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Navalny e l’ipocrisia occidentale

In un mondo dove la narrazione è spesso più potente della verità, la morte di Alexei Navalny si è trasformata immediatamente in un’arma narrativa, impugnata con fervore per colpire ancora una volta l’immagine della Russia e del suo presidente. Sfogliando le pagine dei giornali, sia cartacei che online, ci si imbatte in un coro unanime che grida all’omicidio, con il dito puntato, come per magia, sempre e solo verso una direzione: quella di Putin. E allora, mi chiedo, quando una vita si spegne dietro le sbarre, è giusto che ci si interroghi, che si indaghi. Ma attribuire con certezza assoluta e senza il minimo dubbio la causa di questa morte a una fredda decisione del Cremlino, non suona forse come un’avventata corsa al complottismo?

Eppure, in questa saga tragica, il complottismo sembra diventato di colpo legittimo, accettabile, quasi doveroso. Tutti si sono improvvisamente trasformati in investigatori, in giudici, in esecutori della giustizia popolare, versando lacrime per il “martire” Navalny, quando invece non hanno sprecato neanche un singolo pensiero per figure come Gonzalo Lira, giornalista americano il cui destino si è consumato in una prigione ucraina, o hanno mantenuto un colpevole silenzio sul trattamento riservato a Julian Assange nelle carceri britanniche. Ah, l’ipocrisia dell’Occidente, questa malattia cronica, questo doppio standard che ci corrode e ci rende incapaci di guardare oltre il velo della nostra presunzione.

Ora, fermiamoci un momento a riflettere: quale vantaggio potrebbe mai trarre Putin dalla morte di Navalny, specialmente in un momento così delicato come quello precedente alle elezioni politiche in Russia? La risposta è semplice: nessuno. Anzi, per il presidente russo, questa vicenda non è altro che un fastidio, un’ulteriore complicazione di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Coloro che hanno un minimo di conoscenza della realtà interna russa sanno bene che episodi del genere hanno un impatto relativamente limitato sull’opinione pubblica. Per il cittadino medio, eventi tragici come la morte di bambini a Belgorod, vittime dei missili ucraini, hanno un peso emotivo e mediatico ben maggiore rispetto alla scomparsa di Navalny, il quale, per quanto possa essere stato elevato a simbolo dell’opposizione, era in realtà un prodotto mediatico dell’Occidente, più che un vero eroe popolare.

La morte di Navalny, quindi, sembra servire gli interessi dell’Occidente più che quelli della Russia, fungendo da pretesto per continuare a dipingere un ritratto demoniaco del Cremlino agli occhi del mondo “civilizzato”, mentre nelle altre parti del globo la notizia viene accolta con un distaccato disinteresse.

Concludo con un pensiero che alcuni potrebbero etichettare come “complottistico”: forse non scopriremo mai la vera causa della morte di Navalny. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che, prima di morire, era diventato scomodo non solo per la Russia ma anche per l’Occidente, iniziando a sollevare questioni e a divulgare informazioni che molti avrebbero preferito rimanessero nell’ombra. Silenziarlo definitivamente, addossando la responsabilità a Putin, potrebbe non solo essere stato conveniente, ma anche servire da avvertimento velato ad altri come Zelensky: “Quando non sarai più utile, quando sarai diventato un peso, potresti essere il prossimo”. In questo intricato gioco di potere, la verità è spesso la prima vittima, sacrificata sull’altare degli interessi politici e mediatici.

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