Sogno o son desto? L’ONU, quella stessa organizzazione che dovrebbe promuovere la pace e la stabilità mondiale, ha proposto di depenalizzare non solo le droghe, ma anche la prostituzione, l’aborto e persino l’esposizione intenzionale all’HIV. Sì, avete letto bene: depenalizzare l’esposizione intenzionale all’HIV! È come se uno andasse in giro con una pistola a sparare alla gente e noi dicessimo: “Beh, poverino, anche lui ha diritto a esprimersi, dopotutto.”
La dottoressa Tlaleng Mofokeng (nella foto), relatrice speciale dell’ONU sul diritto alla salute, si è presentata con il suo sorriso smagliante per suggerire che, in nome di un «approccio basato sui diritti umani e sulla riduzione del danno», sarebbe cosa buona e giusta fare un bel passo avanti verso la completa depenalizzazione di attività che – mi perdonerete – sono dannose, pericolose e, in molti casi, decisamente criminali. Ma certo, cosa importa? Riduzione del danno! Chi se ne frega della morale, della sicurezza pubblica, della salute mentale e fisica di intere generazioni!
La stupefacente ingenuità dell’ONU
Primo problema: questa proposta presuppone una visione assolutamente idilliaca del mondo, una fantasia da cartolina dipinta in tenui pastelli. L’idea che depenalizzare le droghe renda tutto più sicuro e meno pericoloso è, in breve, una favola. Parliamo di sostanze che devastano vite, famiglie, intere comunità. Non è un caso che Paesi come il Camerun e l’Egitto, con la loro esperienza diretta di lotta contro il narcotraffico, abbiano risposto con incredulità a questa proposta assurda. “È una minimizzazione della gravità dell’abuso di droga e sostanze stupefacenti,” ha detto il delegato del Camerun. E ha ragione!
Pensateci un attimo: un’istituzione come l’ONU, che dovrebbe fare da guida morale e etica, invita a depenalizzare le droghe? Dove siamo finiti? In quale film distopico ci siamo ritrovati? La realtà è che nessun Paese al mondo, nemmeno i più avanzati, può vantarsi di essere al riparo dalle conseguenze devastanti della diffusione della droga. In Europa, negli Stati Uniti, in Asia, nessuno può dirsi immune dagli effetti che la droga ha avuto, soprattutto tra i più giovani. E ora, l’ONU vorrebbe che considerassimo tutto questo come… cosa, esattamente? Un gioco? Una scelta innocua?
La pericolosa “riduzione del danno”
Ma non è finita. Perché l’ONU non si limita a depenalizzare le droghe. No, per nulla. Secondo la dottoressa Mofokeng, anche la prostituzione e l’aborto dovrebbero essere depenalizzati in nome della “riduzione del danno”. Ci sarebbe da chiedersi: riduzione del danno per chi, esattamente? Per le famiglie? Per le vittime della tratta sessuale? Per gli adolescenti lasciati in balìa di messaggi completamente fuorvianti?
In nome della “riduzione del danno”, stiamo dicendo ai nostri giovani che il consumo di droga non è poi così grave. Stiamo suggerendo che la prostituzione possa essere considerata una semplice “professione”. E stiamo facendo passare il messaggio che persino l’esposizione intenzionale all’HIV, un atto criminale che mette deliberatamente a rischio la salute altrui, possa essere tollerata. È questo il messaggio che vogliamo mandare?
Se la “riduzione del danno” implica abbattere ogni principio etico e morale, dove si fermeranno? Chi stabilisce quale danno deve essere ridotto e quale, invece, può essere considerato accettabile?
Le nazioni che rispondono con fermezza
Per fortuna, c’è ancora qualcuno che reagisce con fermezza. Il Camerun, l’Egitto, Cuba – Paesi che hanno visto da vicino la devastazione causata dalla droga – hanno avuto il coraggio di rispondere. Il delegato egiziano ha ricordato, con amarezza, che questa proposta ONU potrebbe trasmettere ai giovani l’idea che l’uso di droghe sia privo di rischi per la salute. Non c’è nulla di più falso e pericoloso. E Cuba, che conosce il peso della lotta al traffico di droga, ha risposto chiaramente: “Questa è una piaga che produce cicli di povertà, violenza e altri tipi di comportamento criminale.” Ma certo, forse i delegati dell’ONU non lo sanno, impegnati come sono a vivere nelle loro torri d’avorio.
L’Occidente che plaude
Ma la cosa davvero inquietante, ancor più della proposta stessa, è che ci siano Paesi occidentali che la sostengono. Gli Stati Uniti, per esempio, che hanno applaudito l’idea della “riduzione del danno” e della depenalizzazione, hanno parlato della necessità di “invertire la sproporzionata incarcerazione di persone di colore per possesso di marijuana”. Ma non è questo il punto. È del tutto inutile parlare di giustizia sociale se la soluzione è liberalizzare tutto e fare finta che i rischi non esistano. Dobbiamo davvero abbandonare ogni principio per risolvere i problemi di disparità sociale?
In Sudafrica, l’idea di “riduzione del danno” è stata portata al centro delle politiche di prevenzione, ma non si parla di eliminare il problema, quanto di combatterlo alla radice. Qui, invece, si parla di “gestire” il danno, come se tutto questo fosse inevitabile. Ma questo è un ragionamento miope, che ci espone al rischio di aggravare ulteriormente la situazione.
L’Italia: un filo di buonsenso
In Italia, per fortuna, abbiamo ancora un minimo di razionalità. E per quanto non manchino coloro che vogliono liberalizzare il consumo di droghe – da chi evidentemente pensa che fumarsi uno spinello sia un diritto umano inalienabile – ci sono anche forze pronte a contrastare il traffico e l’uso di sostanze stupefacenti. Si è deciso, almeno per ora, di continuare con campagne di sensibilizzazione nelle scuole, ricordando a tutti che non esistono “droghe leggere”. Perché il rischio è reale, è tangibile, e colpisce soprattutto i più giovani, le nuove generazioni che sono esposte a un mondo sempre più complesso e confuso.
Ma questo non basta. Serve qualcosa di più. Serve una politica chiara e ferma, che non si lasci intimorire da chi parla di “riduzione del danno” ma agisca con determinazione per proteggere i nostri giovani da una realtà drammatica.
L’ONU e il mondo capovolto
In conclusione, questa proposta dell’ONU appare come un disegno che vuole abbattere ogni certezza morale. In nome dei diritti individuali, dell’autodeterminazione, si finisce per rinunciare a proteggere i più deboli, gli emarginati, i giovani. È una proposta che può sembrare progressista, ma che nasconde una trappola pericolosissima: un futuro in cui ogni valore viene svuotato, ogni norma annullata, e si finisce per vivere in un caos giustificato dal “diritto alla salute”.
L’ONU, che dovrebbe essere il baluardo della giustizia e della pace, sembra invece promuovere una cultura dell’autodistruzione mascherata da tolleranza. Ma se la tolleranza è questa, se il rispetto dei diritti significa assistere alla distruzione del tessuto sociale, allora è il momento di dire basta.
Perché c’è un limite anche alla “riduzione del danno”.

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