La sensazione è sempre più chiara: sul campo la Russia macina terreno, nei palazzi europei si macinano parole. Le mappe militari mostrano una progressione lenta ma costante delle forze di Mosca, soprattutto a est e a sud; i media e molta politica occidentale continuano a parlare di “stallo”, “avanzate minime”, “perdite insostenibili per il Cremlino”.
La distanza fra realtà e racconto non è più una sfumatura: è un fossato.
Pokrovsk: la città che cade al rallentatore
Pokrovsk non è un paese qualunque: è un nodo ferroviario, logistico, il perno di un intero settore del fronte nel Donbass. Ed è proprio lì che la crisi ucraina si è resa visibile persino a chi non vuole vederla.
Da settimane le fonti sul terreno descrivono una città progressivamente infiltrata dalle truppe russe, che approfittano del maltempo, della nebbia e dello sfinimento delle linee ucraine per avanzare in profondità. L’uso massiccio di droni da parte di Kiev, arma decisiva in tante fasi del conflitto, viene letteralmente “spento” dalla nebbia: le ottiche non vedono, i sistemi termici lavorano male, la ricognizione diventa cieca.
Secondo vari resoconti, circa trecento soldati russi sarebbero già penetrati nella città, con una crescita costante del contingente nel giro di pochi giorni, usando anche mezzi leggeri, moto e veicoli civili per limitare la visibilità ai droni. L’avanzata arriva da sud e sud-est, con l’obiettivo dichiarato di chiudere Pokrovsk in una sacca, lasciando solo un corridoio settentrionale, stretto, vulnerabile, difficilissimo da usare in sicurezza per rifornire o ritirare le truppe ucraine.
Qui si vede bene la differenza fra la narrativa ufficiale e la realtà militare: da un lato Kiev parla di “battaglia in corso”, “posizioni tenute”, “resistenza eroica”; dall’altro, analisti militari e reportage indipendenti descrivono una città di fatto operativamente accerchiata, con il tempo che lavora contro l’Ucraina.
La crisi di uomini: il fronte è troppo lungo, l’esercito troppo corto
In parallelo, escono dati che in Occidente vengono quasi sussurrati: l’Ucraina non ha più uomini sufficienti per difendere tutto.
Fonti economico-militari occidentali, non certo filorusse, parlano apertamente di una crisi di manodopera in uniforme: il fronte è ormai lungo più di mille chilometri, le perdite di questi anni sono enormi, le reclute scarseggiano e la motivazione non è più quella del 2022. Tentativi di arruolamento con incentivi economici, contratti brevi, premi, non stanno producendo i numeri necessari.
Il risultato è paradossale: ci sono settori difesi quasi solo da droni e artiglieria, con pochissima fanteria disponibile. E quando i russi decidono di “appesantire” un settore – come Pokrovsk – concentrando uomini e mezzi, le linee ucraine cedono per esaurimento, più che per crollo improvviso.
Pokrovsk e la vicina Myrnohrad vengono descritte come città “sul ciglio dell’abisso”, con ufficiali ucraini che chiedono apertamente il permesso di ritirarsi prima di essere circondati. Se questo non accadrà in tempo, il rischio non è solo la perdita del territorio, ma la distruzione di intere brigate, con numeri che alcuni analisti quantificano in decine di migliaia di uomini tra caduti, feriti e prigionieri.
Kupyansk: il secondo asse che strozza il nord-est
Mentre tutti guardano a Pokrovsk, Kupyansk segue un copione simile. È qui, nel nord-est, che i russi cercano da tempo di ribaltare il successo ucraino della controffensiva del settembre 2022, quando Kiev era riuscita a respingere Mosca da buona parte della regione di Kharkiv.
Oggi la situazione è rovesciata: le forze russe sono tornate all’offensiva sul settore di Kupyansk, con attacchi coordinati lungo le due sponde del fiume Oskol. Le fonti russe parlano di controllo ormai quasi totale della parte orientale della città e di una progressione verso ovest, con gli ucraini che si trincerano nei boschi a sud, sfruttando il terreno ma pagando un prezzo altissimo in uomini e mezzi.
I think tank occidentali, più prudenti, parlano di “offensiva in corso” e “progressi limitati ma reali”, ma tutti concordano su un fatto: Kupyansk è tornata a essere uno dei fronti più caldi e l’iniziativa, da mesi, è nelle mani di Mosca.
