Cinquantacinque miliardi di dollari bruciati sull’altare dell’ideologia verde, evaporati tra il 2025 e l’inizio del 2026 non sono una scivolata contabile, né un inciampo congiunturale. Sono la ricevuta fiscale del più grande errore industriale imposto dall’alto in Occidente. L’auto elettrica, presentata come destino inevitabile e progresso morale, si è rivelata per ciò che è sempre stata: una scelta politica travestita da innovazione, pagata a carissimo prezzo da imprese, lavoratori e contribuenti. E i responsabili hanno nomi e cognomi: Ursula von der Leyen, Frans Timmermans e Joe Biden.
La favola dell’elettrico “chiesto dal mercato” si è schiantata contro la realtà dei bilanci. Quando il mercato non compra, l’ideologia ordina. E quando l’ideologia comanda, l’economia presenta il conto.
Il Green Deal e la pianificazione centrale: Bruxelles contro la realtà
Il bando dei motori endotermici dal 2035, pilastro del Green Deal, ha imposto una monotecnologia ignorando la neutralità tecnologica. Un atto di pianificazione centrale degno dell’economia sovietica, non di un continente che si riempie la bocca di libero mercato. Di fronte al rischio di collasso industriale, Bruxelles ha infilato qualche toppa: finestre triennali sulle emissioni, deroghe ipotetiche, correttivi cosmetici. Ma l’impianto resta e continua a distruggere valore oggi in nome di una promessa futura sempre più fragile.
Gli avvertimenti sono arrivati chiari. Oliver Zipse ha parlato di “errore strategico colossale”. Ola Källenius ha messo in guardia dalla distruzione di centinaia di migliaia di posti di lavoro se si forza l’elettrico oltre i limiti di infrastrutture e domanda. Bruxelles ha fatto spallucce. La fede green non ammette eresie.
I numeri non mentono: 55 miliardi di svalutazioni, non di transizione
Il totale delle svalutazioni certifica il fallimento. Stellantis ha registrato 26,5 miliardi di dollari, cancellando programmi BEV e congelando investimenti. Ford ha contabilizzato 19,5 miliardi, chiudendo di fatto il capitolo dei veicoli elettrici pesanti. General Motors ha aggiunto 6 miliardi, certificando il fallimento della piattaforma Ultium. Volkswagen, attraverso Porsche, ha subito un impatto di 6 miliardi, mentre Renault ha bruciato 1,5 miliardi di euro nel riassetto forzato legato all’elettrico.
Non è una crisi dell’auto. È una crisi dell’auto elettrica imposta per legge.
Il modello Biden: sussidi, regole e un mercato che non risponde
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha replicato lo schema dirigista europeo. Normative sulle emissioni irrealistiche e il piano federale NEVI da 5 miliardi di dollari per la ricarica hanno prodotto risultati minimi: le colonnine promesse non ci sono, o arrivano col contagocce. Nel frattempo i costruttori, spinti da regolamenti e incentivi, hanno investito miliardi su modelli che gli americani non volevano, soprattutto nei segmenti identitari dei truck e dei pick-up.
Il caso del F-150 Lightning è emblematico: vendite deludenti nonostante sconti e bonus. GM ha dovuto abbandonare l’obiettivo del milione di EV entro il 2025. Il consumatore ha votato col portafoglio. E ha detto no.
La Cina ringrazia: il vero vincitore è lo Stato-partito
Mentre Europa e USA affondano nelle svalutazioni, Pechino incassa. Non grazie al mercato, ma a sussidi colossali: oltre 230 miliardi di dollari in poco più di un decennio per costruire una filiera verticalmente integrata e protetta. BYD ha superato Tesla, Geely esporta tecnologia attraverso marchi storici, SAIC è entrata nel mercato europeo usando MG come cavallo di Troia.
Il paradosso è scolpito nei prezzi: un’auto come la MG4 costa in Cina una frazione rispetto all’Europa. Il differenziale consente dumping strutturale, assorbimento dei dazi e conquista di quote, mentre gli stabilimenti europei chiudono.
Un mercato drogato: sussidi oggi, disoccupazione domani
Il risultato è un mercato elettrico artificiale, che sopravvive solo a colpi di incentivi e penalizzazioni dell’endotermico. Un mercato che non regge da solo, ma che ha già prodotto perdita di posti di lavoro, chiusure di impianti e cessione di sovranità industriale.
Il Green Deal non ha salvato il pianeta. Ha indebolito l’Europa, rafforzato la Cina e dimostrato che quando la politica sostituisce il mercato, il prezzo lo pagano i più deboli. I 55 miliardi non sono un incidente. Sono la prova definitiva che l’auto elettrica imposta per legge è stato il più grande harakiri industriale dell’Occidente moderno.

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