C’è un presidente in Europa che sembra più ossessionato dal proprio ego che dalla stabilità del continente. Emmanuel Macron, da tempo ormai, ha smesso di comportarsi come uno statista – posto che mai sia stato tale – per vestire i panni di un direttore di scena nella sua personale opera diplomatica. L’Eliseo, sotto la sua guida, è diventato un set continuo di mise en scène, dove gli ambasciatori entrano ed escono a ritmo serrato come comparse in una tragicommedia. Francia e Italia, Francia e Stati Uniti, Francia e chiunque osi contestare anche solo una virgola del suo pensiero: l’unica costante è la convocazione. Macron non dialoga, intima. Non si confronta, reagisce. La diplomazia, per lui, è ormai ridotta a una questione d’orgoglio personale.
I nervi a fior di pelle e il via vai di ambasciatori
Non passa giorno senza che la Francia convochi qualcuno. Ultima in ordine di tempo, l’ambasciatrice italiana Emanuela D’Alessandro, colpevole di rappresentare un governo il cui vicepremier — Matteo Salvini — ha osato criticare la folle ipotesi di invio di truppe europee in Ucraina. Salvini ha detto, in sostanza: se Macron vuole la guerra, vada lui col caschetto e il fucile. Una provocazione? Certo. Ma una provocazione politica. In una democrazia sana, si risponde con argomentazioni, non con convocazioni disciplinari.
E invece no. Parigi reagisce con nervi a fior di pelle, convocando ambasciatori come se si trattasse di scolareschi da rimproverare. Lo stesso è accaduto con gli Stati Uniti. Il presidente francese si è sentito toccato nel profondo quando l’ambasciatore americano ha criticato la scarsa reattività del governo francese di fronte all’ondata crescente di antisemitismo. Nessuna smentita nel merito, nessuna risposta concreta: solo una nota stizzita del ministero e l’ennesima convocazione.
La Francia si chiude a riccio, Macron nel proprio ego
Quello che preoccupa non è solo la frequenza delle convocazioni, ma ciò che esse rappresentano. Macron sembra non tollerare più alcuna critica, nemmeno da parte di alleati storici. Ogni obiezione viene presa come un affronto personale. Ogni voce fuori dal coro viene trattata come un attacco alla nazione. Questa reazione sistematica, rigida, sproporzionata, è il sintomo di una leadership in crisi. Una leadership che non sa più come argomentare, e allora reprime. Che non sa più come convincere, e allora convoca.
Nel frattempo, le vere emergenze restano irrisolte. Il fronte interno francese è attraversato da tensioni sociali, proteste, crisi identitarie. Il dibattito pubblico è lacerato e polarizzato. L’antisemitismo è in crescita, la sfiducia nelle istituzioni è palpabile. E mentre tutto questo accade, il presidente della Repubblica francese che fa? Spreca il suo tempo e il prestigio del Paese in una continua escalation diplomatica, nella quale sembra più interessato a salvare la propria immagine che a trovare soluzioni concrete.
Una diplomazia isterica è segno di un isolamento crescentee
Macron ha fatto dell’“Europa che conta” il proprio cavallo di battaglia. Ma contare significa assumersi responsabilità, ascoltare le critiche, mediare tra le differenze. Non significa spadroneggiare nei saloni dell’Eliseo, pretendendo che il mondo intero stia al passo con il proprio umore. La diplomazia non è un riflesso del narcisismo, e una nazione che reagisce con isteria a ogni dichiarazione esterna si indebolisce da sola.
Chi crede che il richiamo degli ambasciatori sia una prova di fermezza, si sbaglia di grosso. È solo l’espressione di un isolamento crescente. Perché quando si passa più tempo a convocare che a costruire ponti, si finisce per restare soli — e peggio ancora, ridicoli.
Un presidente che ha perso il senso del limite (e del ridicolo)
In un momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di lucidità, collaborazione e freddezza strategica, Macron offre l’opposto: suscettibilità, arroganza e teatrini diplomatici. Ha perso il senso del limite, della misura, della realtà. L’Eliseo è diventato una caricatura istituzionale, dove si fa politica estera a colpi di comunicati e convocazioni. Ma la credibilità internazionale non si difende con le porte sbattute in faccia agli ambasciatori. Si difende con i fatti. E in questo, la Francia di Macron ha smesso da tempo di essere un esempio.

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