Non fu solo un virus. Non fu un incidente. Fu un metodo.
Il Covid è stato il pretesto perfetto per trasformare l’emergenza in governo permanente, la scienza in clava morale, il dissenso in colpa. In nome della salute si è chiesto silenzio; in nome dei numeri si è imposto il dogma; in nome della “scienza” si è sospesa la democrazia senza mai dichiararlo. Chi faceva domande veniva isolato, chi obbediva promosso a cittadino modello. La paura ha fatto il resto.
È qui che la denuncia di Maria Rita Gismondo smette di essere una voce scomoda e diventa un atto d’accusa. Non contro il virus. Contro il potere che lo ha usato.
Chi parla davvero
Prima delle parole, contano i fatti. Gismondo non è una commentatrice da studio televisivo né una ribelle dell’ultima ora. È una microbiologa clinica, formata nei laboratori e temprata negli ospedali. Per anni ha diretto il Laboratorio di Microbiologia Clinica dell’Ospedale Luigi Sacco, uno dei presìdi più esposti nelle prime fasi della pandemia. Mentre fuori imperversavano slogan e rituali mediatici, lei lavorava sui campioni, sui dati, sui virus veri. Ha insegnato, pubblicato, partecipato a gruppi di lavoro su biosicurezza e rischio biologico. Conosce i meccanismi della ricerca, i flussi di finanziamento, le catene di responsabilità. E conosce anche le zone d’ombra.
Una precisazione necessaria: non ha mai negato il virus, non ha mai negato la malattia, non ha mai promosso l’irresponsabilità. Ha chiesto qualcosa di molto più pericoloso per il potere: proporzione, prudenza, verifica e confronto. In un clima isterizzato, è bastato questo per renderla scomoda.
La menzogna organizzata
Il cuore della denuncia non è l’errore – inevitabile in emergenza – ma la sua rimozione. Non l’incertezza iniziale, ma la pretesa di infallibilità. Decisioni drastiche sono state imposte come verità rivelate, non come scelte discutibili. La comunicazione ha sostituito il metodo scientifico; l’autorità ha preso il posto del confronto. È nato un clero laico con i suoi dogmi, le sue scomuniche e le sue indulgenze. In questo schema, la ricerca ad alto rischio è stata sottratta al giudizio pubblico, come se fosse materia per iniziati. Ma quando si maneggiano agenti biologici capaci di fermare il mondo, la trasparenza non è un optional: è un dovere morale.
Il potere globale della salute
La governance sanitaria globale è diventata uno snodo politico di prim’ordine. L’Organizzazione Mondiale della Sanità non è una macchina del male, ma è sempre più dipendente da finanziamenti privati e fondazioni, con priorità che rischiano di essere indirizzate. La questione è strutturale: chi paga orienta. Durante il Covid questo nodo è emerso con forza, ma è stato coperto da una retorica che chiedeva fiducia mentre negava accesso ai dati e al dibattito.
I biolaboratori nel mondo
I biolaboratori esistono. Il punto riguarda quelli di livello 3 e 4, dove si studiano patogeni altamente pericolosi. Nel mondo i BSL-4 sono poche decine, concentrati nei Paesi che contano e spesso inseriti in reti internazionali di cooperazione. Molti operano in regime di dual use, dove la ricerca civile convive con potenziali applicazioni strategiche. Il problema non è la loro esistenza, ma l’assenza di un controllo davvero indipendente e sovranazionale. Le ispezioni sono negoziate, i dati filtrati, le responsabilità diluite. Se qualcosa va storto, la verità si perde tra report non conclusivi e diplomazie allergiche alla luce.
Parlare di biolaboratori senza spiegare la scala BSL significa lasciare il lettore disarmato. Il BSL-1 è la ricerca di base, con microrganismi innocui. Il BSL-2 introduce agenti che causano malattie moderate e richiede procedure più rigorose. Il BSL-3 segna il salto vero: patogeni trasmissibili per via aerea, strutture dedicate, pressione negativa, filtri e protocolli rigidi. Il BSL-4 è il massimo contenimento: virus spesso letali, assenza di cure affidabili, tute a pressione positiva, isolamento totale e decontaminazione multipla. Questa scala non è un tecnicismo: misura il potere che una struttura scientifica esercita. Più si sale, più aumenta il rischio. E più aumenta il rischio, più dovrebbe crescere la trasparenza. Durante il Covid è accaduto l’opposto.
