Il 29 giugno 2025 il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha firmato un decreto che avvia formalmente il processo di ritiro dell’Ucraina dalla Convenzione di Ottawa sul divieto delle mine antipersona, un trattato entrato in vigore nel 1999 e sottoscritto da 164 paesi fino a oggi. Con questa mossa, giustificata dal governo di Kiev come una necessità difensiva di fronte all’uso massiccio di mine da parte della Russia, l’Ucraina decide di sottrarre le proprie forze armate a uno dei più saldi vincoli del diritto internazionale umanitario.
Diritto umanitario e principio di distinzione
Alla base della Convenzione di Ottawa — formalmente la “Convenzione sul divieto di produzione, stoccaggio, trasferimento e impiego di mine antipersona e sulla loro distruzione” — vi era il riconoscimento che le mine rappresentano armi capaci di effetti traumatici e indiscriminati. Esse trasgrediscono il principio di distinzione, cardine del diritto umanitario, che impone di colpire esclusivamente combattenti, obiettivi militari e infrastrutture con valenza strategica, tutelando la popolazione civile da attacchi deliberati o da ordigni che perdurino ben oltre la fine del conflitto.
Questo principio, codificato originariamente nei Protocolli aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra (1977), fu poi rafforzato nel 1980 con la Convenzione sul divieto o la limitazione dell’impiego di talune armi classiche (CCW), e successivamente espanso — a partire dalla seconda conferenza di riforma del 2001 — a ogni forma di conflitto internazionale o interno. Il secondo Protocollo della CCW (1996) proibiva già l’uso di mine contro non combattenti, richiedeva bonifiche e documentazione spaziale delle aree minate.
Dalla CCW a Ottawa: bando totale alle mine
A differenza della CCW, la Convenzione di Ottawa non è uno dei suoi protocolli, ma un trattato indipendente che inasprisce il divieto alle mine antipersona: non solo ne vieta fabbricazione e impiego, ma richiede la distruzione degli stock, l’assistenza alle vittime, la cooperazione internazionale e sanzioni al commercio di mine. Pur priva di protocolli tecnici di specifica arma, il trattato ha ottenuto un sostegno pressoché universale — fatta eccezione per potenze quali USA, Cina, Russia e India — grazie al Processo di Ottawa lanciato dal Canada per un bando totale.
Motivazioni ufficiali di Kiev
Il decreto firmato da Zelenskyj accetta la proposta del Ministero degli Esteri ucraino di recedere dalla Convenzione: secondo l’esecutivo, la Russia «non è mai stata parte del trattato e usa mine antipersona con cinismo assoluto, colpendo spesso la popolazione civile»; pertanto, «per difendere efficacemente il proprio territorio, l’Ucraina non può rimanere vincolata da regole che il nemico ignora».
Roma Kostenko, segretario della commissione parlamentare per Sicurezza e Difesa, ha ribadito che la decisione «risponde alla realtà di un conflitto in cui il nostro avversario non ha alcuna limitazione», e ha preannunciato che la ratifica in Parlamento sarà rapida e vincolata all’esigenza di parità di condizioni in guerra.
Un colpo al cuore dei civili: dati sulle vittime
Sul piano umanitario l’impatto delle mine è devastante e duraturo. Il Landmine and Cluster Munition Monitor 2024 riporta per il solo anno 2023 almeno 5.757 vittime fra civili e militari in 53 Stati e aree contese, di cui il 84 % erano civili e il 37 % bambini. Le mine e i residui bellici ostacolano l’accesso a cibo, acqua e infrastrutture di base, rallentano il ritorno dei rifugiati e rendono precaria la distribuzione degli aiuti umanitari.
Nelle aree recentemente liberate dall’esercito ucraino si stimano decine di migliaia di ordigni inesplosi, con deminatori internazionali che impiegano anni per bonificare solo poche centinaia di ettari. In questo contesto, la decisione di aumentare il ricorso alle mine beneficia esclusivamente logiche militari a breve termine, scaricando sui civili il peso di un’eredità letale.
Critiche al ritiro: legalità, isolamento e precedenti pericolosi
Un punto di non ritorno
L’uscita dal Trattato di Ottawa segna un punto di non ritorno nel modo in cui l’Ucraina concepisce la propria difesa: da Stato che aderisce a regole internazionali a nazione pronta a ogni mezzo per respingere un’aggressione che dura da 40 mesi. Sul breve termine, le mine possono rallentare l’offensiva russa; sul lungo termine, tuttavia, la scelta di privilegiare strumenti di terrore indiscriminato rischia di erodere le fondamenta stesse del diritto internazionale umanitario.
Resta l’interrogativo se, una volta cessata la guerra, Kiev sarà disposta a riaderire a un regime giuridico che garantisca la protezione dei civili, o se questa “moratoria” sulle regole di guerra diventerà la nuova normalità nelle aree di confine europeo. La comunità internazionale, chiamata ora a monitorare l’evoluzione delle trattative parlamentari ucraine, deve riflettere su come sostenere la legittima difesa senza rinunciare alla tutela dei più vulnerabili.

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