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L’Unione Europea e il DSA: libertà d’espressione sotto assedio

Nel nome della “lotta alla disinformazione”, l’Unione Europea ha avviato con il Digital Services Act (DSA) una riforma ambiziosa – ma per molti versi inquietante – del modo in cui si gestisce il contenuto online. Il rischio concreto è che il DSA non si limiti a perseguire fake news e contenuti illegali, ma diventi un meccanismo di censura sistematica, capace di silenziare opinioni dissidenti, satira e contenuti politicamente scomodi.

Lungi dall’essere una normativa neutra, il DSA si presenta oggi come una nuova infrastruttura normativa ideologica, che ridefinisce i limiti del discorso pubblico in base a criteri flessibili, opachi e fortemente politicizzati.

Il seminario segreto del 7 maggio: quando la trasparenza scompare

Il campanello d’allarme arriva dal Congresso americano. Un’indagine della Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti, presieduta dal deputato repubblicano Jim Jordan, ha rivelato i dettagli di un incontro a porte chiuse svoltosi a Bruxelles il 7 maggio 2025. L’evento, organizzato dalla Commissione Europea e denominato “DSA MultiStakeholder Workshop”, ha riunito rappresentanti di colossi come Meta, Google, X e TikTok.

Nonostante l’apparente intento di “discutere scenari di moderazione”, ai partecipanti è stato espressamente vietato di rivelare pubblicamente i contenuti delle esercitazioni simulate. È un dettaglio cruciale: perché mai un seminario su politiche di trasparenza dovrebbe avvenire nel segreto più assoluto?

Secondo i documenti ottenuti dalla commissione americana e diffusi dal giornalista investigativo Matt Taibbi, durante l’incontro sono stati presentati casi limite che mostrano come contenuti legittimi vengano classificati come illegali solo in base al loro orientamento politico.

I contenuti “scomodi”: satira, meme e slogan messi al bando

Tra gli scenari analizzati nel workshop, compare un post ipotetico con la frase “Dobbiamo riprenderci il nostro paese” – un’espressione politica comune, soprattutto in campagna elettorale. Eppure, secondo le simulazioni della Commissione, tale contenuto andrebbe rimosso perché rientrante nel “discorso d’odio”. Non importa che il post non istighi violenza, né contenga offese: è la sfumatura politica a renderlo “pericoloso”.

In un altro esempio, un utente commenta “Espelleteli tutti” sotto un articolo su una famiglia di immigrati accusata di oltre 100 reati. In Germania, questo è stato interpretato come incitamento all’odio e lesione della dignità umana. Anche se il commento può risultare discutibile o crudo, censurarlo implica equiparare un giudizio politico – per quanto provocatorio – a un reato.

Questa linea sottile tra opinione dura e discorso illegale viene oltrepassata sistematicamente, creando un clima di censura preventiva che colpisce anche la satira e i meme. L’umorismo diventa un bersaglio se il contenuto si discosta dalla narrazione ufficiale.

Disinformazione o dissenso?

La parola chiave è “disinformazione”. Ma cosa viene considerato disinformazione? La risposta, in mancanza di criteri oggettivi e trasparenti, dipende sempre più da scelte ideologiche mascherate da razionalità normativa.

Il rapporto della Commissione USA sostiene che le istituzioni europee stiano spingendo le piattaforme ad adottare criteri di censura che vanno ben oltre quanto stabilito dalla legge, creando uno scarto pericoloso tra legalità e accettabilità politica. È una zona grigia in cui contenuti leciti vengono silenziati semplicemente perché urtano la sensibilità delle élite culturali e istituzionali.

Quello che viene proposto non è più il controllo della disinformazione, ma il controllo della narrativa. Un cambio di paradigma profondo, che trasforma l’informazione online da spazio aperto al confronto in un ecosistema regolato dall’alto, dove i contenuti tollerabili sono decisi da autorità non elette.

Il potere di ricatto del DSA: sanzioni e minacce

Il DSA prevede sanzioni colossali per le piattaforme che non si adeguano: fino al 6% del fatturato globale e persino la sospensione dal mercato europeo. Le aziende tecnologiche non hanno quindi una vera possibilità di scelta: o si piegano, o rischiano l’espulsione.

È esattamente quello che sta accadendo a X, l’ex Twitter, sotto indagine da parte della Commissione Europea dopo essersi ritirata dal Codice di Condotta sulla Disinformazione. Le voci critiche sono punite. Il principio è semplice: non devi solo rispettare la legge, devi allinearti a una linea ideologica.

Questa pressione normativa sta spingendo le piattaforme a rivedere le proprie politiche di moderazione su scala globale, creando di fatto uno standard europeo che si impone per via economica anche in paesi dove le leggi sulla libertà di parola sono più garantiste, come gli Stati Uniti.

Il paradosso della “responsabilità”

Secondo la Commissione Europea, il DSA è uno strumento neutro, che impone solo trasparenza e responsabilità alle piattaforme. Ma nei fatti, regolamentare “tutte le forme di comunicazione digitale” significa incidere direttamente su ciò che gli utenti possono o non possono dire.

Henna Virkkunen, vicepresidente per la Sovranità Tecnologica, ha affermato che il DSA è “content-agnostic”, ovvero non giudica i contenuti. Ma come dimostrano gli scenari del workshop, è esattamente ciò che fa. Etichettare come “illegale” un post che esprime un’opinione politica è una presa di posizione valoriale, non un atto neutro.

Il risultato è un meccanismo in cui l’UE decide cosa è accettabile nel dibattito pubblico, senza rendere conto ai cittadini. Una dinamica che ricorda più i regimi autoritari che le democrazie liberali.

Chi controlla i controllori?

Il punto cruciale è uno: chi decide cosa è disinformazione? E, soprattutto, chi garantisce che chi controlla lo faccia in modo imparziale? In un sistema dove i “fact-checker indipendenti” sono spesso finanziati da istituzioni pubbliche o dalle stesse Big Tech, è legittimo domandarsi se l’indipendenza sia reale o solo nominale.

L’esperienza ci insegna che la verità non è mai univoca e che, soprattutto in politica, la pluralità delle voci è un valore, non un rischio. Eliminare le opinioni scomode non significa rafforzare la democrazia, ma trasformarla in una simulazione consensuale, dove il dissenso è tollerato solo entro limiti precisi e decisi altrove.

L’Occidente che imita l’autoritarismo

Il paradosso finale è questo: l’Occidente, nel tentativo di combattere la propaganda e la manipolazione, finisce per adottarne le logiche. Lungi dal rappresentare un baluardo della libertà, rischia di diventare un laboratorio di controllo digitale dove le regole del dibattito pubblico vengono scritte da pochi, nel silenzio di seminari segreti.

Il rapporto del deputato Jordan lancia un avvertimento: le stesse democrazie che accusano le autocrazie di repressione stanno adottando strumenti simili, ma con giustificazioni più raffinate. Il risultato è una nuova forma di censura soft, tecnocratica, algoritmica, ma non per questo meno pericolosa.

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Pubblicato inDemocrazia & dittatura

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