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Conte-Speranza: prima il terrore, poi il benservito

Hanno terrorizzato un Paese intero a colpi di conferenze stampa notturne, grafici ansiogeni e “modelli matematici” degni di Nostradamus. Hanno imposto restrizioni, chiusure, coprifuoco e obblighi sanitari senza precedenti nella storia repubblicana. E nel bel mezzo del delirio collettivo che loro stessi avevano orchestrato, hanno creato un numero verde, il famigerato 1500, per rispondere ai dubbi dei cittadini confusi e spaventati. A gestirlo, centinaia di operatori assunti in fretta e furia per contenere il caos. Oggi, a emergenza finita, quelle voci al telefono sono diventate scomode. Circa 500 lavoratori sono stati licenziati in silenzio, come se non fossero mai esistiti. È l’ultima beffa firmata Conte-Speranza, l’ennesimo strascico velenoso di una stagione che continua a fare danni.

Un call center nato nel panico, morto nell’indifferenza

Era il marzo del 2020. L’Italia entrava nella notte fonda del lockdown, guidata da un governo che sembrava aver studiato l’emergenza più nei talk show che nei manuali di sanità pubblica. A capo della baracca, l’inquietante duo Conte-Speranza: l’avvocato del popolo e il ministro che scambiava le ideologie per la scienza. Fu allora che nacque il numero 1500, il call center dell’ansia istituzionalizzata. Un centralino pensato per “informare” i cittadini. In realtà, serviva soprattutto a gestire (male) il panico che loro stessi avevano creato a colpi di conferenze stampa e decreti-fiume.

Per rispondere alle valanghe di chiamate, vennero assunti a tempo migliaia di operatori, molti tramite Almaviva Contact. Gente comune, che cercava un lavoro in mezzo alla tempesta. Gente che, per anni, ha dovuto fare da parafulmine agli sfoghi, alle paure, ai dubbi di una popolazione bombardata da notizie contraddittorie, allarmismi e linee guida che cambiavano più in fretta dei bollettini della protezione civile.

Oggi, cinque anni dopo, il centralino è muto. E insieme a lui, zittiti, finiscono in mezzo a una strada circa 500 lavoratori, dopo aver galleggiato in cassa integrazione fino al 31 luglio. Il contratto è finito, l’emergenza pure. Ma il conto, come al solito, lo pagano sempre gli ultimi.

Dalla paura all’oblio: cronaca di uno sfruttamento pandemico

Non si può non notare l’amara ironia di questa vicenda. Prima si è terrorizzato un intero popolo, costretto agli arresti domiciliari, umiliato dai droni della polizia e dalle autocertificazioni degne della DDR, spinto a vaccinarsi a colpi di green pass. Poi, con una freddezza degna di un algoritmo, si è dismesso tutto: strutture, servizi, uomini. E quei lavoratori che avevano dato voce allo Stato, improvvisamente sono diventati numeri da tagliare.

E qui torna la mano invisibile – ma nemmeno troppo – del duo Conte-Speranza. La loro gestione della pandemia ha prodotto non solo restrizioni e caos, ma anche una quantità spropositata di posti di lavoro temporanei, clientelari o inutili, giustificati solo dal terrore. Navigator, steward anti-contagio, operatori telefonici del 1500: tutti figli del “keynesismo della caciotta”, quell’improvvisato statalismo da baraccone che credeva di stimolare l’occupazione distribuendo incarichi improvvisati in piena emergenza.

Non una strategia, ma una toppa su una voragine. Perché mentre in Germania si studiavano piani industriali e in Svezia si evitava l’isteria, da noi si inventavano lavori per contenere le conseguenze di una paralisi economica auto-inflitta. Il risultato? Una bolla occupazionale gonfiata nel panico, esplosa nel silenzio.

Una fine già scritta, ma resta il Paese che l’ha permessa

È inutile cercare scuse. Nessuno può dire di non aver visto arrivare questa ondata di licenziamenti. Il servizio 1500 non aveva futuro. Era nato per l’emergenza, non per l’ordinario. Ma ciò che fa rabbia è la totale mancanza di responsabilità da parte dello Stato. Nessuna riconversione, nessun progetto, nemmeno un grazie.

I lavoratori sono stati usati e scaricati. Né più né meno di quanto avviene in certe multinazionali che tanto scandalizzano i giornali – quegli stessi giornali che oggi tacciono su questa ennesima ingiustizia. E Almaviva? Anche qui il copione è noto: delocalizzazioni, tagli, precarietà. Ma se la colpa dell’azienda è evidente, quella dello Stato è peggiore. Perché non si limita a licenziare: prima illude.

Un’altra eredità tossica del “modello Italia”

La storia del call center del 1500 è una metafora perfetta della pandemia italiana. Si parte col panico, si continua con la gestione pasticciata, si conclude con lo scaricabarile. E nel mezzo? Un popolo confuso e impoverito, che ancora oggi paga il prezzo di scelte sciagurate, travestite da rigore scientifico.

Ma non finisce qui. Perché mentre si chiudeva il numero d’emergenza e si licenziavano gli operatori, si continuava a finanziare con milioni le campagne sull’”importanza della vaccinazione”, mantenendo strutture fantasma come i drive-in, e si moltiplicavano gli incarichi per “esperti” e “task force”.

Il Covid è finito, ma il virus dell’irresponsabilità è più vivo che mai.

Non è solo una questione occupazionale. È una questione morale

Terrorizzare, assumere, licenziare. È questo il lascito più sincero del governo Conte-Speranza. Un ciclo vizioso in cui la paura è diventata strumento di potere, l’assunzione una foglia di fico e il licenziamento una liberazione silenziosa. Nessun piano per il futuro, nessun rispetto per il passato. Solo l’eterno presente della politica senza memoria.

Ma la storia, a differenza dei governi, ricorda. E giudica. E il giudizio, in questo caso, non può che essere impietoso.

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Pubblicato inLavoroPandemia

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