Se Kupyansk dovesse cadere definitivamente, Mosca riaprirebbe un importante hub logistico e potrebbe minacciare da nord l’area di Lyman e l’intero dispositivo ucraino a difesa delle ultime porzioni di Donetsk ancora sotto controllo di Kiev.
Zaporizhia e Huliapole: il fronte sud viene “piegato”, non spezzato
Il quadro non migliora scendendo verso sud. Lì, dove per mesi l’Occidente ha raccontato la “grande controffensiva ucraina” del 2023 come la chiave per spezzare la Linea Surovikin, oggi si osserva l’esatto opposto: è la Russia a guadagnare terreno, sfruttando ancora una volta il maltempo e la superiorità di fuoco.
Nella regione di Zaporizhia, varie fonti ucraine hanno confermato il ritiro da più insediamenti – fra cui Uspenivka e altri villaggi dell’area – per carenza di uomini, mezzi e dopo giorni di bombardamenti incessanti, fino a 2.000 colpi d’artiglieria al giorno in alcuni settori.
Gli analisti dell’Institute for the Study of War e altre piattaforme di monitoraggio hanno documentato che i russi stanno usando la nebbia nello stesso modo che a Pokrovsk, infiltrando piccoli gruppi che poi consolidano le posizioni, allargando gradualmente la cosiddetta “zona grigia”. L’obiettivo strategico viene dichiarato in modo sempre più esplicito: tagliare le vie di rifornimento verso Huliapole, indebolire il fronte ucraino meridionale e spingere verso ovest e nord-ovest, in direzione di Zaporizhia città.
Qui il rischio è diverso da quello di Pokrovsk: non tanto una sacca immediata, quanto un aggiramento progressivo, che costringerebbe Kiev ad abbandonare posizioni difese con grande sforzo per due anni, pur di non vedersi chiudere alle spalle.
Quattro anni di guerra in sei righe: “La Russia occupa il 20% dell’Ucraina”
Quasi quattro anni dopo l’inizio dell’invasione su larga scala, la Russia controlla circa il 20% del territorio ucraino, secondo le stime più diffuse anche in Occidente.
Non si tratta solo di una percentuale: è la fotografia di una realtà che smentisce il racconto del “gigante russo che si dissangua senza conquistare nulla”. In questi mesi Mosca ha intensificato le offensive simultanee su diversi settori – Pokrovsk, Kupyansk, Lyman, Zaporizhia – sfruttando la superiorità di uomini, artiglieria e industria bellica, mentre Kiev deve fare i conti con ritardi negli aiuti occidentali, crisi interne, scandali e un logoramento sociale sempre più evidente.
La macchina russa, certo, paga un prezzo in vite umane enorme. Ma il fronte, nel complesso, si muove a suo favore. Ed è questo che in Europa non si vuole ammettere.
Il fronte invisibile: il caso MiG-31, i Kinzhal e l’ombra del falso incidente
In questo scenario si inserisce la vicenda esplosiva – e quasi rimossa in Occidente – del presunto piano ucraino-britannico per dirottare un MiG-31 russo armato con un missile ipersonico Kinzhal.
Secondo quanto reso noto dall’FSB, i servizi segreti russi, un pilota di MiG-31 sarebbe stato contattato da emissari dei servizi ucraini e britannici, con l’offerta di 3 milioni di dollari e la cittadinanza in un Paese occidentale in cambio della consegna dell’aereo e del suo carico letale verso una base NATO in Romania (Mihail Kogălniceanu o l’area di Costanza, a seconda delle versioni).
Le autorità russe parlano apertamente di un’operazione potenzialmente pensata come “provocazione” o “false flag”: il jet, entrando nello spazio aereo della NATO armato di Kinzhal, avrebbe potuto essere abbattuto dalle difese occidentali, innescando un incidente gravissimo da attribuire poi a Mosca. Alcuni resoconti pro-russi descrivono addirittura un piano più cinematografico: il velivolo avvicinato a una base NATO per simulare un attacco, costringendo l’Alleanza a reagire e creando così il pretesto per un’escalation maggiore.
Dall’altra parte, fonti occidentali – pur riportando la notizia – parlano con estrema cautela, sottolineando che le prove fornite dall’FSB non sono verificabili in modo indipendente e suggerendo come ipotesi primaria la semplice volontà di sottrarre alla Russia un sistema d’arma preziosissimo per studiarne la tecnologia, piuttosto che orchestrare un casus belli.
