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Il segno della pelle e quello dell’anima

C’è chi li considera un vezzo, chi un ricordo, chi un atto di ribellione. Ma per la Chiesa — e in particolare per figure come padre Gabriele Amorth, il più noto esorcista italiano — il tatuaggio non è mai stato un semplice “disegnino sulla pelle”. È qualcosa di più profondo, e spesso di più inquietante.

Il corpo non è una tela, ma un tempio

Padre Amorth lo ripeteva spesso: “Il corpo non ci appartiene, è tempio dello Spirito Santo”. E se un tempio lo si incide, lo si profana. Non c’è nulla di “estetico” nel marchiare la propria carne — un gesto che, nella simbologia cristiana, ricorda piuttosto il marchio della bestia dell’Apocalisse che non la firma di un artista.

Per il celebre esorcista romano, molti tatuaggi non nascono dall’innocenza estetica, ma da una volontà profonda di possesso, di dominio, di appartenenza. Amorth raccontava di casi di possessione o disturbi spirituali legati proprio a simboli tatuati sul corpo: pentacoli, serpenti, draghi, demoni, simboli esoterici o anche solo segni apparentemente “tribali”, ma di origine magica o satanica. “Non ci si rende conto di che cosa si porta addosso” ammoniva.

Un marchio che divide: Dio o il mondo

Nella Bibbia, già il Levitico è chiaro: “Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi: Io sono il Signore” (Lv 19,28). È un monito che parla di rispetto del corpo, ma anche di appartenenza.
Perché — ricordava padre Amorth — il tatuaggio nasce in contesti pagani, tribali, idolatrici, e conserva in sé quell’aura di sfida alla creazione divina. È l’uomo che si sostituisce a Dio, che vuole riscrivere la propria immagine, cancellando quella che gli è stata donata.

Oggi, in una società ossessionata dall’immagine e dall’apparenza, il tatuaggio diventa il simbolo della ribellione all’ordine naturale. Lo si fa per “ricordare un amore”, ma intanto si incide la pelle come un sacrificio. Lo si fa “per moda”, ma in realtà si partecipa inconsapevolmente a un culto del corpo che nega la trascendenza.

Quando la pelle diventa maschera

Amorth non demonizzava la persona tatuata — anzi, distingueva sempre tra il gesto e l’anima — ma avvertiva che il tatuaggio è un sintomo di una ferita interiore, un segno di disorientamento spirituale.
Molti giovani, diceva, “si marchiano perché non si sentono amati, perché vogliono appartenere a qualcosa, perché cercano un’identità che il mondo non dà più”. È qui la radice del male: la perdita del senso del sacro, del corpo come dono e non come possesso.

E il demonio — aggiungeva con realismo pastorale — “non perde occasione per infilarsi nelle crepe dell’anima”. Basta un simbolo sbagliato, un rito di iniziazione in un tatuatore che “ci mette del suo”, una formula pronunciata inconsapevolmente. Tutto questo, per Amorth, può aprire porte che sarebbe meglio lasciare chiuse.

Riscoprire la bellezza dell’anima

Non si tratta, dunque, di moralismo o bigottismo. Ma di discernimento. Il cristiano non rifiuta la bellezza, ma la bellezza autentica, quella che viene da Dio e non dal bisturi o dall’ago.
La vera arte non è quella incisa nella carne, ma quella scolpita nello spirito. Non è un segno indelebile sulla pelle, ma una traccia di luce nell’anima, che nessun ago potrà mai riprodurre.

In fondo, il cristianesimo non ha bisogno di tatuaggi: ha già il segno della Croce.

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Pubblicato inCostumeReligione

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