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La pace che infastidisce

C’è qualcosa di profondamente stonato nella sinistra italiana di oggi. Mentre il mondo guarda con speranza alla fragile tregua tra Israele e Hamas, molti dei suoi esponenti — da piazza, da talk show, da salotto e da red carpet — appaiono più infastiditi che sollevati. Non è un paradosso apparente: la pace, per loro, non è mai stata un obiettivo, ma un pretesto. Un modo per accusare Israele, demonizzare l’Occidente, e costruirsi addosso un’aura morale a buon mercato.

Ora che il sangue smette di scorrere, che gli ostaggi vengono rilasciati, viene a mancare anche il carburante della loro indignazione permanente. Per mesi, per anni, hanno marciato dietro bandiere palestinesi gridando “pace!”, ma quella parola serviva solo finché significava condanna d’Israele. Ora che la pace vera arriva, la sinistra si scopre nuda, priva di bersaglio, priva di senso.

La delusione di chi vive di conflitto

Le reazioni sono eloquenti. Silenzio, smorfie, sarcasmo e titoli imbarazzanti. “Fosse vero”, era arrivato a titolare Il Manifesto, incapace perfino di fingere gioia per la fine di una guerra. Nel Parlamento europeo, gli stessi che si erano scagliati contro ogni operazione israeliana, restano di pietra, delusi che i cannoni tacciano.

È l’ennesima prova di una sinistra che vive di guerra e nel conflitto, non per fermarlo ma per trarne linfa politica e visibilità. La pace, per loro, è una sconfitta perché toglie il megafono, cancella la piazza, spegne i riflettori. Non è più possibile cavalcare l’onda del dramma per fare carriera o per posare da salvatori del mondo.

Il sogno rosso della rivoluzione globale

Dietro la rabbia cova un’ideologia antica. La sinistra non ha mai smesso di sognare la “rivoluzione globale”, quella che passa oggi per Hamas come ieri per Castro o per Che Guevara. Lo dice chiaramente anche Albanese, attore e cantore del verbo progressista, quando ammette che “da Hamas parte la rivoluzione globale”.

Ecco il punto: non è la pace che vogliono, ma la lotta continua. Non l’accordo, ma lo scontro di civiltà. La sinistra radicale sogna l’Occidente in ginocchio, Israele cancellato e l’islamismo militante come nuovo soggetto rivoluzionario. È un’illusione pericolosa e suicida, ma funziona bene finché la guerra resta aperta, finché c’è un nemico da odiare.

La pace di Trump, il veleno dei progressisti

Il colpo di grazia, poi, è arrivato da dove meno se lo aspettavano. La mediazione americana, targata Donald Trump, è per loro il peggior incubo. Vedere “il fascista, il guerrafondaio, l’irresponsabile” riuscire là dove le diplomazie europee avevano fallito, è per la sinistra una ferita insanabile.

Così la pace diventa sospetta solo perché non l’ha fatta uno dei loro. Meglio, allora, insinuare che sia una farsa, che non durerà, che c’è sotto un complotto. La pace firmata dal nemico politico è intollerabile, anche se salva vite. È il dogma della doppia morale: se la fa la sinistra è “storica”, se la fa la destra è “propaganda”.

L’ipocrisia dei “pacifisti” da salotto

Tra i più isterici nel gridare al tradimento ci sono gli intellettuali, i vip, gli influencer “umanitari”. Quelli che hanno navigato sulle flotille finanziate dal Qatar, che portavano più telecamere che aiuti, che parlavano di “bambini palestinesi” salvo dimenticarli quando la guerra finisce.

Ora che Hamas cede e libera ostaggi, questi moralisti da copertina si mordono le labbra. Non possono ammettere che la violenza islamista sia stata la causa del disastro, né che la pace sia frutto del realismo e non della poesia dei loro slogan. E allora continuano a maledire Israele anche quando tace, sperando segretamente che tutto salti di nuovo per aria.

L’odio che non si spegne

La verità è che alla sinistra italiana non piace la pace perché non sa cosa farsene. La pace chiude le ferite, ma anche i conti in sospeso. Toglie il ruolo di vittime, e smaschera l’ipocrisia di chi predica amore solo per convenienza ideologica.
Ci sono perfino “preti progressisti” e “teologi della misericordia” che maledicono la tregua, perché non consente più di giocare con la retorica del “fratello palestinese oppresso dall’ebreo cattivo”. È la religione del risentimento, non della compassione.

La pace non conviene a chi vive di odio, di piazze, di telecamere. Per questo la sinistra la teme, la sabota, la deride. Eppure, per chi crede davvero nei valori cristiani e umani, ogni passo verso la fine di una guerra è una vittoria del bene sul male, anche se arriva da mani impure o da cuori imperfetti.

Meglio il silenzio che l’ipocrisia

La sinistra avrebbe potuto scegliere la sobrietà, il rispetto, il silenzio grato. Invece ha scelto la bile, la delusione e la negazione della realtà. Non perché la pace sia imperfetta — tutte le paci lo sono — ma perché toglie loro il comodo alibi di una guerra da cavalcare.

E allora sì, viene da dirlo con amarezza: la sinistra italiana odia la pace perché la pace mette fine alla sua mascherata morale. E nel giorno in cui si spegneranno gli ultimi focolai, quando le madri israeliane e palestinesi potranno tornare a piangere i figli senza propaganda, sarà evidente a tutti chi ha davvero voluto la pace e chi, invece, ne aveva solo paura.

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Pubblicato inPolitica

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