Prospero Gallinari nacque a Reggio Emilia il primo gennaio del 1951 e sempre a Reggio Emilia, 62 anni dopo, morì. Era il 14 gennaio del 2013, quando fu stroncato da un infarto, mentre si trovava nel garage di casa.
Condannato all’ergastolo per attentati e omicidi non collaborò mai con la giustizia. Ma era comunque uscito di cella prima del tempo per problemi di salute.
Negli ultimi anni della sua vita più volte manifestò nel centro storico di Reggio Emilia contro le guerre. Lui, l’uomo del piombo negli Anni di piombo, accanto alla bandiera della pace.
Nel lungo tratto di vita che Prospero Gallinari dedicò alle Brigate Rosse fu per sempre l’irriducibile: da parte sua nessun pentimento, né mai si dissociò dalle BR. Gallinari iniziò a frequentare l’appartamento di via Emilia San Pietro alla fine degli anni Sessanta. Lì, quelli che lo conoscevano, lo chiamavano il compagno “Gallino”. Non era considerato un teorico del movimento, ma un braccio.
Un braccio che si armò, trasformandosi in una figura cardine nel sequestro di Aldo Moro (all’epoca dei fatti presidente della DC) e uno tra gli implacabili massacratori della sua scorta, in via Fani, a Roma, 40 anni fa.
Per lunghi anni si pensò anche che fosse stato proprio lui l’esecutore materiale dell’omicidio dell’ex presidente del Consiglio DC. E Gallinari, fedele alla sua linea, pure sui colpi esplosi per uccidere Moro, non proferì una sola parola. Alla fine fu un altro terrorista, Mario Moretti, a dissipare ogni dubbio sui fatti, sull’uccisione dell’uomo di Stato.
Il 19 gennaio 2013 si tenne il funerale di Prospero Gallinari. La cerimonia, che ebbe luogo a Coviolo, una frazione di Reggio Emilia, assunse le sembianze di una riunione nostalgica, un ritorno ai tempi andati che vide la presenza di mille persone. Tra i simboli comunisti, i pugni chiusi e i drappi con falce e martello, si elevavano le voci di vecchi compagni di lotta che si abbracciavano, condividendo il lutto e il ricordo di una battaglia comune che aveva segnato profondamente la storia recente dell’Italia. Tra questi, nomi noti come Oreste Scalzone, cofondatore di Potere Operaio, che al funerale innalzava il pugno chiuso in un gesto di sfida e di memoria.
La presenza di ex membri delle Brigate Rosse come Renato Curcio, Barbara Balzerani, Piero Bertolazzi, Loris Tonino, Nadia Mantovani, Anna Laura Braghetti, Angela Vai, Francesco Piccioni, Tonino Paroli e Roberto Ognibene non passò inosservata, testimoniando un legame indissolubile con il passato e con il destino comune che avevano condiviso.
La morte di Gallinari non era solo la fine di una vita, ma anche la chiusura di un capitolo storico, lasciando dietro di sé questioni irrisolte e un’eredità complessa.
Mentre gli anziani militanti ricordavano il passato, la rappresentanza delle organizzazioni contemporanee rifletteva l’impatto duraturo delle azioni e delle ideologie di Gallinari e dei suoi compagni. Non mancava infatti una folta rappresentanza delle organizzazioni di movimento odierne, come Infoaut.org, il centro sociale torinese Askatasuna, l’Anppa (associazione nazionale partigiani perseguitati antifascisti) di Reggio Emilia, i No Tav e No Muos.

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