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Il monopolio di sinistra sui social: la rivolta di Musk

Avete presente quando si parla di monopolio? Sì, quel gioco da tavolo dove, alla fine, uno solo vince e gli altri restano a bocca asciutta, col portafoglio vuoto e una gran voglia di capovolgere il tavolo. Bene, quello che vi racconterò oggi è una partita a Monopoli che dura da anni, ma non stiamo parlando di case e alberghi su Parco della Vittoria, no. Qui si gioca una partita ben più subdola, e il tavolo non è quello del salotto ma digitale. Il Monopoli di cui parliamo è quello dei social network e a muovere i segnalini è, come sempre, la sinistra. Ma attenzione, perché a furia di barare, qualcuno ha deciso di buttare giù il banco, e il nome di questo qualcuno è Elon Musk.

Il potere del like: la sinistra e l’illusione di Facebook

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando Facebook era il nuovo Eldorado della comunicazione, l’isola felice dove tutti potevano esprimersi liberamente, un’oasi di democrazia digitale. Ma c’è stato un periodo in cui questa “democrazia” era più simile a una monarchia assoluta, con la sinistra sul trono.

Ricordate Obama? Il re dei social, l’uomo che ha saputo sfruttare il potere di Facebook per scalare le primarie democratiche e infine conquistare la Casa Bianca. Un genio, direte. Ma dietro questo successo c’era qualcosa di più oscuro: la sinistra aveva capito prima degli altri come manipolare le masse attraverso i social network. E così, mentre i conservatori cercavano ancora di capire come accendere il computer, la sinistra faceva incetta di like e consensi, trasformando le piattaforme sociali in un campo di battaglia dove non c’era spazio per i dissidenti.

Dagli “analfabeti funzionali” ai debunker: la strategia del controllo*

Ma come si fa a mantenere un monopolio in un mondo che cambia così rapidamente? Semplice: si cambia la narrazione. A un certo punto, quando i social hanno cominciato a diventare un terreno di gioco più equilibrato, la sinistra ha capito che era il momento di cambiare le regole del gioco. Ed ecco comparire tre parole magiche: post-verità, fake news e fact-checking. Ah, il fact-checking! Un’idea brillante, almeno in teoria. Perché, chi può essere contrario a verificare i fatti? Ma quando i fatti da verificare sono scelti con la stessa imparzialità con cui un tifoso sceglie la sua squadra del cuore, allora diventa chiaro che c’è qualcosa che non va.

I debunker sono diventati i nuovi sacerdoti della verità, con la missione di spiegare agli “analfabeti funzionali” (altra perla del lessico sinistrorso) perché quello che credono sia una bufala. Peccato che questi debunker abbiano la spiacevole tendenza a colpire sempre dalla stessa parte, come quei rigori che finivano regolarmente a destra. E così, il fact-checking si è trasformato in uno strumento di censura mascherato da lotta alla disinformazione. Un po’ come se un arbitro si mettesse a giocare con una delle due squadre: il risultato sarebbe, inevitabilmente, una partita truccata.

Il crollo del monopolio e la rivincita della destra

Ma sapete una cosa? A un certo punto anche gli avversari si stancano di perdere sempre. Dal 2015 in poi, il mondo non progressista ha deciso di darsi da fare, ha imparato a usare i social con la stessa efficacia, se non addirittura maggiore, della sinistra. I meme, le infografiche, i post virali non erano più solo appannaggio della sinistra; anzi, la destra ha imparato a padroneggiare i social con una maestria che ha spiazzato tutti. E così, mentre Twitter rimaneva l’ultima roccaforte della sinistra, Facebook, Instagram e gli altri social diventavano terreno di conquista per i non progressisti.

