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Gravina, basta alibi: il calcio italiano va rifondato

La pesante sconfitta per 3-0 contro la Norvegia all’esordio delle qualificazioni mondiali non è un semplice passo falso. È il simbolo di un sistema alla deriva, senza visione, senza coraggio e, soprattutto, senza leadership. Non basta prendersela con Luciano Spalletti – un tecnico preparato, ma inadatto al ruolo di commissario tecnico – quando il vero problema sta più in alto: Gabriele Gravina. Il pesce comincia sempre a puzzare dalla testa.

Gravina: un presidente prigioniero del passato

Gravina si muove ancora nell’ombra lunga di Euro 2021, come se due vittorie ai rigori – legittime, ma figlie dell’abilità di Donnarumma più che di un dominio strutturale – potessero garantire credito illimitato. Ma quel torneo è stato l’eccezione, non la regola. La realtà parla chiaro: sotto la sua presidenza, l’Italia ha già mancato la qualificazione al Mondiale 2022. Ora, dopo un’altra partenza shock, rischia di mancarne due di fila.

Un’umiliazione senza precedenti nella storia del calcio italiano.

A differenza dei suoi predecessori – Giancarlo Abete si dimise dopo il flop del 2014, Carlo Tavecchio fece lo stesso dopo la vergogna contro la Svezia nel 2017 – Gravina è ancora al suo posto. E la domanda è inevitabile: perché?

Un sistema senza guida, senza idee, senza coraggio

Il problema dell’Italia non è solo tecnico, ma strutturale. La Nazionale riflette un movimento confuso, che produce pochi talenti, li brucia in fretta e non investe davvero nei settori giovanili. I club preferiscono i soliti noti, gli allenatori vivono alla giornata, e la federazione resta ferma, abbarbicata a equilibri politici e convenienze personali.

Gravina ha avuto anni per invertire la rotta. Ha avuto il tempo – e il potere – per promuovere una riforma vera: un nuovo modello di scouting, investimenti seri sui vivai, obblighi di minutaggio per i giovani italiani in Serie A, un’identità tattica condivisa. Non ha fatto nulla di tutto questo. Ha preferito la gestione conservativa, le nomine deboli, l’autocelebrazione.

Spalletti non è il problema, ma non è nemmeno la soluzione

Luciano Spalletti non ha colpe assolute, ma nemmeno alibi. La sua Italia è confusa, scollegata, timida. Sembra non credere in sé stessa. E se un allenatore non riesce a trasmettere senso d’identità a una Nazionale, allora il problema è anche suo. Spalletti è stato scelto in fretta, dopo le dimissioni di Mancini, senza un piano chiaro. Ancora una volta, sintomo di una gestione federale reattiva, non proattiva.

Rifondare: non è uno slogan, è una necessità

Il calcio italiano va rifondato. Non a parole, non con task force e convegni. Va rifondato nei fatti. E la rifondazione, come ogni processo serio, parte dalla testa.

Gabriele Gravina ha fallito. Fallito nella visione, nella gestione, nella leadership. E ora dovrebbe fare ciò che altri prima di lui hanno fatto con maggiore dignità: dimettersi.

Solo così si potrà aprire una nuova era. Una stagione in cui si riparte davvero, mettendo al centro i giovani, la competenza, l’identità. Perché questa Italia non ha solo perso una partita: ha perso la fiducia della sua gente. E per riconquistarla serve molto di più di un comunicato stampa. Serve una rivoluzione. E serve adesso.

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Pubblicato inCalcio

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