al crocevia tra l’eredità metodologica brutale di Cosa Nostra e la sua modernizzazione finanziaria e globale: pizzini, stragi, ma anche conduzione delle rovine dell’organizzazione, all’indomani dell’arresto di Riina, nei circuiti economici legali.

Qual è il paradosso più grande della parabola criminale di Messina Denaro? Un banco vuoto.

Per decenni è il più ricercato d’Italia e per poco ci si “dimentica” di processarlo per i fatti più gravi, come le stragi continentali del 1993; si seguono gli sviamenti di collaboratori di giustizia che in seguito si sarebbero rivelati inquinatori di pozzi; si osserva una schizofrenia giudiziaria che prima vuole i carabinieri che lo cercano come talpe al servizio del boss e oggi li celebra alla stregua di eroi della Repubblica. Fino al 2000 non si conosceva la sua voce: un’associazione, intitolata a Rita Atria ritrova un file audio di una testimonianza ad un processo del 1992; cioè riesce dove stuole di magistrati e investigatori avevano clamorosamente mancato.

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A più riprese si individuano i palazzi nei quali il boss consuma i propri convegni amorosi, ma non si entra e quando si entra lo si fa intempestivamente; secondo alcuni si “si sente l’alito” del latitante. Tutto riconduce a lui, abiti costosi, gioielli, caviale e salse austriache, puzzle particolari e complessi, dato che ne era appassionato; l’amante, Maria Mesi, nel 1996 entra ed esce da uno stabile, in piena notte, camuffata, portando addosso gli occhiali da sole. Prima di sparire, da un momento all’altro, all’intensificarsi dei controlli e degli appostamenti; quando si fa irruzione si trovano letti vuoti con le lenzuola calde o posti a tavola disertati, con il piatto ancora fumante; al momento decisivo, tutto sfuma. Sembra un personaggio da romanzo di spionaggio; Messina Denaro risulta imprendibile in un’epoca caratterizzata da sistemi tecnologici avanzatissimi al servizio delle tecniche investigative e dalla centralizzazione informativa delle polizie di tutto il mondo. Lo cercano anche scandagliando il mondo virtuale dei social network, della messaggistica istantanea e delle sessioni online dei videogiochi. Ma non basta.

Diabolik, ‘o Siccu, la testa dell’acqua o, più semplicemente “iddu”, come viene chiamato, non si trova.

Non è peregrina l’ipotesi di un’ampia rete di connivenze poste a protezione del padrino cresciuto alla “scuola” del padre Francesco e del nume tutelare Riina: molte persone intervistate lo descrivono come una persona perbene, con un cuore grande: se vede un mendicante per strada, lo aiuta – è stato anche detto.

Ecco il cuore del problema. Al netto di inefficienze investigative o, peggio ancora, di protezioni oblique. Il sentimento popolare. Sentimento che si ritrova non solo presso nell’opinione di quartiere, secondo cui non sarebbe il mostro del mondo, ma anche in ampi strati dell’imprenditoria locale; ci si richiama alla mitica età dell’oro durante la quale la mafia avrebbe fatto funzionare in maniera efficiente la macchina economica, permeando personaggi come Messina Denaro di un alone angelico in quasi ogni ambiente sociale; dove non arriva l’aura entra in gioco l’intimidazione e i problemi si risolvono comunque.

Si tratta di una leggenda evidentemente, l’età dell’oro, ma di una leggenda utile, funzionale a dipingere la cosiddetta antimafia alla stregua dell’autentica piovra che schiavizza gli imprenditori castrandone le capacità. Alcuni tra questi, ancora all’alba del Duemila ritengono che sia l’antimafia a comandare in Sicilia, e non la mafia.

Poco importa cosa sia stato realmente Messina Denaro, cosa abbia fatto, se davvero sia entrato in possesso di documenti delicati su eventuali trattative tra Stato e mafia, se abbia commissionato stragi e uccisioni di bambini, se conosca o meno i segreti della nascente Seconda Repubblica al punto da “preferirlo” in latitanza piuttosto che in carcere, esponendo i suoi eventuali complici “eccellenti” al rischio della collaborazione con la giustizia.