E cosa fa la sinistra quando vede il suo dominio minacciato? Aumenta la posta in gioco. Se non puoi battere l’avversario con le stesse armi, allora cambia le regole. E così, dopo anni di tentativi falliti di riprendere il controllo della narrazione online, la sinistra ha deciso di alzare il tiro: censura, una parola che suona come un campanello d’allarme in ogni democrazia, ma che è stata abilmente travestita da “protezione della verità”. La pandemia e le elezioni presidenziali americane del 2020 ne sono l’esempio più eclatante: le piattaforme social hanno adottato ufficialmente i fact-checker, creando task force interne e manipolando gli algoritmi per “bannare” i non allineati e  favorire un candidato rispetto all’altro. Non è teoria del complotto, è realtà.

E come dimenticare lo scandalo del New York Post e il caso di Hunter Biden? Una notizia potenzialmente devastante per la campagna di Joe Biden, censurata in maniera sfacciata, bollata come propaganda russa, con Twitter che arriva a bannare il quotidiano dalla piattaforma. Non vi ricorda qualcosa? Sì, la censura dei regimi autoritari. Ma qui non siamo in Russia, siamo nell’America della libertà di parola, o almeno dovremmo esserlo.

E poi, come dimenticare l’assalto finale: Donald Trump, l’uomo che ha osato sfidare il sistema, è stato messo a tacere sui social con l’accusa di fomentare l’odio e la violenza. Certo, non si può ignorare quello che è successo a Capitol Hill, ma siamo sicuri che spegnere la voce di un ex presidente degli Stati Uniti sia la soluzione giusta? O è solo un modo per far capire chi comanda davvero?

Elon Musk: il rivoluzionario siliconiano

E arriviamo ai giorni nostri, a un uomo che ha deciso di buttare giù il banco: Elon Musk. Per anni Musk è stato l’eroe della sinistra, l’uomo che fumava marijuana in diretta, che faceva figli tramite utero in affitto, che ha lanciato la sfida dell’auto elettrica. Ma tutto è cambiato quando ha deciso di comprare Twitter. All’improvviso, l’eroe è diventato il nemico pubblico numero uno. Perché? Perché ha osato spezzare il monopolio della sinistra sui social.

Con l’acquisizione di Twitter, ribattezzato X, Musk ha licenziato gran parte del vecchio management, pubblicato i Twitter Files, rivelando al mondo come la censura fosse all’ordine del giorno sotto il vecchio regime, e ha deciso di riportare un po’ di neutralità sulla piattaforma. E non solo: ha riammesso Donald Trump su X, nonostante tutto. Un atto di ribellione che la sinistra non può perdonargli.

Ma perché tutto questo odio verso Musk? Perché, in fondo, quello che ha fatto è semplicemente restituire la libertà di parola a chi era stato messo a tacere. Non ha portato l’estremismo sui social, non ha fomentato l’odio: ha solo ridato voce a chi non doveva averne secondo la narrazione dominante. E questo è imperdonabile per chi è abituato a controllare tutto e tutti.

Il gioco è finito, ma chi ha vinto davvero?

Alla fine, la partita a Monopoli dei social non è ancora finita, ma il tavolo è stato capovolto. La sinistra ha perso il suo controllo esclusivo, e nonostante tutti gli sforzi per riprendersi il comando, la verità è che i social sono diventati un campo di battaglia più aperto. Grazie a figure come Musk, la libertà di parola ha riconquistato un po’ di terreno. Ma la domanda che resta è: quanto durerà? La sinistra è disposta a tutto pur di riprendere il controllo, e il rischio di nuovi attacchi alla libertà di espressione è sempre dietro l’angolo.

Quello che è certo è che il monopolio è stato infranto, e questo è già un grande risultato. Ma non basta. La vera vittoria sarà quando la libertà di espressione sarà garantita a tutti, senza distinzioni, senza censura, senza fact-checker di parte. Fino ad allora, la battaglia continua, e noi siamo pronti a combatterla, perché la libertà di parola è troppo preziosa per essere lasciata nelle mani di pochi.

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Pubblicato inTecnologia

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