C’è una guerra che dura da oltre due anni e mezzo, e non è in Ucraina. Una guerra feroce, dimenticata, che non fa comodo a nessuno raccontare. Si combatte in Sudan, dove due generali — Abdel Fattah al-Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo — si contendono il potere dopo aver marciato insieme nel colpo di Stato del 2021. Due uomini, due eserciti, due ambizioni che hanno trascinato un intero popolo nell’abisso.
Dal colpo di Stato al genocidio nel Darfur, la parabola è stata rapida e sanguinosa. El-Fasher, città simbolo del Darfur, è caduta dopo un assedio di diciotto mesi: 150mila morti, più di cinque milioni di sfollati interni, carestie, malattie, stupri etnici. Le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Dagalo — reclutate fra le tribù arabe — hanno ripreso il copione del 2003, quando con l’appoggio del dittatore Omar al-Bashir tentarono di sterminare le tribù africane. È tornato l’incubo del genocidio, ma questa volta senza telecamere, senza indignazione, senza slogan.
Il silenzio che parla
Per mesi, nessuno ha detto nulla. Né i giornaloni occidentali, né le ONG, né i paladini dei diritti umani. Solo ora, che il sangue ha raggiunto livelli tali da non poter più essere ignorato, se ne accorgono. Ma se ne accorgono male: con la solita ipocrisia.
Come ha scritto Giulio Meotti, giornalista del quotidiano Il Foglio, «il sangue che non può essere politicizzato viene ignorato». Ecco il punto. In Sudan non c’è un oppressore bianco, non c’è un cattivo coloniale, non c’è un Occidente da colpevolizzare. Quindi, il dolore sudanese non vale. Non serve alla narrazione progressista, non alimenta il senso di colpa europeo, non rientra nel copione buoni-cattivi imposto dal mainstream.
E allora, silenzio. Finché non diventa utile accusare l’Occidente di “non fare nulla”. Ecco che i commentatori risorgono: “mancano i corridoi umanitari”, “serve una reazione internazionale”. Già, ma dov’era la vostra indignazione quando la gente moriva di fame a el-Fasher?
Il male non spiegabile
Il Sudan, oggi, è una terra di nessuno. Due generali che si contendono un Paese distrutto. Uno, al-Burhan, capo dell’esercito regolare; l’altro, Dagalo, signore della guerra con in mano oro e petrolio.
Nel Darfur, la ferocia è etnica ma anche economica: chi conquista il territorio controlla miniere d’oro e giacimenti di petrolio. Lì, dove l’odio razziale si intreccia con la brama di ricchezza, si misura la disumanità di questa guerra.
C’è chi parla di guerra per procura — con Egitto, Emirati, Turchia, Russia e persino i Fratelli Musulmani a tirare le fila — ma il dramma rimane lo stesso: un Paese ridotto in macerie, un popolo in ginocchio, e un’umanità che chiude gli occhi.
Il sottosegretario Onu Tom Fletcher lo ha detto chiaramente: «Questa è una crisi della protezione e della responsabilità». Ma non basta dirlo a New York, se poi nessuno muove un dito a Khartoum.
L’assenza dell’Occidente
L’Occidente, quando non può ergersi a giudice o salvatore, scompare. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, principali finanziatori degli aiuti umanitari, hanno lasciato il Sudan al proprio destino. I tre quarti del piano Onu di emergenza non sono stati finanziati.
Eppure, per altre guerre si trovano miliardi nel giro di un giorno. Per Kiev, per Gaza, per ogni crisi “politicamente spendibile”. Per il Sudan, no. Perché il Sudan è solo Africa. E l’Africa, come sempre, serve solo quando produce migranti o materie prime.
Il peccato di non servire
Alla fine, la tragedia del Sudan non è solo una guerra dimenticata. È lo specchio dell’ipocrisia mondiale. Morire di fame o di machete nel Darfur non è “mediaticamente utile”. Non si può trasformare in film, né in bandiera.
Non ci sono eroi da esibire, né tiranni europei da condannare. Solo dolore. E il dolore, quando non fa comodo, non vale niente.

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