Torino è di nuovo sotto assedio. Non per fatalità, non per una calamità improvvisa, ma per una scelta precisa: trasformare un’istituzione pubblica in retrovia politica dell’antagonismo e poi stupirsi se la città finisce sotto ricatto. Qui non è in gioco la libertà di parola. È in gioco la tenuta della legalità. E quando l’università smette di educare e inizia a “coprire”, a pagare è sempre Torino.
L’università che abdica: quando l’Ateneo rinuncia alla sua missione
Qui non siamo davanti a una svista burocratica né a una scelta “discutibile”. Qui siamo davanti a un’abdicazione vera e propria. L’Università di Torino ha autorizzato e gestito — con mediazioni e spostamenti di sede — lo svolgimento dell’assemblea legata all’area Askatasuna, finita al Campus Einaudi dopo che si era parlato di Palazzo Nuovo. È una dinamica raccontata come “interlocuzione”, come “soluzione logistica”, come “gestione dell’ordine interno”. Ma tradotta in italiano corrente significa: l’Ateneo si fa contenitore e scudo per un pezzo di galassia che annuncia la “presa” della città e organizza la mobilitazione del 31 gennaio.
Il punto non è fare i censori. Il punto è ricordare che un’università pubblica non è un centro congressi neutro, né una bacheca dove qualsiasi cosa “va bene” purché si chiami politica. Quando dentro un’aula si teorizza una mobilitazione “capillare” per “prendersi tutta la città”, e la strategia è dividersi in tre tronconi con partenze da Palazzo Nuovo, Porta Susa e Porta Nuova per paralizzare Torino, quello non è dibattito: è metodo di pressione. E un’istituzione che presta il proprio nome a quel metodo sta scegliendo, eccome se sta scegliendo.
A rendere tutto ancora più surreale c’è la scenografia: il Campus Einaudi, cioè i luoghi dove si studiano diritto, istituzioni, regole. Proprio lì la regola diventa un fastidio e l’illegalità un’opinione alternativa. Non serve il complotto: basta la vecchia miscela di sempre, fatta di timore di contestazioni, di “meglio farli entrare che averli fuori”, di neutralità scambiata per virtù. Ma la neutralità, quando ospiti chi minaccia la città, non esiste. Esiste solo la responsabilità. E infatti le reazioni politiche locali sono state durissime: dalla protesta in rettorato riportata dall’ANSA, fino alle accuse di “follia” per la concessione degli spazi.
Rettore e sindaco: il rimpallo delle responsabilità mentre Torino rischia il caos
Di fronte allo scandalo dell’assemblea antagonista ospitata negli spazi universitari, il rettore Stefano Geuna ha scelto la linea più comoda e più ipocrita possibile: quella della neutralità istituzionale elevata a dogma. Secondo la versione del rettorato, l’Università di Torino sarebbe “uno spazio aperto al confronto”, un luogo che “garantisce la libertà di espressione” e che, proprio per questo, “non entra nel merito delle posizioni politiche” di chi chiede di utilizzare le aule.
Una giustificazione che può funzionare nei comunicati stampa, ma che si sbriciola davanti ai fatti. Perché non si è trattato di un seminario, né di un dibattito accademico, ma di un’assemblea apertamente rivendicativa, durante la quale si è parlato di “riprendersi Torino”, di bloccarla con tre cortei e di trasformarla in un campo di battaglia politica. In quel momento, continuare a invocare la neutralità significa lavarsene le mani, non difendere il pluralismo.
Stefano Geuna, nei fatti, sostiene che “non spetta all’università valutare i contenuti”. Ma questa affermazione è il cuore del problema. Un’università pubblica deve valutare, perché non è una sala affittata a ore né un contenitore neutro. È un’istituzione dello Stato, finanziata con denaro pubblico, che ha una missione educativa precisa. Ospitare chi pianifica la paralisi della città non è garantire libertà di parola: è concedere legittimazione istituzionale a un progetto di conflitto. È dire, implicitamente, che tutto è uguale, che tutto è accettabile, purché non tocchi direttamente chi amministra.
Sul versante comunale, il sindaco Stefano Lo Russo non offre uno spettacolo migliore. Da un lato rivendica che il patto di collaborazione con Askatasuna è decaduto e che lo sgombero dello stabile di corso Regina Margherita è stato necessario perché “le regole non venivano rispettate”. Dichiarazioni corrette, che servono a marcare una distanza formale da quel mondo. Ma è una distanza che dura lo spazio di una frase.
Perché quando il discorso si sposta sull’università e sull’assemblea che rilancia la sfida alla città, Lo Russo cambia registro e alza le mani. Ricorda che l’Università di Torino è un ente autonomo, che la concessione degli spazi “non rientra nelle competenze del Comune” e che l’ordine pubblico è materia di Prefettura e Questura. Tutto vero, dal punto di vista tecnico. Tutto insufficiente, dal punto di vista politico.
Un sindaco non è un semplice custode di competenze amministrative. È il primo responsabile politico della città. E quando qualcuno annuncia pubblicamente di voler “prendersi Torino” e di bloccarla con una manovra a tenaglia, limitarsi a dire “non è affar mio” equivale a scomparire. È la politica del passo indietro permanente, dell’assenza mascherata da prudenza istituzionale.
