In un’Italia che danza sul filo di un rasoio affilato come le critiche piovute sull’ultima uscita di Sergio Mattarella, siamo testimoni di un teatro dell’assurdo dove la coerenza sembra aver preso un lungo congedo. Il presidente, in una mossa che ha fatto storcere non pochi colli, ha voluto puntare il dito contro l’uso dei manganelli, ma oh, sorpresa, solo quando a subirli sono i “ragazzi” in piazza per cause che strizzano l’occhio alla sinistra. E così, nel solco di una narrazione che fa acqua da tutte le parti, Mattarella si erge a paladino della libertà di manifestazione. Peccato che il suo fervore sembri risvegliarsi solo a intermittenza, lasciando nel dimenticatoio quei “altri” episodi, magari meno politicamente corretti, come quelli che hanno visto protagonisti i no vax.
E allora, facciamoci due conti. Da una parte abbiamo il presidente che, con tono paternalistico, rimprovera l’uso dei manganelli, simboli di un presunto fallimento. Dall’altra, la realtà delle piazze italiane, teatro di una violenza che sembra trovare giustificazione nel silenzio o nelle parole selettive delle istituzioni. Sì, perché quando i manganelli danzavano sulle teste di chi osava mettere in dubbio la narrazione ufficiale sul Covid, allora tutto sembrava lecito, tutto era giustificato in nome della “sicurezza pubblica”. Ah, la sicurezza! Quella stessa che sembra evaporare quando a scendere in campo sono le masse acclamanti cause più gradite ai salotti buoni.
Non si tratta di fare l’apologia della violenza, ci mancherebbe. Ma di sottolineare l’ipocrisia di un sistema che decide a tavolino quali siano le proteste “buone” e quali le “cattive”. Dove erano le voci indignate quando a essere manganellati erano i no vax? Dissolti, forse, nel coro generale che li dipingeva come nemici della collettività.
E poi ci sono le manifestazioni, quelle vere, con tensioni che sfiorano l’incandescenza, ma che sembrano godere di un’aura di intoccabilità. Prendiamo il caso dei sit-in pro-Palestina, o degli spezzoni studenteschi che si trasformano in episodi di guerriglia urbana. Qui il discorso si fa delicato, perché ogni critica si scontra con il muro dell’accusa di limitare la libertà di espressione. Ma quale libertà c’è nel distruggere, nel seminare il caos? La libertà finisce dove inizia il diritto dell’altro, e questo sembra essere un concetto troppo spesso dimenticato.
In questo scenario, la figura del presidente diventa ambigua, quasi un deus ex machina che interviene solo quando la sceneggiatura gli aggrada. Un atteggiamento che non fa altro che alimentare la divisione, anziché cercare un punto di incontro, un dialogo costruttivo. Perché alla fine, quello che manca non è la forza dell’ordine, ma quella della coerenza, della capacità di stare al mondo riconoscendo che ogni azione ha una reazione, e che la responsabilità delle proprie parole (o del loro silenzio) è un peso che non può essere ignorato.
Quindi, caro Mattarella, la prossima volta che sentirai l’impulso di prendere posizione, ricordati che l’autorevolezza non si misura solo sui manganelli, ma anche sulla capacità di essere equo, di non cadere nella trappola delle simpatie politiche. Perché alla fine, se la giustizia è cieca, non lo è certamente la memoria dei cittadini. E, per quel che può valere, nemmeno la mia.

Sii il primo a commentare