Ma cosa sta succedendo in Vaticano? Papa Francesco ci aveva appena chiesto di stringere la cinghia, di tagliare i costi, di evitare il superfluo, e cosa fa adesso? Annuncia la nomina di 21 nuovi cardinali! Esattamente il contrario di ciò che aveva detto. Un Papa che parla di sobrietà, ma che poi riempie le fila del Sacro Collegio come se fosse un buffet all-you-can-eat. Qualcuno deve pur dirlo: c’è qualcosa che non quadra!
Siamo alle solite, ci troviamo di fronte a un altro paradosso targato Bergoglio. Mentre da una parte ci si appella alla semplicità e all’austerità, dall’altra si gonfia il numero dei cardinali elettori (Angelo Acerbi a causa della sua veneranda età, 99 anni, non potrà essere fra questi) che ora sono ben 140. Sì, avete capito bene: 20 in più rispetto al limite di 120 fissato da Paolo VI. E la domanda sorge spontanea: a cosa serve tutto questo? A chi giova?
Il Papa del popolo o il Papa degli amici?
E poi, guardiamo la lista. Scorrendo i nomi, una cosa salta subito all’occhio: non si tratta di nomine meritate o di figure di spicco per il loro operato pastorale o teologico. No, qui siamo davanti a scelte personalissime, nomine che sembrano più frutto di amicizie personali, di rapporti di confidenza, piuttosto che di reali necessità per la Chiesa.
Prendiamo ad esempio il caso di monsignor George Jacob Koovakad, un ufficiale della Segreteria di Stato che non è certo noto per le sue doti pastorali o teologiche, ma che da tre anni organizza i viaggi papali. Sì, proprio così: organizza i viaggi del Papa e… ride. E pare che questa sua abitudine a ridere sempre abbia colpito Bergoglio al punto tale da promuoverlo a cardinale. Siamo seri! È così che si selezionano i vertici della Chiesa cattolica oggi?
E non è finita qui. Un altro esempio è quello di monsignor Paskalis Bruno Syukur, un vescovo indonesiano che ha impressionato il Papa durante un viaggio a Bogor per il suo entusiasmo verso il messaggio di “fratellanza umana”. Ma è davvero sufficiente dimostrare entusiasmo per guadagnarsi una berretta cardinalizia? Non dovremmo chiederci se questi uomini siano pronti a guidare la Chiesa in un momento così delicato, piuttosto che premiare chi sa sorridere nei momenti giusti?
Favoritismi e carriere lampo
Ancora, il nome di Rolandas Makrickas non sorprende nessuno. È noto in Vaticano da tempo quanto il giovane prelato lituano sia “nelle grazie” del Pontefice. In meno di tre anni, ha ottenuto un’incredibile serie di promozioni: da commissario straordinario di Santa Maria Maggiore, a arcivescovo, poi arciprete e infine… cardinale. Non sembra esserci alcuna logica pastorale o meritocratica, solo un’accelerazione di carriera che lascia molti perplessi.
E che dire di padre Fabio Baggio, che diventa cardinale senza neanche essere vescovo? Certo, il suo impegno per i migranti è apprezzabile, ma ciò basta per saltare ogni tappa del percorso che, tradizionalmente, conduce al cardinalato? Sembra più un’ennesima conferma del fatto che il criterio di selezione in questo pontificato sia solo uno: piacere al Papa.
Dov’è l’austerità?
E torniamo all’austerità. Proprio poche settimane fa, Francesco ha scritto ai membri del Sacro Collegio, chiedendo di tagliare le spese e di evitare il superfluo. Ma come possiamo parlare di austerità, quando il numero dei cardinali elettori continua a salire vertiginosamente? Ogni nuovo cardinale rappresenta un costo, un’istituzione da sostenere, un ulteriore peso economico per una Chiesa che dovrebbe concentrarsi sui poveri e sugli ultimi. E allora, perché continuare a gonfiare le file del Sacro Collegio? La Chiesa non dovrebbe essere una macchina burocratica pesante e costosa, ma una struttura leggera, dedicata al servizio della comunità.