Ciò che accomuna Stefano Geuna e Stefano Lo Russo è il silenzio sul punto decisivo. Nessuno dei due dice chiaramente se sia accettabile o no che un’istituzione pubblica diventi la piattaforma di rilancio di un gruppo appena sgomberato per illegalità, che promette una nuova stagione di scontri. Nessuno ha il coraggio di affermare un principio semplice: qui non c’è dialogo, c’è una prova di forza.
Il rettore si rifugia nel pluralismo astratto, il sindaco nel rimpallo delle competenze. In mezzo resta Torino, lasciata a prepararsi all’ennesima giornata di tensione mentre chi dovrebbe guidarla preferisce amministrare giustificazioni invece di assumersi responsabilità. Ed è forse questo l’aspetto più grave dell’intera vicenda: non ciò che dicono gli antagonisti, prevedibile e coerente con la loro storia, ma ciò che le istituzioni non hanno il coraggio di dire. Perché quando lo Stato balbetta, qualcuno si sente autorizzato a urlare. E a occupare la città.
Lo sgombero di Askatasuna: la legge spezza l’incantesimo, e scoppia la rabbia
Lo sgombero non è arrivato dal nulla. Non è stato soltanto un atto operativo della Questura dentro un’inchiesta giudiziaria: è diventato immediatamente anche un fatto nazionale, rivendicato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi come “segnale chiaro dello Stato” e inserito in una linea di fermezza pubblicamente dichiarata.Il 18 dicembre 2025 c’è stato il sequestro e lo sgombero dello stabile di corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996, nell’ambito di un’operazione collegata anche alle indagini su assalti e danneggiamenti avvenuti durante manifestazioni pro-Palestina. Non “un fulmine a ciel sereno”: un atto di Stato dopo anni di ambiguità e tolleranze.
I dettagli contano, perché fanno capire che non era un teatrino. L’ANSA racconta di otto decreti di perquisizione, compresa quella all’alba nello stabile; di tentativi di rientro respinti con gli idranti; di petardi e bottiglie lanciati contro le forze dell’ordine; perfino della chiusura di scuole vicine per prevenire rischi legati alle proteste. È il ritratto di una città trattata come territorio di sperimentazione, dove la “causa” giustifica tutto, compreso mettere a repentaglio la sicurezza di chi non c’entra niente.
In questi contesti, la mitologia è sempre la stessa: “ragazzi”, “studenti”, “attivisti”. Poi leggi gli atti, e spuntano resistenze, violenze, danneggiamenti, violazioni di prescrizioni, episodi che non hanno nulla di romantico. Le perquisizioni e gli accertamenti servono proprio a questo: smontare l’alibi della folla indistinta e arrivare alle responsabilità personali, una per una. Perché se passi anni a ripetere che lo Stato è un nemico, non puoi stupirti se lo Stato, a un certo punto, ti chiede il conto.
Il 31 gennaio: la città come trofeo, la strategia come intimidazione
La data cerchiata in rosso è il 31 gennaio. È lì che si concentra l’annuncio più inquietante: tre cortei, tre partenze, un’idea di “accerchiamento” per rendere complicato il controllo del territorio e paralizzare Torino. È un linguaggio che non parla ai cittadini: parla contro i cittadini. Perché chi vive in città sa cosa significa: mezzi bloccati, negozi chiusi, quartieri impraticabili, famiglie in trappola, lavoratori ostaggi di una giornata “militante”.
E qui torna il punto di partenza: quando questa strategia viene raccontata o preparata dentro spazi pubblici universitari, l’effetto non è “democratico”. È legittimante. È come dire: “Lo facciamo alla luce del sole, quindi va bene”. No: farlo alla luce del sole lo rende solo più arrogante.
Serve lo Stato: Istruzione e Interni battano un colpo, prima che sia tardi
Se Torino rischia di diventare teatro di una nuova prova di forza, non basta il commento indignato a posteriori. Serve prevenzione, presenza, chiarezza. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara deve porre una domanda semplice e decisiva: un ateneo pubblico può trasformarsi in piattaforma logistica e simbolica di gruppi che promettono di ‘prendersi la città’?. E il ministro dell’Interno Piantedosi deve proseguire con la linea dura e garantire che la tutela dell’ordine pubblico non sia trattata come un fastidio, ma come un dovere primario.
Perché c’è una verità che andrebbe ripetuta come un catechismo civile: la libertà non è anarchia, e la democrazia non è la legge del più rumoroso. Se non si protegge la legalità, a farne le spese non sono i potenti: sono i più deboli, quelli che non hanno scorte, non hanno megafoni, non hanno organizzazioni alle spalle. Torino non può essere il ring di nessuno.
La verità che brucia
Per qualcuno, ripristinare le regole è un “attacco ai giovani”. Ma la realtà è capovolta: è l’illegalità impunita a divorare il futuro, perché trasforma ogni cosa in arbitrio. Torino non è una zona franca. L’università non è un fortino. La città non è ostaggio. Chi governa scelga da che parte stare: con i cittadini o con chi vuole prendersi Torino a colpi di accerchiamenti.

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