C’è un limite a tutto. Anche alla diplomazia, anche alla solidarietà, anche alla pazienza. E quel limite, stavolta, sembra averlo tracciato con mano ferma Viktor Orbán contro le intromissioni di Volodymyr Zelensky nella politica interna ungherese.
Il punto è semplice, quasi brutale nella sua linearità: l’Ungheria non vuole l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione Europea. Non lo vuole il governo e, soprattutto, non lo ha voluto la maggioranza dei cittadini, che nel 2025 si è espressa contro in un referendum nazionale. Fine della discussione? In teoria sì. In pratica no.
Perché da mesi, e con toni sempre più accesi, Kiev alza la voce e pretende. Pretende corsie preferenziali, deroghe, scorciatoie. E pretende anche che chi dissente taccia.
Monaco e lo scontro frontale
Alla recente Munich Security Conference, Zelensky ha scelto la via dell’attacco diretto. Non una critica politica, non un confronto tra visioni europee. Ma parole che, secondo Budapest, hanno oltrepassato il confine della normale dialettica istituzionale, sconfinando nell’insulto personale.
Orbán ha reagito senza giri di parole: l’Ucraina, così, nell’Unione Europea non entrerà. Non per capriccio, ma per principio. Perché nessun leader straniero può permettersi di intervenire in una campagna elettorale nazionale, indicando agli elettori chi votare e chi no.
Se è vero – come ripete Bruxelles – che l’Unione si fonda sul rispetto delle sovranità nazionali, allora vale anche per l’Ungheria. O la sovranità è un valore solo quando fa comodo?
L’adesione “accelerata”: una scorciatoia pericolosa
L’idea di un ingresso rapido di Kiev nell’UE viene presentata come un atto politico necessario, quasi morale. Ma l’Unione Europea non è un rifugio d’emergenza. È – almeno sulla carta – una comunità di Stati che rispettano criteri economici, giuridici e istituzionali ben precisi.
L’Ucraina è un Paese in guerra, con territori occupati, un’economia devastata, una corruzione strutturale che per anni Bruxelles ha denunciato nei propri rapporti ufficiali. Immaginare un’adesione accelerata significa riscrivere le regole in corsa, piegandole all’urgenza geopolitica.
Orbán, nel suo stile diretto e senza troppi fronzoli, ha ricordato una cosa elementare: se si cambia il regolamento per uno, lo si cambia per tutti. E allora che senso hanno avuto anni di negoziati durissimi per altri candidati?
Il nodo della volontà popolare
Qui si tocca il nervo scoperto. Nel 2025, la maggioranza degli ungheresi ha votato contro l’adesione dell’Ucraina. Si può non essere d’accordo, si può ritenere quella scelta miope o sbagliata. Ma è stata una decisione democratica.
Quando Zelensky critica il governo ungherese per quella posizione, di fatto contesta una scelta popolare. E questo è il punto che Orbán ha rimarcato con forza: “Come Primo Ministro ho il dovere di far rispettare la decisione del popolo ungherese”. Non una provocazione, ma un richiamo alla base stessa della legittimità politica.
Se l’Europa è ancora una comunità di nazioni sovrane, allora deve accettare che uno Stato membro dica no. Anche quando quel no è scomodo.
Un’Europa a doppia velocità (e a doppio standard)
La vicenda mette in luce un problema più ampio. Da un lato si invoca la democrazia e la libertà dei popoli. Dall’altro, quando un popolo vota in modo difforme rispetto alla linea dominante, scattano accuse, pressioni, moralismi.
Orbán non è nuovo a scontri con Bruxelles. Ma in questo caso la questione va oltre la figura del premier ungherese. Riguarda il principio per cui nessuno Stato può essere costretto ad avallare scelte strategiche che ritiene contrarie ai propri interessi nazionali.
Zelensky, nel tentativo comprensibile di rafforzare il suo Paese sul piano internazionale, rischia però di isolarsi ulteriormente in Europa centrale. Perché la solidarietà non può trasformarsi in imposizione.
Il rischio di una frattura irreversibile
L’adesione dell’Ucraina all’UE non è una formalità. Implica fondi strutturali, politica agricola, voto in Consiglio, equilibri istituzionali. Significa ridefinire pesi e contrappesi interni all’Unione.
Forzare i tempi, ignorando le resistenze di Stati membri come l’Ungheria, potrebbe aprire una frattura profonda. E in un’Europa già attraversata da tensioni economiche e politiche, l’ennesimo braccio di ferro rischia di trasformarsi in uno scontro strutturale.
Orbán ha scelto di non arretrare. Zelensky ha scelto di alzare il livello dello scontro. In mezzo c’è un’Unione Europea che dovrà decidere se restare una comunità di Stati sovrani o diventare un’arena dove chi dissente viene messo all’angolo.
Una cosa è certa: la partita sull’adesione di Kiev non è solo geopolitica. È una questione di sovranità, regole e rispetto reciproco. E quando questi tre elementi vengono meno, l’Europa smette di essere casa comune e diventa campo di battaglia politico.

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