La parabola di Ursula von der Leyen sembra sempre più somigliante a quella di un equilibrista sospeso su un filo sottile e scosso dal vento. Dopo aver superato per un soffio una mozione di sfiducia a luglio, la Presidente della Commissione europea si trova nuovamente con le spalle al muro: oggi, 6 ottobre, la attendono altri due voti che potrebbero rimettere in discussione la sua stessa legittimità politica. E intanto, lontano dalle aule del Parlamento, persistono le inchieste giudiziarie e le polemiche mai sopite sul cosiddetto “Pfizergate”, sui contratti oscurati e sugli SMS scomparsi. Sopravvivere non significa governare, e oggi von der Leyen è una leader che resiste, ma non convince.
Una maggioranza sempre più fragile
A luglio la presidente era riuscita a superare la prima mozione di censura con 360 voti contrari, 175 a favore e 18 astensioni. Un risultato che, pur respingendo formalmente l’assalto, ha mostrato con chiarezza quanto sia ormai logorata la sua maggioranza. Non è un caso che a distanza di poche settimane siano state depositate altre due mozioni, una dalla destra patriottica e l’altra dalla sinistra radicale, entrambe convinte che la sua Commissione sia diventata il simbolo di un potere opaco e burocratico, lontano dai cittadini e ostaggio delle grandi lobby. In aula, quindi, von der Leyen non potrà più contare solo sull’automatismo del voto di gruppo: la fronda cresce e la fedeltà si incrina.
Il nodo irrisolto del “Pfizergate”
Il capitolo più imbarazzante per la Presidente resta quello dei contratti vaccinali. La Corte di giustizia dell’UE ha già condannato la Commissione per aver negato al New York Times l’accesso ai messaggi scambiati tra von der Leyen e il CEO di Pfizer, Albert Bourla. Quegli SMS, utilizzati per definire l’acquisto record di 1,8 miliardi di dosi, non sono mai stati resi pubblici. Peggio ancora: di fatto sarebbero stati cancellati, perché – sostiene Bruxelles – i telefoni utilizzati dalla Presidente sarebbero stati sostituiti più volte senza backup. Una spiegazione puerile che ha il sapore di una presa in giro, mentre i cittadini europei continuano a chiedere conto di come siano stati spesi miliardi di denaro pubblico.
E non è finita: la Procura europea (EPPO) ha confermato che l’indagine sull’acquisto dei vaccini è tuttora in corso. Poche parole, ma sufficienti per tenere il caso aperto e pesare come un macigno sulla credibilità della presidente. Sul fronte belga, invece, alcune denunce sono state dichiarate inammissibili, ma la chiusura formale di un fascicolo giudiziario non equivale a un’assoluzione politica.
Trasparenza mancata e contratti oscurati
Già nel 2024 il Tribunale dell’UE aveva bacchettato la Commissione per aver eccessivamente “oscurato” i contratti relativi al Covid, impedendo di fatto un controllo democratico sull’uso delle risorse pubbliche. Una sentenza che ha minato il racconto di una Commissione trasparente e che ha trasformato i documenti secretati in un boomerang politico. Perché in democrazia non basta dire “abbiamo fatto bene”: bisogna anche dimostrarlo con carte e prove accessibili a tutti.
Il precedente tedesco: telefoni cancellati e scandali militari
Non è la prima volta che Ursula von der Leyen inciampa sulla gestione delle comunicazioni. Quando era ministra della Difesa in Germania, tra il 2019 e il 2020, esplose la cosiddetta “Berateraffäre”: consulenze milionarie affidate con criteri discutibili e, soprattutto, smartphone ufficiali resettati proprio mentre un’inchiesta parlamentare chiedeva di acquisirne i dati. Anche lì si parlò di “ragioni di sicurezza”. Anche lì, più che una spiegazione, rimase l’ombra di un’abitudine: quando le carte sono scomode, spariscono.
Un rischio che va oltre il voto
Tecnicamente, per far cadere la Commissione serve la maggioranza dei membri e due terzi dei voti espressi. Una soglia altissima che finora ha salvato la von der Leyen. Ma ogni nuovo voto rivela l’erosione della fiducia, e questo significa che la sua leadership si indebolisce giorno dopo giorno. Perché non basta respingere le mozioni: se la maggioranza è stanca, se i partner la sostengono senza convinzione, se il Parlamento la sopporta più che appoggiarla, allora la presidente diventa sempre più isolata.
E se le indagini della Procura europea dovessero farsi più stringenti, la tenuta politica rischierebbe di collassare. Perché una presidente nel mirino dei magistrati europei non è compatibile con l’idea di un’Europa credibile e trasparente.
La vera questione: la credibilità
Il problema, in fondo, infatti, non è solo aritmetico o procedurale. È questione di credibilità. Un’Europa che chiede ai cittadini sacrifici, tasse e austerità non può permettersi una presidente che nasconde contratti, cancella SMS e trascina vecchi scandali come bagagli ingombranti. La sfiducia politica non si misura soltanto con i voti in aula: si misura con la fiducia dei cittadini.
E questa, oggi, sembra volatilizzarsi più velocemente dei messaggi dai telefoni presidenziali.

Sii il primo a commentare