E non basta parlare delle periferie, quando poi gran parte di queste nomine ruotano intorno a Roma e al Vaticano. La presenza locale nelle diocesi più bisognose viene continuamente ignorata, mentre i palazzi del potere si riempiono di nuove figure, quasi tutte vicine al Papa. Un esempio chiaro? Monsignor Angelo Acerbi, che, pur non essendo elettore, viene nominato cardinale a 99 anni. Un omaggio a Paolo VI, dicono alcuni. Ma non sarà forse un omaggio alla vecchia guardia, a chi da vent’anni abita proprio a Santa Marta, a due passi dal Papa?
Cardinali giovani, conclave lontano?
Un altro dato che salta all’occhio è l’età media dei nuovi cardinali: molti di loro sono giovanissimi. Coincidenza? Certo che no. Francesco sta scegliendo con cura uomini giovani, che potranno influenzare le decisioni della Chiesa per decenni. È un modo per assicurarsi che la sua linea, la sua visione, continui a dominare anche dopo di lui. E nonostante qualcuno parli di un conclave imminente, il Papa, quasi 88enne, sembra in ottima forma e deciso a rimanere al timone per molto tempo ancora.
Questo concistoro sarà il decimo del suo pontificato, e probabilmente il più controverso. Nonostante le critiche e le divisioni interne alla Chiesa, Francesco continua imperterrito per la sua strada, a volte ignorando persino le richieste di maggiore equilibrio che arrivano da diversi settori dell’episcopato mondiale.
E l’Africa? E gli Stati Uniti?
Ma la questione più spinosa riguarda sicuramente l’esclusione di intere aree geografiche. In Africa, un continente con una Chiesa vivace e in crescita, solo un cardinale verrà creato in questo concistoro: monsignor Ignace Bessi Dogbo, arcivescovo di Abidjan. E gli altri? Ancora una volta, la Chiesa africana viene messa da parte. Ancora una volta, si privilegiano aree del mondo che non rappresentano la parte più viva e dinamica del cattolicesimo. E non possiamo ignorare il fatto che questa marginalizzazione avviene proprio mentre gli episcopati africani si oppongono con forza ad alcune derive dottrinali provenienti dall’Europa, come le benedizioni alle coppie omosessuali. È una scelta che ha il sapore di una punizione politica.
Anche gli Stati Uniti, un altro grande assente, vengono ignorati. Nessun cardinale statunitense, nemmeno uno. Ma allora, a chi guarda davvero il Papa? Sembrerebbe che la sua attenzione sia focalizzata quasi esclusivamente su America Latina e Asia, con nomine che premiano un episcopato decisamente più in linea con la sua visione progressista.
Il caso Radcliffe: un segnale chiarissimo
Ma tra tutte le nomine, quella che fa più discutere è senz’altro quella di padre Timothy Radcliffe. A 79 anni, il domenicano britannico diventa cardinale, nonostante la sua posizione apertamente favorevole al mondo LGBT. Questo è il segnale più chiaro e inequivocabile che Bergoglio manda alla Chiesa: non ci sarà alcuna inversione di tendenza. Al contrario, si va avanti su una strada ben precisa, una strada che, per molti, rappresenta un netto allontanamento dalla tradizione.
Non si può ignorare il fatto che Radcliffe è stato protagonista di accesi dibattiti dottrinali e che la sua nomina rappresenta un chiaro endorsement a una visione della Chiesa che si allontana sempre più dai dettami conservatori. Una “carriera” riconosciuta a un personaggio scomodo per molti, ma evidentemente strategico per Francesco.
Dove sta andando la Chiesa?
Alla fine, la domanda è una sola: dove sta andando la Chiesa sotto la guida di Papa Francesco? Con la nomina di 21 nuovi cardinali, si conferma un quadro di scelte sempre più personali, di promozioni fulminee, di favori ad amici e confidenti. Si parla tanto di periferie, di sobrietà, di austerità, ma poi si alimentano le stesse dinamiche di potere che si erano sempre criticate.
Il prossimo concistoro non sarà solo un momento per riflettere sulla Chiesa di oggi, ma anche su quella di domani. Un domani che, a quanto pare, sarà sempre più lontano dalle radici e sempre più vicino a una visione personalistica e progressista imposta da un Papa che non sembra avere alcuna intenzione di cambiare rotta.

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