A Torino la piazza “arcobaleno” delle proteste sembra ogni volta nuova, ma nuova non è. Cambiano gli striscioni, ruotano le parole d’ordine – No Tav, ProPal, anti-Meloni, antifascismo militante, ambientalismo radicale, solidarietà ai centri sociali, scioperi “politici” e ora anche anti-Olimpiadi – ma gli attori e le reti restano sorprendentemente stabili. Capire chi c’è davvero dietro quella galassia non significa criminalizzare il dissenso; significa ricostruire continuità organizzative, finanziarie e simboliche che la retorica dell’“autorganizzazione spontanea” tende a occultare.
AVS e la copertura politica “di movimento”
Una parte della legittimazione politica passa oggi dall’area di Alleanza Verdi e Sinistra (in maggioranza col sindaco Stefano Lorusso). Non nel senso di un controllo diretto della piazza – che nessuno rivendica apertamente – ma come cornice narrativa. AVS offre linguaggio, temi e sponde istituzionali a istanze che nascono altrove: ambientalismo radicale, antimilitarismo, anti-capitalismo, ostilità strutturale verso lo Stato “borghese”.
In piazza AVS non organizza i cortei, ma li giustifica politicamente. È la differenza sottile ma decisiva tra il megafono e la patente di rispettabilità. Un ruolo che a Torino pesa più che altrove, perché la città vive ancora di mitologia operaia e di un passato industriale trasformato in ideologia.
La regia delle sigle: il mosaico che torna sempre uguale
Nel capoluogo piemontese il nocciolo duro è composto da una costellazione di collettivi e associazioni che agiscono in coordinamento fluido. Il centro sociale Askatasuna è da anni un hub logistico e politico: spazio fisico, rete di contatti, megafono mediatico. Attorno orbitano realtà storiche del fronte No Tav – con il Presidio Europa e il Movimento No Tav – che forniscono massa critica, know-how di piazza e capacità di mobilitazione rapida.
Sul fronte mediorientale, la bandiera ProPal (filopalestinese) è diventata il collante tematico per saldare lotte diverse sotto un’unica cornice antagonista: la causa internazionale serve a internazionalizzare la protesta locale, moltiplicarne la visibilità e radicalizzare il linguaggio. Non a caso, gli appelli passano spesso per assemblee cittadine dove No Tav, ambientalismo radicale e militanza antifascista trovano una piattaforma comune.
Antifascismo militante e ambientalismo radicale
L’antifascismo che scende in piazza a Torino non è quello istituzionale o commemorativo: è una pratica militante, che legittima il conflitto come metodo. Qui agiscono collettivi studenteschi e gruppi antagonisti che rivendicano l’azione diretta, talvolta la disobbedienza permanente. L’ambientalismo, dal canto suo, è spesso anticapitalista più che ecologista: il Tav diventa simbolo del “sistema”, non solo un’opera infrastrutturale. La convergenza è ideologica prima ancora che tattica.
Il ruolo dei sindacati “di lotta”
Accanto alla galassia antagonista, un capitolo a parte riguarda il mondo sindacale. La CGIL, soprattutto attraverso alcune categorie e articolazioni locali, ha più volte incrociato le piazze politiche con scioperi a contenuto esplicitamente politico. Non è una novità storica, ma a Torino il fenomeno assume una continuità operativa: presenze incrociate, comunicati condivisi, parole d’ordine sovrapponibili. Non tutta la CGIL, ovviamente, ma pezzi riconoscibili che fungono da ponte tra mondo del lavoro e antagonismo urbano.
Altre rivendicazioni che tornano ciclicamente
Oltre ai filoni più visibili, la piazza torinese ospita rivendicazioni ricorrenti: sostegno ai migranti “senza se e senza ma”, opposizione a decreti sicurezza, campagne contro “repressione” e “carcere”, solidarietà ai detenuti dell’area antagonista, difesa degli spazi occupati. Ogni tema è una porta d’ingresso per ampliare la coalizione e legittimare la presenza di sigle diverse sotto lo stesso corteo.
Chi sono i volti: nomi, continuità, leadership informali
Non esiste un “capo” unico, ma figure riconoscibili sì: portavoce storici del No Tav, militanti di lungo corso di Askatasuna, attivisti che da anni transitano da una vertenza all’altra. I nomi cambiano meno di quanto sembri; cambia il ruolo pubblico a seconda del tema del giorno. Questa continuità personale è la prova che la spontaneità è, spesso, una narrazione utile.
È davvero fuori luogo evocare le Brigate Rosse?
Qui serve precisione. No, non è corretto affermare che le piazze torinesi siano “le Brigate Rosse di oggi”. Sì, è legittimo interrogarsi sulle continuità culturali e simboliche. La storia italiana conosce una zona grigia dove l’antagonismo extraparlamentare ha prodotto, nel tempo, salti di qualità. A Torino il ricordo delle BR non è un feticcio polemico: è un monito storico. Le differenze sono evidenti – contesto, strumenti, obiettivi – ma il linguaggio dell’odio, la legittimazione della violenza simbolica, la demonizzazione dell’avversario sono tratti che meritano attenzione. Evocare le BR non è accusare penalmente; è richiamare una memoria che questa città conosce fin troppo bene.
Piazza organizzata o professione della protesta?
La protesta torinese non è un magma casuale. È una coalizione variabile tenuta insieme da luoghi, sigle, persone e un immaginario condiviso. Chiamarla per nome non significa negare il diritto di manifestare; significa smontare l’alibi della spontaneità e chiedere responsabilità politica a chi, da anni, trasforma la piazza in professione.

Sii il primo a commentare