Vai al contenuto

Lecornu si dimette, Macron è sempre più solo mentre la Francia affonda

Non ha fatto in tempo a scaldare la poltrona che Sébastien Lecornu, il “premier tecnico-militare” scelto da Emmanuel Macron per tenere insieme i cocci di una Francia allo sbando, ha già gettato la spugna. Un governo nato morto, come molti avevano previsto fin dal primo minuto, frutto non di un progetto politico ma di un disperato tentativo di sopravvivenza dell’Eliseo. E la Francia, quella vera, quella delle piazze, dei lavoratori, dei contadini e dei poliziotti stremati, non ne può più: oltre due terzi dei cittadini chiedono ora apertamente le dimissioni di Macron, considerato il vero responsabile del disastro.

La cronistoria di un fallimento annunciato

Tutto era cominciato poche settimane fa, quando la Francia, dopo mesi di caos politico, sociale e istituzionale, si è ritrovata senza una maggioranza solida e senza un governo capace di governare. Le elezioni anticipate volute da Macron si erano risolte in un boomerang spettacolare: l’Eliseo aveva perso terreno, il blocco macroniano era rimasto sospeso tra destra e sinistra senza riuscire a comporre alcuna alleanza stabile, mentre il Rassemblement National di Marine Le Pen si rafforzava e le piazze ribollivano.

È in questo vuoto che Macron ha deciso di estrarre dal cilindro Sébastien Lecornu, 39 anni, ex ministro della Difesa e figura presentata come “tecnica” ma in realtà profondamente macroniana. Un profilo autoritario e pragmatico, scelto non per guidare un progetto politico ma per fare da parafulmine e tenere insieme, almeno per qualche mese, un sistema ormai in cortocircuito.

Il 25 settembre, con un discorso impostato e militaresco, Macron aveva annunciato la nomina di Lecornu come primo ministro, dipingendolo come “l’uomo giusto per tempi difficili”. In realtà, dietro le quinte, i partiti già preparavano i coltelli. Nessuno voleva davvero sostenerlo, né a destra né a sinistra. Il RN non aveva alcuna intenzione di salvare Macron, la sinistra radicale gridava al “golpe istituzionale”, e perfino nella maggioranza presidenziale molti lo vedevano come un corpo estraneo.

La fiducia mancata e la tempesta sociale

La vera disfatta è arrivata in Parlamento. Lecornu si è presentato con un programma vago, centrato su “sicurezza interna, disciplina economica e coesione nazionale”, ma non è mai riuscito a ottenere la fiducia. Dopo giorni di dibattiti aspri, il voto è stato rimandato, poi annacquato, infine trasformato in un’umiliazione pubblica. Nessuna maggioranza, nessun compromesso, solo un muro invalicabile di ostilità.

Contemporaneamente, fuori dal Palazzo Bourbon, la situazione esplodeva. Scioperi diffusi, manifestazioni violente in diverse città, scontri con la polizia e bandiere bruciate: la Francia ribolliva come una pentola a pressione. Gli slogan erano inequivocabili: “Macron dégage!” riecheggiava in tutte le piazze, da Marsiglia a Lille, da Nantes a Parigi. Lecornu è stato percepito non come una soluzione, ma come un emissario di Macron, privo di autonomia e destinato a fallire.

Le dimissioni-lampo

Il 5 ottobre, a meno di due settimane dall’insediamento, Lecornu ha rassegnato le dimissioni. Ufficialmente per “mancanza di condizioni politiche per portare avanti il programma di governo”. In realtà, la verità è molto più cruda: non aveva né i numeri, né la legittimità, né il tempo. È stato travolto dalla tempesta ancora prima di iniziare. Macron, dicono fonti dell’Eliseo, è furioso e isolato. Alcuni ministri avrebbero tentato fino all’ultimo di convincere Lecornu a resistere, ma la pressione era insostenibile.

Così, in meno di 14 giorni, la Francia si ritrova di nuovo senza governo. Un record negativo che segna il punto più basso della presidenza Macron, già logorata da anni di crisi, proteste, riforme imposte a colpi di decreti e una popolarità ai minimi storici.

Il cerino in mano a Macron

Adesso il cerino è tutto nelle mani del Presidente. La Costituzione francese gli consente ancora qualche mossa istituzionale, ma politicamente è con le spalle al muro. Formare un nuovo governo è quasi impossibile: nessuno vuole legarsi a un presidente percepito come tossico, incapace di federare e ormai inviso alla maggioranza del Paese. La prospettiva di nuove elezioni incombe, ma Macron sa che potrebbero trasformarsi in una catastrofe definitiva per lui e per il suo movimento.

Intanto, i francesi parlano chiaro. Tutti i sondaggi registrano un crollo verticale della fiducia nell’Eliseo e una maggioranza schiacciante di cittadini — quasi il 70% — invoca le dimissioni dirette di Macron, accusandolo di aver portato la Quinta Repubblica sull’orlo del collasso. E mentre lui continua a ripetere slogan europeisti e globalisti davanti ai microfoni, il Paese reale sembra sempre più lontano, arrabbiato e pronto a voltare pagina.

Un epilogo prevedibile

La caduta del governo Lecornu non è un incidente di percorso, ma l’esito logico di una strategia politica fallimentare. Macron ha governato per anni senza ascoltare, imponendo dall’alto decisioni che hanno spaccato il Paese. Ora, nel momento in cui servirebbe un leader capace di unire, ha scelto un tecnico obbediente e isolato, bruciandolo in due settimane.

La Francia non è più solo in crisi: è entrata in una vera e propria fase di disgregazione istituzionale. E il presidente, invece di farsi da parte o riconoscere la realtà, continua a rimanere asserragliato all’Eliseo. Ma un castello costruito sulla sabbia prima o poi crolla, e in Francia le onde si stanno già alzando.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere le ultime notizie nella tua casella di posta, ogni settimana.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Ti è piaciuto questo post? Allora condividilo!
Pubblicato inPolitica

Sii il primo a commentare

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    PHP Code Snippets Powered By : XYZScripts.com