La fotografia attuale: chi ride e chi piange
Guardiamo la classifica senza paraocchi: l’Italia è terza nel suo girone di qualificazione, superata da Norvegia e Israele. Una volta una notizia così avrebbe fatto saltare sulla sedia l’intera nazione; oggi, invece, sembra quasi normale: i giornali minimizzano, la Federazione balbetta, i giocatori postano selfie dal parrucchiere. Intanto il pallone rotola verso l’abisso.
Due partite giocate: una vittoria stiracchiata contro la Moldova e una sconfitta umiliante in Norvegia, con una squadra spenta, svogliata, incapace di mettere la gamba. Risultato: solo tre punti in classifica e un mucchio di rimpianti già a giugno. Ma la porta per i Mondiali è ancora socchiusa, sebbene cigoli come quella di una cantina dimenticata.
Otto battaglie, zero margine di errore
La verità è semplice: per qualificarsi direttamente, l’Italia deve vincere il girone. Non esistono scorciatoie né santi in paradiso. Chi arriva primo stacca subito il biglietto per il grande palcoscenico mondiale in Nord America. Chi si accontenta del secondo posto? Deve indossare casco e armatura ed entrare nei playoff europei: una semifinale secca e una finale secca.
Basta una serata storta, un arbitro distratto o un palo maledetto per salutare tutti. E la storia recente lo ricorda bene: l’Italia, quando si gioca la pelle all’ultimo minuto, spesso si fa male da sola. Se vogliamo evitare di restare di nuovo esclusi mentre il resto del mondo festeggia, l’unica parola d’ordine è vincere tutto.
Spalletti fuori, Gattuso dentro: scossa o toppa?
La disfatta in Norvegia ha avuto un merito: ha fatto saltare la panchina di Spalletti. Tecnico raffinato, ma troppo leggero per la giungla di una Nazionale che ha bisogno di un domatore, non di un poeta. Al suo posto è arrivato Gennaro Gattuso, l’uomo che in campo masticava avversari come fossero chewing gum e che in panchina non sopporta né divi né passeggiate di salute.
Gattuso non è un allenatore da laboratori tattici. È un motivatore, un martello pneumatico. E forse, proprio per questo, è l’uomo giusto nel momento più delicato. Serviva qualcuno che incutesse timore a questa banda di starlette tatuate, più attente alla prossima sponsorizzazione su Instagram che a tirare un rigore con l’anima. Ora o lo ascoltano, o faranno la fine di Spalletti: fuori a pedate e senza rimpianti.
E qui apro una parentesi doverosa: Gravina, se avesse avuto un briciolo di dignità, avrebbe dovuto presentare le dimissioni subito dopo la figuraccia in Norvegia. In passato presidenti ben più autorevoli di lui si fecero da parte per molto meno. Oggi, invece, ci si aggrappa alla poltrona come cozze agli scogli, anche mentre l’Italia del calcio affonda.
Due Mondiali saltati: una ferita mai rimarginata
Nel 2018 l’Italia ha guardato la Coppa del Mondo da casa. Un trauma. Nel 2022, stessa storia con il Qatar. Due edizioni consecutive vissute da spettatori, a gonfiare l’ego di altre nazioni mentre da noi si consumava un lutto calcistico e morale. Chi ama il calcio sa bene cosa significa: bambini senza un Baggio, un Totti o un Cannavaro a cui aggrapparsi. Bar e piazze senza bandiere. Zero entusiasmo, zero identità.
Ora, immagina un terzo buco nero: la terza esclusione di fila. Un disastro senza precedenti, la conferma che siamo passati dall’essere maestri di questo sport a comparse qualunque. La paura di ripetere lo stesso film dovrebbe far tremare i polpacci a chiunque metta piede a Coverciano. Se non ora, quando?
Le prossime sfide: né facili né impossibili
Chi crede che vincere d’ora in avanti sarà una passeggiata, si illude. I prossimi avversari non saranno il Brasile, ma corrono, pressano, difendono con la bava alla bocca. Norvegia e Israele non regaleranno nulla. Anzi, se sentono odore di paura, ci finiranno senza pietà.
In casa dovremo ritrovare stadi caldi, tribune compatte, cori che fanno tremare le gambe agli avversari. In trasferta, niente più figuracce da spa: servono sudore, compattezza, contropiede spietato. Il bel gioco lasciamolo per tempi migliori. A noi servono punti, non complimenti.
Chi deve tirare la carretta
Donnarumma deve tornare a fare il portiere, non la star di campagne pubblicitarie. I centrocampisti devono correre, recuperare palloni e azzannare le caviglie. Gli attaccanti? Chi segna resta, chi sbaglia gol a porta vuota si accomoda in panchina, anche se si chiama come un eroe degli Europei. Gattuso lo sa: stavolta non ci saranno sconti per nessuno.
Un popolo in apnea
E poi ci siamo noi. I tifosi. Un popolo che, nonostante tutto, continua a sperare. La Nazionale non è un club: è il simbolo di un’identità collettiva. Se questa generazione di giocatori non lo capisce, merita di sparire dai ricordi, sostituita da chi, in Serie B o in C, darebbe tutto per una maglia azzurra.
Chi indossa l’azzurro gioca per milioni di italiani, non per la sua carriera da testimonial o la sua prossima auto di lusso. Questa deve essere la regola non scritta di ogni allenamento, di ogni partita, di ogni convocazione fino a novembre.
La sola conclusione possibile
Sì, l’Italia può ancora qualificarsi per i Mondiali. La matematica lo consente, l’orgoglio lo pretende. Ma nessuno ci regalerà nulla. O si vince ogni maledetta partita, o si prepara la terza estate di silenzi e vergogna.
In campo ci vanno loro, ma la spinta deve arrivare da noi: stadi pieni, cori feroci, niente fischi tanto per fare. Chi indossa questa maglia stavolta deve sudarsela come si suda il pane.
Se Gattuso riesce a rianimare questo moribondo, meriterà un monumento. Se fallisce anche lui, resterà solo un’altra pagina nera da raccontare ai nipoti. E a quel punto, nessuno avrà più voglia di ascoltare.

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