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Italia contro OMS: no ai nuovi poteri

Il 18 luglio 2025 il ministro della Salute Orazio Schillaci (nella foto) ha firmato e inviato una lettera formale al direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, per comunicare il rigetto integrale degli emendamenti al Regolamento Sanitario Internazionale (RSI), adottati nel 2024 con la risoluzione WHA77.17. L’Italia ha così esercitato il diritto previsto dall’articolo 61 dello stesso regolamento, che consente agli Stati di opporsi entro un termine definito. Se non fosse intervenuto questo atto, gli emendamenti sarebbero entrati automaticamente in vigore il 19 settembre 2025.

È una decisione che segna uno spartiacque nella politica sanitaria internazionale. L’Italia è il primo e finora unico Paese dell’Unione Europea ad aver detto no a un pacchetto di modifiche che, se accolte, avrebbero conferito all’OMS un potere straordinario in caso di “emergenza pandemica”, una nuova categoria giuridica introdotta senza basi scientificamente solide né limiti procedurali certi.

Il significato politico di un gesto netto

Dal punto di vista politico, la posizione italiana si distanzia apertamente dall’approccio della Commissione Europea e si allinea invece a quello adottato da Washington. Il 17 luglio, il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro della Salute statunitense Robert F. Kennedy Jr. avevano già comunicato l’analogo rifiuto da parte degli Stati Uniti. Entrambi hanno criticato gli emendamenti per l’eccessiva autorità conferita all’OMS e per l’introduzione di principi come “solidarietà” ed “equità”, ritenuti concetti ambigui e facilmente politicizzabili. In sostanza, l’Italia ha scelto la strada della sovranità nazionale, rifiutando di legarsi mani e piedi a un organismo sovranazionale non sottoposto a sufficiente controllo democratico.

Il nodo dell’“emergenza pandemica” e i poteri speciali

Il cuore del problema risiede nell’introduzione della nuova categoria di “emergenza pandemica”, concetto che si affianca – ma di fatto sovrasta – la già esistente “emergenza di salute pubblica di rilevanza internazionale” (PHEIC). Questo nuovo strumento giuridico avrebbe consentito all’OMS di agire in maniera rapida e incisiva, ma con margini di discrezionalità molto ampi e con un potere potenzialmente invasivo per gli Stati membri.

Ancora più preoccupante, secondo il governo italiano, era l’inclusione nei nuovi emendamenti di meccanismi di controllo dell’informazione, ossia la possibilità per l’OMS di definire quali informazioni siano affidabili e quali no. In una parola: censura. L’esperienza della pandemia da Covid-19 ha già mostrato quanto possa diventare problematica la gestione dell’informazione quando è centralizzata e autoritaria. In questo senso, l’opposizione italiana non è solo giuridica, ma profondamente culturale: una difesa della libertà di espressione e del diritto dei cittadini ad accedere a un pluralismo informativo, soprattutto in ambito scientifico.

Sovranità, scienza e libertà: una scelta non ideologica

Contrariamente a quanto sostenuto da alcune forze di opposizione e da ambienti scientifici filo-OMS, il no del governo Meloni non nasce da pulsioni ideologiche o da un nazionalismo cieco, ma da una valutazione seria su cosa significhi realmente tutelare la salute pubblica in un sistema democratico. La salute non è solo un fatto medico, è un fatto politico, sociale, economico e – soprattutto – costituzionale. L’universalità delle regole non può sostituire la specificità delle situazioni locali, e ogni Stato deve poter valutare in autonomia il contesto sanitario interno prima di aderire a protocolli imposti dall’esterno.

La reazione dell’opposizione e il dibattito interno

Non sono mancate le reazioni critiche. Da +Europa al Partito Democratico, fino a esponenti del Movimento 5 Stelle, diversi attori politici hanno accusato il governo di voler isolare l’Italia proprio mentre il mondo ha bisogno di cooperazione. Alcune società scientifiche, come il Forum delle Società Scientifiche Clinico-Ospedaliere, hanno parlato di una scelta “molto grave” che rischia di compromettere la credibilità internazionale dell’Italia. Ma da Palazzo Chigi la risposta è chiara: meglio un’Italia autonoma e rispettosa della Costituzione, che un’Italia obbediente e passiva davanti a un potere non eletto.

Nessun vuoto normativo: resta il regolamento del 2005

Chi parla di “salto nel vuoto” ignora che il regolamento precedente, quello del 2005, resta pienamente in vigore. Nulla cambia per quanto riguarda la cooperazione tecnica con l’OMS, né viene meno l’impegno dell’Italia sul fronte della sanità globale. Cambia invece il margine di discrezionalità con cui il governo italiano potrà muoversi: nessun obbligo di adottare misure liberticide come il green pass, nessuna imposizione vaccinale automatica, nessun obbligo di uniformare la risposta sanitaria nazionale a un protocollo unico e centralizzato.

Una sfida alla tecnocrazia, in nome della democrazia

Il rifiuto dell’Italia è quindi molto più di un atto amministrativo. È una dichiarazione di principio, un’affermazione forte che dice: la gestione delle emergenze sanitarie deve passare dal Parlamento, non da decreti firmati in silenzio sotto dettatura esterna. È una sfida lanciata a una governance sanitaria globale che, nel corso degli ultimi anni, ha mostrato segni evidenti di autoreferenzialità e scarsa trasparenza.

Per la prima volta un Paese dell’Unione Europea prende le distanze dalla narrativa dominante e rivendica con forza la propria autonomia decisionale. In un contesto globale sempre più segnato dalla verticalizzazione del potere e dalla marginalizzazione del dibattito pubblico, l’Italia ha scelto la strada più difficile: quella della libertà.

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Pubblicato inSanità

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