La crisi tra Cina e Taiwan non è roba di una mattina di fine dicembre. È una tensione che nasce da una guerra civile mai chiusa, si è trasformata in un braccio di ferro geopolitico di alto livello e oggi assume connotati militari senza precedenti con le esercitazioni Justice Mission 2025. Dietro ai movimenti di navi, caccia e missili c’è una storia e una strategia che vale la pena raccontare con chiarezza, senza giri di parole.
Una ferita aperta dal ’49
Quando Mao Zedong vinse la guerra civile cinese nel 1949 e fondò la Repubblica Popolare Cinese, il governo nazionalista di Chiang Kai-shek si rifugiò a Taiwan, dando vita a un’entità statuale autonoma che nel corso dei decenni è diventata una democrazia fiorente. Per Pechino, però, Taiwan resta parte del territorio nazionale e la sua indipendenza sarebbe un affronto alla sovranità cinese. Questo non è un dettaglio diplomatico: è il cuore della visione politica che guida la leadership di Pechino da oltre settant’anni.
La storia non è un racconto vecchio. Quella contesa ha generato crisi armate negli anni ’50 e ’90, leggi come l’Anti-Secession Law del 2005 che legittima l’uso della forza contro Taiwan, e una pressione costante che si è trasformata in azioni politiche, economiche e militari.
Una strategia di pressione graduale
Negli ultimi anni, Pechino ha affinato la sua strategia. Non è più soltanto una questione di proclami: è una coercizione continua, un accerchiamento diplomatico ed economico di Taiwan che si traduce anche in pressione militare costante. È la tattica della “zona grigia”: mosse aggressive che restano sotto la soglia di un conflitto aperto, ma che servono a stancare, isolare e indebolire Taiwan senza scatenare una guerra.
Questa tattica ha portato a incursioni di jet militari nello spazio aereo taiwanese, violazioni della linea mediana dello Stretto di Taiwan e un numero crescente di esercitazioni navali sempre più vicine alle acque territoriali dell’isola.
La scintilla interna: la politica di Taipei che accende lo scontro
Non è soltanto Pechino a dare fuoco alle polveri. All’interno di Taiwan c’è un’accelerazione che ha reso il confronto ancora più difficile da gestire. Con l’elezione del presidente Lai Ching-te, espressione del Partito Democratico Progressista (DPP), l’isola ha imboccato una strada politica più assertiva. Lai ha definito la Cina come una forza ostile straniera e ha spinto per un rafforzamento delle difese nazionali, leggendo con esattezza cristallina la posta in gioco: la libertà, la democrazia, l’autonomia.
Per Pechino, però, ogni mossa percepita come avvicinamento all’indipendenza è una provocazione che non può restare senza risposta. È così che la politica interna di Taipei ha acceso la miccia di una crisi ormai esplosa in pieno.
Lo spartiacque Pelosi
Un punto di svolta recente fu la visita dell’allora Speaker della Camera USA, Nancy Pelosi, a Taipei nel 2022. Quel viaggio non fu un atto di guerriglia, ma la sua portata simbolica scosse Pechino come raramente era accaduto. Era la conferma che gran parte dell’Occidente non intendeva ignorare Taiwan, e la reazione fu lanciare esercitazioni militari così massicce da sembrare esercizi di assedio.
Da allora, ogni visita ufficiale, ogni vendita di armamenti, ogni parola di sostegno internazionale verso Taiwan è letta a Pechino come un passo verso una indipendenza formale, e quindi come un pericolo da bloccare.
Il ruolo ambiguo degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti si muovono su un filo sottile. Formalmente riconoscono la “One China Policy”, ma attraverso il Taiwan Relations Act continuano a vendere armi a Taipei e mantengono relazioni non ufficiali ma strategiche con l’isola. Questo equilibrio è noto come “ambiguità strategica”: Washington non promette apertamente di intervenire militarmente, ma non esclude di farlo.
Questa ambiguità è pensata per frenare una mossa unilaterale di Pechino e per non spingere Taiwan verso una dichiarazione di indipendenza esplicita. Ma nella pratica ha un effetto diverso: fa sì che ogni esercitazione o vendita di armamenti – come il recente pacchetto da oltre 11 miliardi di dollari – venga percepito da Pechino non come deterrente, ma come un’incitazione.
Justice Mission 2025: l’avvertimento con fuoco vero
Ora si arriva all’oggi. La Cina ha annunciato e lanciato le esercitazioni Justice Mission 2025 con un dispiegamento senza precedenti: forze terrestri, navali, aeree e missilistiche impegnate in addestramenti con munizioni vere a nord e a sud-ovest di Taiwan. Cacciatorpediniere, fregate, bombardieri e droni simulano blocchi navali, attacchi marittimi e controllo delle rotte strategiche. Il messaggio è doppio: testare la prontezza al combattimento e inviare un “serio avvertimento” contro l’indipendenza di Taiwan e chiunque la sostenga.
La Guardia Costiera di Taipei ha visto comparire quattro navi cinesi nelle acque contese. In risposta, il Ministero della Difesa taiwanese ha segnalato la presenza di due aerei militari cinesi e undici navi intorno all’isola nelle 24 ore precedenti, confermando lo stato di massima allerta.
Taipei non si arrende
Taiwan non si limita a condannare la mossa di Pechino. Ha lanciato esercitazioni rapide, ha rafforzato la sorveglianza e ha riaffermato pubblicamente che difenderà la propria democrazia e libertà con ogni mezzo necessario. Questo è un punto fondamentale: la resistenza non è solo militare, ma culturale e morale. Taipei vuole dimostrare che non è un semplice pezzo di terra conteso, ma una comunità dotata di istituzioni, libertà e valori cristiani e civili che si rifiuta di essere risucchiata in un regime autoritario.
Dal Pacifico al mondo
Questa crisi non è un problema locale. Taiwan è al centro del commercio globale e dell’industria tecnologica mondiale: nei suoi stabilimenti si producono i microchip più avanzati, fondamentali per tutto ciò che oggi chiamiamo progresso. Una destabilizzazione dell’isola avrebbe conseguenze gigantesche per l’economia globale, regalando a chi controlla il Pacifico una posizione di forza strategica senza precedenti.
Una linea sottile tra deterrenza e scontro
Se Pechino parla di un “serio avvertimento”, Taipei risponde che non si lascerà intimidire. E mentre le superpotenze giocano a scacchi con portaerei e caccia, la vera posta in gioco è ben più grande: la libertà contro l’autoritarismo, l’equilibrio mondiale contro la coercizione, la dignità di un popolo che rifiuta di essere riscritto nella Storia.

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