Ah, le toghe italiane! Sempre pronte a ricordarci quanto amano la Costituzione… quando fa comodo. Sabato scorso, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, i magistrati hanno deciso di offrirci un nuovo spettacolo teatrale. Questa volta, però, senza biglietti d’ingresso, ma con un’uscita di scena degna di una soap opera. Che cosa è successo? Hanno abbandonato le aule delle 26 Corti d’appello italiane mentre i rappresentanti del governo osavano (sacrilegio!) parlare della riforma della giustizia.
Lo capite? Il governo Meloni propone una riforma per separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, come suggeriva anche il compianto Giovanni Falcone, e le toghe cosa fanno? Invece di discutere, dibattere, proporre alternative, decidono di fare ciò che sanno fare meglio: protestare. Con tanto di coccarde tricolore e la Costituzione in mano. Perché, si sa, nulla dice “autonomia della magistratura” come un bel corteo politico mascherato da cerimonia istituzionale.
La scena del crimine
A Napoli, il ministro Nordio non ha nemmeno fatto in tempo a iniziare il suo discorso che le toghe hanno preso la porta. A Roma e a Bari, stessa coreografia: giù la toga, su lo striscione. E a Milano, ah Milano, non potevano mancare le citazioni di Piero Calamandrei. Sì, perché se vuoi contestare una riforma che non hai neanche letto, è sempre meglio buttare lì qualche frase storica per far finta di avere argomenti.
E poi lo sciopero del 27 febbraio: un evento epico per salvare i privilegi di una casta che si definisce indipendente, ma che sembra avere un grande amore per la politica. Un amore non corrisposto, a giudicare dalle urne.
Il dramma dello status quo
Il punto è chiaro: qualunque riforma venga proposta per migliorare la giustizia italiana è vista come una catastrofe. “È la fine del mondo!” gridano dall’Associazione Nazionale Magistrati. Fine del mondo per chi, però? Per i cittadini stanchi di una giustizia lenta e politicizzata? O per una minoranza di magistrati che teme di perdere quel potere spropositato che si è autoattribuita negli anni?
Come ha giustamente sottolineato il ministro Nordio, questa non è una guerra alla magistratura, ma una semplice riforma tecnica. Eppure, c’è chi preferisce trasformare ogni tentativo di cambiamento in un dramma shakespeariano, con tanto di accuse di lesa maestà e sceneggiate degne di un palcoscenico.
Basta privilegi, avanti con le riforme
La verità è che i magistrati sono al servizio dello Stato, non il contrario. Sono pagati con i soldi dei cittadini per applicare le leggi, non per contestarle. È ora di ricordare che il Parlamento è sovrano, non una minoranza di toghe che pensa di essere intoccabile.
Cari magistrati, se davvero amate la Costituzione come dite, cominciate a rispettarla. E smettetela di fare politica sotto mentite spoglie. Perché, alla fine, non si tratta di voi, ma di noi. Di noi cittadini che meritiamo una giustizia giusta, veloce e, soprattutto, indipendente.
E ora che lo spettacolo è finito, torniamo alla realtà: meno passerelle e più riforme. Forza, il sipario si è chiuso. Ma questa volta, non c’è applauso.

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