Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale resta concentrata su guerre, crisi economiche e tensioni geopolitiche terrestri, Pechino ha giocato una partita decisiva molto più in alto, sopra le nostre teste. Negli ultimi giorni del 2025 la Cina ha depositato presso le Nazioni Unite un piano che prevede il lancio di quasi 200.000 satelliti in orbita bassa, un numero senza precedenti nella storia dell’esplorazione spaziale.
Non si tratta ancora di satelliti pronti al decollo, ma di una mossa burocratica e strategica: assicurarsi frequenze radio e “posti” nello spazio prima che vengano occupati da altri, in particolare dagli Stati Uniti e dalla rete Starlink di Elon Musk. Una corsa silenziosa che potrebbe decidere chi controllerà le comunicazioni globali del futuro.
La mossa silenziosa di Pechino
Alla fine di dicembre 2025, quasi senza clamore mediatico, un nuovo ente cinese ha presentato una richiesta formale all’International Telecommunication Union, l’agenzia ONU che regola l’uso delle frequenze radio e delle orbite satellitari. Il piano riguarda due gigantesche costellazioni di satelliti, chiamate CTC-1 e CTC-2, da oltre 96.000 satelliti ciascuna.
In totale si parla di 193.428 satelliti, distribuiti su 3.660 piani orbitali. Per capirci: in tutta la storia dell’era spaziale l’uomo ha lanciato meno di 20.000 satelliti. La richiesta cinese da sola moltiplica quel numero.
L’ente che ha presentato la domanda, l’Institute of Radio Spectrum Utilisation and Technological Innovation, è stato registrato ufficialmente il giorno dopo il deposito dei documenti. Ha sede a Xiongan, l’area urbana futuristica voluta dal governo cinese per diventare il simbolo della Cina tecnologica del domani.
Perché “prenotare” lo spazio
La domanda che sorge spontanea è semplice: perché chiedere il permesso per 200.000 satelliti che non esistono ancora?
La risposta sta nelle regole internazionali. Il sistema dell’ITU funziona secondo il principio del first come, first served: chi deposita per primo ottiene la priorità su frequenze e orbite. Chi arriva dopo deve dimostrare di non creare interferenze.
In pratica, presentare i documenti oggi significa bloccare lo spazio per domani. Anche se quei satelliti non verranno mai costruiti, la sola richiesta costringe gli altri operatori a fare i conti con essa. È una sorta di occupazione preventiva del cielo.
Secondo diversi analisti, Pechino starebbe semplicemente tenendo aperte tutte le opzioni, riservandosi il diritto di decidere in seguito quanti satelliti lanciare e dove.
Il vero obiettivo: Starlink
Il bersaglio di questa mossa è chiaro, anche se non viene mai citato apertamente: Elon Musk e la sua azienda SpaceX, che con la rete Starlink domina oggi l’orbita bassa.
Starlink conta già circa 9.400 satelliti attivi ed è diventata una vera infrastruttura globale per internet, comunicazioni militari e civili. Per la Cina, questa supremazia americana rappresenta un rischio strategico: dipendere da reti controllate da altri significa perdere sovranità tecnologica.
Depositando una richiesta così ampia, Pechino manda un messaggio chiaro: non intende restare esclusa dalla futura “internet dallo spazio”.
Un piano difficile da realizzare
Sulla carta tutto è possibile. Nella realtà, molto meno. Le regole dell’ITU impongono che entro sette anni dalla richiesta almeno una parte del sistema sia operativa. Poi scattano scadenze precise: 10% dei satelliti in due anni, 50% in cinque, 100% in sette.
Numeri alla mano, per rispettare questi tempi la Cina dovrebbe lanciare oltre 500 satelliti a settimana per sette anni consecutivi. Un ritmo oggi fuori scala. Nel 2025 Pechino ha lanciato 92 razzi, già un record nazionale, ma passare da qualche decina a migliaia di lanci l’anno è un salto enorme.
Non sarebbe la prima richiesta irrealistica: nel 2021 anche il Rwanda aveva depositato un piano per oltre 300.000 satelliti, senza poi lanciarne neppure uno. Ma la Cina, a differenza del Rwanda, è una vera potenza spaziale.
Orbita bassa sempre più affollata
Anche se solo una parte di questi satelliti verrà effettivamente lanciata, l’orbita bassa è già oggi vicina alla saturazione. Tra i 400 e i 2.000 chilometri di altezza si concentra un traffico crescente, con rischi di collisioni e detriti spaziali.
Lo stesso Starlink ha ammesso recentemente problemi tecnici e rientri imprevisti di alcuni satelliti. Per ridurre i rischi, SpaceX ha deciso di abbassare l’orbita di migliaia di unità. Segno che l’affollamento non è una teoria, ma un problema concreto.
Bluff o strategia di lungo periodo
Resta il dubbio finale: la Cina vuole davvero lanciare 200.000 satelliti o sta semplicemente sfruttando le regole per bloccare lo spazio? Probabilmente entrambe le cose. Intanto Pechino sta già sviluppando reti più realistiche, come Guowang e Qianfan, da decine di migliaia di satelliti entro il 2030.
Una cosa però è certa: la corsa allo spazio non è finita, è appena iniziata. E non si combatte solo con razzi e tecnologia, ma con moduli, scadenze e strategie regolatorie. Chi controlla l’orbita bassa controllerà una parte decisiva del mondo di domani.

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