C’è chi combatte le battaglie a parole, chi lo fa con i decreti e chi, invece, scende direttamente sul campo, senza paura di sporcarsi le mani. Don Mario Loi (in foto, La Stampa), meglio conosciuto come Padre Rambo, apparteneva a questa ultima categoria: preti di azione, di quelli che non si limitano a predicare, ma vivono il Vangelo nella concretezza quotidiana. Se n’è andato a 71 anni al Cottolengo, dopo una vita spesa nelle periferie più difficili di Torino, prima a Barriera di Milano e poi alla Falchera, quartieri spesso dimenticati, dove il confine tra speranza e abbandono è sottile come un filo d’erba.
Ma lui, quel confine, lo voleva spezzare. Con determinazione e con l’arma più potente che conoscesse: lo sport. Perché sì, don Mario non era un sacerdote qualunque. Prima di indossare la tonaca, era stato un campione di lotta greco-romana, disciplina che gli aveva insegnato la forza, la disciplina e il sacrificio. Valori che ha poi trasmesso ai giovani che frequentavano le sue parrocchie, offrendo loro una via d’uscita dall’attrazione pericolosa della strada.
Una Chiesa che profuma di sudore e riscatto
Don Mario Loi credeva in una Chiesa viva, una Chiesa che sapesse stare accanto ai giovani non solo con le parole, ma con le azioni. Per questo, nella sua parrocchia non c’erano solo banchi e altari, ma anche tatami e sacchi da boxe. Un modo per dire ai ragazzi: “Vieni qui, sfogati, lotta, impara a rialzarti”, invece di finire tra le braccia di chi avrebbe voluto solo usarli per lo spaccio o la microcriminalità.
A Barriera di Milano e alla Falchera, due quartieri difficili, i problemi erano (e sono ancora) tanti: droga, bande giovanili, degrado. Eppure, lui aveva trovato un modo per cambiare la rotta, senza bisogno di proclami o denunce sterili. Credeva fermamente che un ragazzo impegnato a sudare su un tappeto da lotta avesse meno tempo per perdersi per strada. E aveva ragione: tanti giovani lo ricordano oggi come un padre, una guida, un punto di riferimento solido in un mondo troppo fragile.
Un pastore dall’anima forte
Non era solo la sua imponente stazza a ispirare rispetto: era il suo carattere fermo, ma sempre accogliente. Sapeva essere duro quando serviva, perché educare significa anche saper dire di no, dare regole, mostrare una strada. Ma sapeva anche abbracciare, incoraggiare, ascoltare. Un prete che non faceva differenze: accoglieva tutti, senza pregiudizi, senza distinzioni, senza paura.
Questa sua determinazione a stare vicino ai giovani lo ha portato a conquistarsi un soprannome che, all’inizio, sembrava quasi un gioco: “Padre Rambo”. Ma lui lo accettava con un sorriso, perché in fondo quel nome raccontava la sua missione: combattere, sì, ma per la vita, per il bene, per la speranza.
L’eredità di un guerriero della fede
Ora che don Mario Loi non c’è più, resta una domanda: chi prenderà il suo posto? Chi continuerà la sua opera in quelle periferie dove il bisogno di figure come lui è più forte che mai? La sua scomparsa lascia un vuoto enorme, ma anche una lezione potente: se vuoi cambiare il mondo, non basta parlare. Devi agire. Devi stare accanto alle persone. Devi essere presente.
Forse, il miglior modo per onorare la memoria di questo “prete guerriero” non è solo ricordarlo con affetto, ma raccogliere il testimone e continuare il suo lavoro. Perché di sacerdoti come lui, oggi, c’è un disperato bisogno.

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