Resta un fatto: se un MiG-31 con Kinzhal entra nello spazio aereo NATO, il tempo di reazione è di pochi minuti, la tensione schizza al massimo e il rischio di errore catastrofico è altissimo. Mettere anche solo sul tavolo una simile dinamica significa giocare con fiammiferi accanto a una polveriera.
Kinzhal e MiG-31: perché proprio loro
La scelta di quel binomio non è casuale.
Il MiG-31 “Foxhound” è un intercettore pesante, erede dei velivoli sovietici ad alta velocità, progettato per volare molto in alto e molto velocemente, ideale come vettore per armi strategiche.
Il Kinzhal (Kh-47M2) è invece l’asso nella manica della propaganda militare russa: un missile aerobalistico ipersonico che, secondo Mosca, può raggiungere velocità dell’ordine di Mach 10 e colpire bersagli a distanze superiori al migliaio di chilometri con traiettorie e profili tali da rendere impossibile o quasi l’intercettazione da parte delle attuali difese aeree occidentali.
Se l’Occidente potesse studiare a fondo un sistema completo – aereo, missile, avionica, sistemi di guida – farebbe un salto enorme in termini di capacità difensive e di sviluppo di armi analoghe. È per questo che molti analisti occidentali, pur scettici sulla tesi del “falso attacco NATO”, riconoscono che il tentativo di corruzione, se reale, avrebbe perfettamente senso sul piano dell’intelligence tecnico-militare.
Dall’altro lato, la versione russa – MiG-31 diretto verso la Romania per provocare un incidente – si inserisce in una lettura più ampia: la guerra non è solo trincee e artiglieria, ma anche operazioni coperte, provocazioni, tentativi di trascinare l’Alleanza Atlantica un passo più dentro il conflitto.
Europa, la narrativa come anestetico
Ed eccoci al punto più scomodo.
Mentre sul campo si consuma tutto questo, in Europa la scelta è quella dell’anestesia narrativa. Si minimizza l’avanzata russa, la si riduce a “qualche villaggio”, si presenta ogni arretramento ucraino come “ritirata tattica”, ogni guadagno russo come “logorante e insostenibile nel lungo periodo”.
Non è solo propaganda: è anche paura politica.
Ammettere che la strategia degli ultimi anni non ha fermato Mosca, che le sanzioni non hanno piegato il Cremlino, che il sostegno militare a intermittenza ha logorato l’Ucraina più di quanto abbia indebolito la Russia, significherebbe dichiarare un fallimento clamoroso davanti agli elettori.
Così si preferisce raccontare una guerra immobile, quando invece è in pieno movimento.
Si insiste sul “prima o poi”, sul “logoramento russo”, sul “collasso economico alle porte di Mosca”, mentre i fatti dicono un’altra cosa: il fronte, lentamente ma testardamente, si sposta a favore della Russia.
E il tempo, in guerra, non è mai neutrale.
Una verità scomoda ma necessaria
Da un punto di vista morale, oltre che politico, c’è un dovere che non andrebbe mai smarrito: chiamare le cose con il loro nome.
Se l’Ucraina rischia di perdere Pokrovsk, di arretrare a Kupyansk, di vedersi piegare il fronte meridionale, non serve a nulla raccontarle che sta “tenendo duro” se non ha uomini, mezzi e munizioni. È un’illusione che brucia vite.
Se esistono operazioni di intelligence talmente azzardate da rischiare incidenti nello spazio aereo NATO, questo non è “genio strategico”: è follia. Giocare con i MiG-31 e i Kinzhal attorno ai confini dell’Alleanza vuol dire flirtare con il baratro.
In un’Europa smemorata, che ha perso il senso del limite e della misura, ci sarebbe bisogno – più che di slogan – di un sussulto di verità. La verità non fermerebbe i carri armati, ma almeno eviterebbe di spedire un continente intero verso un disastro “inconsapevole”.
E forse, da cristiani, bisognerebbe ricordarselo: la pace non nasce sulla menzogna, ma sulla verità e sulla giustizia. Anche quando la verità è dura, scomoda e impronunciale.
Fonti: Reuters, Financial Times, AP News, Business Insider

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