Il problema della lunga latitanza di Denaro, come pure del suo ruolo al crocevia di affari, politica e dinamiche mafiose non è antropologico o relativo a una possibile fisiologia particolare delle regioni toccate dal fenomeno mafioso: dipende piuttosto dalle dinamiche della società contemporanea e dalle potenzialità di cui dispongono i sistemi che la compongono di creare possibilità di azione in grado di produrre una diversa offerta sociale, una devianza di polarità positiva che possa convertire un certo sentimento popolare, frutto di una costruzione del rapporto individuo/società ormai troppo profondamente innervato dal registro comunicativo tipico del successo della mafia nella produzione del consenso che la vivifica.

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Era inevitabile, ieri, assistere alla “parata” trionfalistica istituzionale volta a sottolineare il grande successo dello Stato: “una grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia” – ha commentato subito dopo l’arresto, il presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, porgendo i più vivi ringraziamenti alle forze di polizia, ROS in testa, alla Procura nazionale antimafia e alla Procura della repubblica di Palermo per la cattura del “padrino” che nell’immaginario collettivo avrebbe assunto le redini dell’organizzazione mafiosa siciliana succedendo ai ben più “blasonati” Riina e Provenzano. Segue a ruota il vice-premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, per il quale “con l’arresto di Matteo Messina Denaro l’Italia assesta un duro colpo alla mafia”. Dello stesso tenore trionfalistico i commenti di altri importanti esponenti politici, da Crosetto a Renzi, fino a Musumeci e a Delmastro Delle Vedove, attuale sottosegretario alla giustizia, passando per l’immancabile Salvini, sempre emozionato quando “vince lo stato”; e quando si ottengono “simili risultati storici”, come afferma il ministro dell’Interno Piantedosi.

Sullo sfondo, però, le parole del pentito di mafia Baiardo, pronunciate innanzi a un attonito Giletti nel novembre del 2022. Parole inquietanti se rilette o ascoltate in retrospettiva.

Parlando dei fratelli Graviano per i quali aveva organizzato e gestito la latitanza, Baiardo aveva detto: “L’unica speranza e me lo auguro anche io per loro, perché sono giovani, è che venga abrogato l’ergastolo ostativo e che comincino a godersi la famiglia, i figli […] E magari, chi lo sa, che avremo un regalino. Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato, che faccia una trattativa lui stesso per consegnarsi e fare un arresto clamoroso?! Così arrestando lui magari esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia clamore…”.

Un’operazione, l’eventuale arresto di Messina Denaro, che rappresenterebbe “un fiore all’occhiello” per il nuovo governo, lascia intendere Baiardo, rievocando innanzi ad un balbettante Giletti il precedente della cattura di Riina, la concordanza cronologica tra la promessa del generale dei carabinieri Delfino di fare un “regalo” all’allora ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli e quel 15 gennaio di trent’anni fa che segnava la caduta del capo indiscusso di Cosa Nostra.

Non sappiamo se Baiardo abbia confuso l’istituto dell’ergastolo ostativo con quello che prevede il trattamento carcerario noto come 41 bis, ma poco importa in termini formali, dato che nella sostanza si tratta di due istituti degradanti e contrari alle acquisizioni della civiltà giuridica post-illuminista. Ciò che emerge, se le supposizioni e i ragionamenti di Baiardo dovessero risultare nuovamente corretti, è la possibilità che la trattativa tra lo Stato e la mafia non sia mai finita; ma non quella per i fatti del 1993, bensì il patto che dal 1861 ha consentito a tali organizzazioni criminali di produrre una vera e propria soggettività politica. Esistente, perfettamente rinnovabile, anche se, ogni volta, solo tacitamente riconosciuta.

Dario Fiorentino

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