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Un orrore da non dimenticare: la strage del 7 ottobre e l’apologia che la offende

Sono passati due anni da quel giorno che verrà scolpito nella memoria come un marchio infame. Il 7 ottobre 2023, Hamas lanciò un attacco terroristico contro Israele con modalità così brutali da superare ogni immaginazione: incursioni via terra, cielo e mare; violenze e abusi casa per casa nei kibbutz; uso di razzi massicci; rapimenti di civili, compresi bambini; assalti a un festival musicale con centinaia di vittime innocenti.

Secondo i dati israeliani, in un solo giorno furono uccisi oltre 1.200 civili e militari, e circa 250 persone furono rapite come ostaggi. Nel kibbutz di Kfar Aza, ad esempio, più di 200 civili — tra cui molti bambini — vennero trucidati casa per casa. L’attacco al festival «Supernova», vicino a Re’im, fu particolarmente indicativo della ferocia: giovani inermi colpiti mentre festeggiavano; decine, forse centinaia di morti; decine di ostaggi.

Questo è terrorismo puro: non una “resistenza”, non una giustizia rivoluzionaria, ma un massacro gratuito, mirato contro civili, con lo scopo di instillare paura, distruzione, dolore. Nessuna giustificazione morale può reggere davanti a madri che perdono figli, padri che perdono moglie, bambini rapiti.

E oggi, due anni dopo, è particolarmente vergognoso che chi pretende di essere “pacifista” non si limiti a protestare, ma trasformi il ricordo sacro della sofferenza in strumento ideologico.

Dalle piazze alle scritte: quando “pace” diventa blasfemia

Negli ultimi giorni, in varie città italiane, Torino e Roma in primis, abbiamo assistito a manifestazioni pro-Palestina che avrebbero potuto — dovuto — essere spazio di riflessione, di pianto, di desiderio di giustizia. Invece si sono trasformate (o ricomposte) in spettacoli di slogan estremisti, striscioni provocatori, scontri con le forze dell’ordine, vandalismo.

Un esempio simbolico e dirompente: uno striscione recante la frase “7 ottobre: giornata della resistenza palestinese”. È una dichiarazione che insulta le vittime israeliane, nega la natura terroristica dell’evento, esalta l’aggressione come “resistenza”. Quando a evocare il 7 ottobre non è la commemorazione del dolore, ma la rivendicazione ideologica, si compie un sacrilegio morale. Come detto dall’ambasciatore israeliano in Italia: “Il massacro del 7 ottobre è stato un atto di brutale terrorismo. Chi lo giustifica dimostra che non vuole la pace ma sostiene Hamas”.

Non è finita. A Roma, il gesto più ignobile e offensivo: la statua di San Giovanni Paolo II, davanti alla Stazione Termini, è stata imbrattata. Si sono scritte frasi volgari — “fascista di merda” — e si è disegnata la falce e martello sulla base della statua. Poi, per macabra ostentazione, sono state apposte scritte come: “Sua Santità vada a Gaza. Cristo muore lì ogni giorno”.

Chi ha compiuto quell’atto sembra aver perso ogni senso del sacro, del rispetto, della storia. Giovanni Paolo II non era solo un pontefice: era figura universale di pace, incarnazione della dignità umana. Offenderne la memoria significa offendere la civiltà stessa. La premier Meloni ha definito l’episodio “atto indegno”.

E non basta: in molte piazze, gruppi piccoli ma determinate provocano contatti con la polizia, gettano petardi, sollevano barricate e non solo verbali. In alcune giornate di sciopero e manifestazioni, ci sono stati scontri e arresti. Un’aggressività che, sotto la parola d’ordine “diritti”, mostra l’ipocrisia di chi dice di combattere contro le ingiustizie ma in realtà alimenta la divisione e la violenza.

Perché questa condanna non è “istigazione all’odio” ma difesa del vero

Qualcuno potrà obiettare: “Se condanni chi applaude Hamas, stai zittendo la critica verso Israele”. No: c’è spazio per la critica, per la denuncia di errori, per il dibattito sul conflitto, per chiedere protezione ai civili palestinesi. Si può e si deve parlare, ma non si può cancellare il senso del bene e del male.

Il gesto di imbrattare una statua sacra, i cori che giustificano la strage del 7 ottobre, gli scontri con la polizia: queste non sono opinioni, sono violenze simboliche che vogliono imporre un’egemonia morale, cancellare il dolore altrui. Chi si propone come “pacifista” e compie queste cose non solo tradisce la parola “pace”, ma la calpesta.

Da cristiano cattolico, vedo in questi atti l’ombra di un nichilismo che rifiuta tutto tranne la propria potenza: non crede più nei valori, ma nei simboli, nella rabbia, nella distruzione. È il veleno del tempo che viviamo. La memoria del 7 ottobre va custodita con fede, non abusata con slogan da guerriglia.

Un bivio morale

Chi scrive non teme la contraddizione: condanno Hamas per ciò che ha fatto, come ho condannato atti statali che trasgrediscano il diritto umanitario. Non sono “schierato” con Israele come potenza, ma con la verità: non si censura un massacro, non si legittima il terrorismo. E odio più ancora chi strumentalizza il dolore altrui per farsi propaganda.

Due anni dopo, il 7 ottobre non può diventare “festa della resistenza”: deve essere giorno di lutto e ammonimento. Un giorno per ricordare che l’umanità ha vinti e vinti, sofferenti e carnefici. Ogni manipolazione storica che rovescia vittima e aggressore è un oltraggio ai morti.

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Pubblicato inTerrorismo

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