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Il Leoncavallo è caduto, ora tocca ad Askatasuna?

Il tempo dei centri sociali intoccabili è finito. Milano ha dato un segnale forte e chiaro: la legalità non è più negoziabile. Con lo sgombero del Leoncavallo, si chiude un’era di ambiguità e privilegi ideologici. Ora tocca a Torino.

Per oltre trent’anni, il Leoncavallo è stato il simbolo di una tolleranza fuori controllo. Un luogo che si è autoproclamato “spazio culturale”, ma che nei fatti ha funzionato come una zona franca dove le regole non valevano. A coprirlo, il velo protettivo di una sinistra sempre pronta a giustificare l’ingiustificabile, a parlare di arte, socialità e mutualismo mentre fuori, tra le mura sbrecciate e i manifesti con falci e martelli, si consumavano abusi quotidiani ai danni della collettività.

Lo sgombero definitivo non è solo un atto di polizia: è un’affermazione di civiltà. È la dimostrazione che uno Stato può (e deve) dire basta a chi, per decenni, ha vissuto in un regime di impunità, facendo dell’illegalità una bandiera e della proprietà privata un bersaglio.

Milano rialza la testa: lo Stato torna a fare lo Stato

Per anni il Leoncavallo ha goduto di una protezione ideologica indecente, che ha alimentato la retorica del “centro sociale come baluardo culturale”. Eppure chiunque abbia vissuto o lavorato nei dintorni di via Watteau sa bene che la realtà era ben diversa: rumori molesti, spaccio, scontri, degrado. Altro che cultura. La parola “autogestione” è servita solo a nascondere un modello di occupazione permanente, al di fuori di qualsiasi regola democratica.

Lo Stato, per troppo tempo, è rimasto a guardare. Ma con lo sgombero, la legalità ha ripreso il suo posto. È stato riaffermato un principio basilare: nessuno è al di sopra delle regole. Né i collettivi, né i militanti, né chi si nasconde dietro slogan pseudo-rivoluzionari per sottrarsi alle responsabilità che ogni cittadino onesto deve affrontare ogni giorno. Pagare un affitto, rispettare il decoro urbano, non aggredire le forze dell’ordine, non incendiare cassonetti per esprimere il proprio dissenso.

Torino non può più fare finta di nulla

Guardando a Milano, la domanda sorge spontanea: cosa aspetta Torino a fare lo stesso con Askatasuna? Anche lì siamo davanti a un’occupazione trentennale, anche lì si parla di “centro culturale”, e anche lì le cronache raccontano tutt’altro: cortei degenerati, attivismo violento, attacchi alle forze dell’ordine, difesa militante della zona rossa della Valsusa. Eppure, anno dopo anno, Askatasuna resta dov’è. Inamovibile. Intoccabile. Protetta.

Il sindaco Lo Russo, che si definisce riformista e moderato, non può più nascondersi dietro le procedure o i tempi lunghi della burocrazia. La domanda è politica, non tecnica. Vuole o no restituire a Torino la certezza del diritto? Vuole o no trattare i torinesi tutti allo stesso modo, oppure continuerà a fare distinzioni tra cittadini di serie A e centri sociali con il bollino ideologico?

Milano ha avuto il coraggio che Torino ancora non mostra. Ma il tempo dei rinvii è finito. Se non ora, quando?

La cultura non nasce nell’illegalità

Chi oggi si strappa le vesti per la chiusura del Leoncavallo, evocando un presunto “attacco alla cultura”, sta giocando una partita truccata. La cultura vera non ha bisogno di occupazioni abusive per esistere. La cultura vive nelle scuole, nei teatri, nelle biblioteche, nei festival regolari, nei luoghi aperti e accessibili, dove chi partecipa lo fa nel rispetto della legge e degli altri.

Quella che si celebrava al Leoncavallo era, nella maggior parte dei casi, una parodia di cultura: autoreferenziale, politicizzata, chiusa, sempre pronta a trasformarsi in ostilità o in scontro. Non si tratta di essere “contro” le idee, ma di smettere di legittimare l’illegalità in nome delle idee. Non esiste cultura che giustifichi il disprezzo per la legalità.

Una lezione per tutto il Paese

Con lo sgombero del Leoncavallo, Milano ha lanciato un messaggio che va oltre i suoi confini: lo Stato di diritto vale ancora qualcosa in Italia. È una lezione per chi, da anni, convive con realtà simili. Da Roma a Bologna, da Firenze a Napoli, è arrivato il momento di porre fine alla farsa degli spazi “liberati” che altro non sono che zone sottratte alla democrazia e al rispetto reciproco.

È ora di capire che ripristinare la legalità non significa reprimere, ma liberare: liberare le città dal ricatto ideologico, dal degrado, dall’impunità. Restituire ai cittadini la fiducia nelle istituzioni, e dire chiaramente che nessuno può vivere al di sopra della legge.

Milano ha chiuso una pagina buia. Ora tocca a Torino voltare pagina. Senza ambiguità. Senza paura.

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Pubblicato inLegalità & illegalità

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