Il sistema italiano
In Italia i biolaboratori ad alto contenimento sono pochi e concentrati. Il vertice assoluto è l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, che ospita l’unico BSL-4 del Paese. Questo significa che, quando si entra nel territorio dei patogeni letali, la responsabilità passa da un solo luogo. Un centro di eccellenza, certo, ma anche un punto di accumulo di potere scientifico che durante il Covid è rimasto spesso fuori da un vero scrutinio pubblico.
Sempre a Roma opera l’Istituto Superiore di Sanità, con laboratori BSL-3 e un ruolo decisivo di indirizzo e validazione. A Milano, lo snodo clinico-scientifico del Sacco è stato cruciale nelle fasi iniziali. A Trieste, l’ICGEB collega l’Italia alla rete globale della biotecnologia. Va chiarito anche il ruolo dell’ISPRA: non manipola virus letali per l’uomo, ma dispone di laboratori biologici avanzati per il monitoraggio ambientale e il rischio biologico, contribuendo a mappare il rischio nazionale nel perimetro “One Health”.
La parola “DeepState” viene liquidata come slogan, ma al netto delle caricature resta un fatto: esistono strutture di potere che non passano dal voto, non rispondono direttamente ai cittadini e continuano a operare indipendentemente dai governi. Durante la pandemia le decisioni più incisive sulla vita delle persone non sono nate in Parlamento, ma in comitati tecnici, task force, organismi di consulenza e reti scientifico-amministrative difficili perfino da mappare.
Il potere non si è presentato come tale: si è travestito da necessità, da automatismo, da “ce lo chiede la scienza”. Chi chiedeva chi avesse deciso cosa, con quali dati e quali alternative, veniva accusato di irresponsabilità. È questo il cuore della “struttura che non vota”: un sistema che si auto-legittima, che produce raccomandazioni tecniche trasformate in vincoli politici senza passare dal conflitto democratico. Se va bene, il merito è della scienza; se va male, la colpa è del virus. In mezzo, nessuno risponde.
La competenza è necessaria, ma quando non accetta limiti diventa dominio. E quando il dominio non ha volto né firma, la democrazia viene sospesa senza mai essere dichiarata morta. È questo il punto che la denuncia rende evidente, ed è per questo che disturba: chiede conto a chi ha governato senza governare ufficialmente.
La questione morale
Alla fine il nodo non è solo scientifico o politico. È morale. La domanda è semplice e brutale: si possono chiedere sacrifici enormi senza dire tutta la verità? Si può imporre il silenzio in nome del bene comune? Si può sospendere la vita, il lavoro, la scuola e le relazioni senza accettare domande?
La tradizione cristiana è chiarissima: la verità non è negoziabile, nemmeno quando è scomoda. Il fine non giustifica i mezzi se i mezzi calpestano la dignità dell’uomo. Durante il Covid, invece, si è chiesto un atto di fede laica. Non fiducia ragionevole, ma sottomissione emotiva. La paura è diventata virtù, il silenzio responsabilità, il dissenso colpa.
Qui la denuncia assume il suo valore più alto. Non perché offra risposte definitive, ma perché rifiuta la menzogna utile. Ricorda che la scienza senza coscienza diventa tecnica di dominio e che l’emergenza, se non viene delimitata, diventa regime.
La resa dei conti
Il virus passerà. Il metodo no, se non lo si smonta.
Perché il metodo è comodo: governa senza voti, decide senza firme, impone senza spiegare. Chiede fiducia quando servirebbe verità. Chiede obbedienza quando servirebbe responsabilità.
La domanda conclusiva non riguarda il Covid né i biolaboratori. Riguarda noi.
Quando la prossima paura busserà alla porta, saremo uomini liberi, capaci di sacrificio ma anche di verità, o una massa docile, pronta a delegare tutto in cambio di una promessa di sicurezza?
Questa non è una questione scientifica.
È una questione morale e spirituale.
E, come sempre, decide chi non accetta di stare zitto.





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