Altro che campo largo, qui siamo al campo santo. Lapidi politiche già pronte, corone di fiori e dirigenti che si stringono le mani come ai funerali: “Ci rifaremo, l’importante è restare uniti”. Uniti sì… ma per fare cosa? La risposta è sempre la stessa: il nulla. Il voto in Calabria ha tolto l’ultima mano di vernice a un progetto che era già marcio sotto la superficie. Non è stata una semplice sconfitta elettorale, è stato un funerale politico con tanto di campane a morto.
La finta unità che non inganna più nessuno
Da anni ci ripetono che per battere la destra bisogna stare insieme. Ma insieme a chi, e soprattutto per fare cosa? Il cosiddetto campo largo è nato come un matrimonio d’interesse: ognuno tiene per sé il proprio pacchetto di voti, si fanno due conti a tavolino e si pensa che basti. Peccato che la politica non sia matematica, ma chimica. E qui la chimica è saltata da un pezzo. Pd, M5S e Avs non sono un fronte compatto: sono tre passeggeri seduti nella stessa barca che remano in direzioni opposte, convinti che l’imbarcazione vada avanti per miracolo.
Il Partito Democratico, poi, continua a comportarsi da fratello maggiore, quello che impartisce lezioni ma non ascolta. Si proclama guida, ma guida verso dove? Verso il baratro, a giudicare dai risultati. Non ha un linguaggio capace di parlare al Paese reale, non ha una visione condivisa, non ha più radici vive. Vive di parole d’ordine logore, buone per i convegni di partito, non per conquistare piazze e territori.
La Calabria suona la sveglia
C’è chi minimizza: “È solo la Calabria”. Certo, come no. Peccato che dopo le Marche proprio la Calabria abbia mostrato il vero volto di questa coalizione: una macchina elettorale senza motore. Se fosse un’auto, il campo largo sarebbe una vecchia Uno arrugginita con tre piloti che litigano sulla rotta, mentre il centrodestra li sorpassa a fari spenti. Gli elettori non si sono lasciati incantare dagli slogan e dalle conferenze stampa: hanno guardato ai fatti. E i fatti, soprattutto nel Sud, parlano chiaro.
Mentre la sinistra si perde nei labirinti ideologici, il centrodestra parla la lingua dei cantieri e delle infrastrutture. Non sarà poetico, ma è concreto. E la gente vota chi dà l’impressione di poter cambiare davvero qualcosa, non chi recita rosari laici contro la “destra cattiva” come un disco rotto.
Un’opposizione che si auto-sabota
Ogni volta che perdono, i leader del campo largo leggono lo stesso copione. Il M5S dà la colpa all’astensionismo, Avs invoca il rinnovamento, il Pd parla di “unità necessaria”. Una scena già vista, come quei pranzi di Natale in famiglia dove nessuno si sopporta ma tutti sorridono per la foto. La verità è che non esiste un progetto comune, non c’è un’idea di Paese, non c’è nulla che tenga davvero insieme queste forze, se non la comune avversione per il governo. Ma “essere contro” può valere una stagione, non una prospettiva politica duratura.
Il Pd continua a pensarsi perno della coalizione senza accorgersi che è proprio quel perno a scricchiolare. E quando cede il centro, l’intera ruota si sfalda. Intorno si vedono già le crepe: diffidenze reciproche, leadership deboli, posizioni divergenti. È la fotografia nitida di un’alleanza improvvisata e fragile.
Il crollo è nazionale, non locale
Chi pensa che il tracollo calabrese sia un incidente isolato non ha capito la portata della crisi. Qui non è naufragata una candidatura: sta affondando un’intera architettura politica costruita sulla sabbia. E il bello è che continuano a discutere di tavoli programmatici come se bastasse cambiare disposizione delle sedie sul Titanic per evitare l’iceberg.
Il Sud non si riconosce in questo schema artificiale e il resto del Paese non è messo meglio. Gli elettori vedono una coalizione stanca, divisa e scollegata dalla realtà. E quando il Pd, che dovrebbe essere la colonna portante, traballa così vistosamente, tutto l’edificio rischia di crollare in modo fragoroso.
Basta slogan, è tempo di verità
Il campo largo è arrivato al bivio decisivo. O smette di vivere di slogan e comincia a costruire una vera identità politica, oppure può iniziare a scrivere i ringraziamenti di fine stagione. La politica non è un collage di sigle, ma una visione condivisa, e finché questo non verrà compreso, ogni tornata elettorale diventerà un altro funerale. La Calabria è stata la prima campana a suonare. Le prossime, se continuano così, potrebbero suonare a morto per tutto il centrosinistra.

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