La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, non ha chiuso un capitolo: lo ha spalancato. In Messico, quando cade un capo del narcotraffico, non scende il silenzio. Si alza la polvere. E nella polvere si muovono vendette, faide interne, regolamenti di conti, tentativi di riorganizzazione. È quello che è accaduto dopo l’uccisione del leader del Cartel Jalisco Nueva Generación (CJNG), una delle organizzazioni criminali più potenti e ramificate del pianeta.
Il governatore di Jalisco, Pablo Lemus, ha revocato il codice rosso e il coprifuoco, ma il ritorno alla normalità è un’illusione fragile. A Puerto Vallarta sono sbarcati fanti di marina armati, mentre in altri Stati — Michoacán, Guanajuato, Zacatecas — si sono moltiplicate sparatorie e attentati. Il bilancio è pesante: decine di morti tra militari, Guardia nazionale e uomini del cartello. Non è solo la caduta di un boss. È l’ennesima prova che il narcotraffico, in Messico, è sistema.
Chi era “El Mencho”
Nemesio Oseguera Cervantes era l’uomo che aveva trasformato il CJNG in una macchina da guerra. Ex poliziotto, poi latitante di lungo corso, aveva costruito un’organizzazione capace di operare in 21 Stati messicani e in circa 70 Paesi del mondo. Non solo droga, ma armi, riciclaggio, controllo territoriale, infiltrazioni nelle amministrazioni locali.
Il suo cartello si era imposto con una strategia brutale: propaganda armata, dimostrazioni di forza, uso massiccio dei social per intimidire e reclutare. Una miscela di violenza e marketing criminale che ha fatto scuola. La sua eliminazione da parte delle forze dell’ordine è stata salutata come un successo, ma chi conosce la storia del Messico sa che ogni vuoto di potere genera un nuovo scontro.
Stati governati dai cartelli
A parlare senza infingimenti è don Sergio Omar Sotelo Aguilar, sacerdote e giornalista, direttore del Centro cattolico multimediale. Da anni denuncia l’infiltrazione del narcotraffico nella politica e nella società. Le sue parole non sono slogan: sono constatazioni maturate sul campo, spesso sotto minaccia.
Secondo il sacerdote, il crimine organizzato si è rafforzato in modo inaudito. In alcune aree del Paese i cartelli non sono semplicemente presenti: governano di fatto. Impongono regole, controllano l’economia, decidono chi può lavorare, chi può aprire un’attività, chi può candidarsi. Hanno costruito una vera e propria narco-governance, con proprie strutture economiche e una cultura che normalizza il traffico di droga come stile di vita.
Non si tratta più soltanto di bande armate. È un potere parallelo che convive, e talvolta si intreccia, con quello istituzionale.
La Chiesa nel mirino
La narcoeconomia e la narcocultura non hanno risparmiato nemmeno la Chiesa. Anzi, proprio perché la Chiesa parla di verità, dignità e giustizia, è diventata un bersaglio.
Negli ultimi anni sono aumentati attacchi, intimidazioni e omicidi contro sacerdoti, catechisti e operatori pastorali. Il Messico è tra i Paesi più pericolosi al mondo per chi indossa un collarino o impugna una telecamera per raccontare la realtà. Don Sotelo lo dice senza retorica: essere sacerdote e giornalista, oggi, significa esporsi.
Eppure, paradossalmente, la pressione ha rafforzato la determinazione. L’azione pastorale non si è ritirata. Al contrario, si è fatta più esplicita. La Conferenza episcopale messicana ha alzato il tono delle denunce pubbliche. Non più parole prudenti, ma richiami diretti alla responsabilità dello Stato e alla necessità di sradicare un sistema che corrompe coscienze e istituzioni.
“Dialoghi per la pace”: la risposta dal basso
Tra le iniziative più significative c’è il movimento “Dialoghi per la pace”, nato dall’incontro tra istituzioni ecclesiastiche e società civile. L’obiettivo non è ingenuo pacifismo, ma ricostruzione del tessuto comunitario. Perché il narcotraffico prospera dove lo Stato è assente e la società è frammentata.
Il Centro cattolico multimediale, diretto da don Sotelo, ha svolto un lavoro costante di documentazione della violenza contro membri della Chiesa e operatori dell’informazione. Dare visibilità significa togliere spazio all’omertà. È un compito ingrato, che espone a ritorsioni, ma che risponde a una convinzione semplice e radicale: la verità libera.
Governo e pressioni internazionali
Il governo federale, negli anni, ha oscillato tra strategie di contenimento e operazioni mirate. La pressione dell’opinione pubblica e degli Stati Uniti ha contribuito a intensificare la caccia ai grandi capi. L’operazione che ha portato all’uccisione di “El Mencho” si inserisce in questo quadro.
Tuttavia, l’eliminazione di un leader non smantella automaticamente le reti economiche e militari costruite in anni di consolidamento. Le strutture restano, i quadri intermedi pure. Il rischio è che la frammentazione generi una fase ancora più caotica e violenta.
Una sfida spirituale e civile
Il punto, per la Chiesa messicana, non è soltanto denunciare. È ricostruire. Dove il narcotraffico offre denaro facile e appartenenza, la pastorale deve offrire senso, comunità, speranza concreta. Non è una battaglia ideologica: è una lotta per l’anima del Paese.
Don Sotelo parla di “carità della verità”, un’espressione che richiama la dimensione evangelica della testimonianza. Non si tratta di eroismo romantico, ma di fedeltà a una missione che può costare cara. In un contesto dove la violenza è diventata linguaggio quotidiano, la parola della Chiesa è chiamata a essere segno di contraddizione.
La morte di “El Mencho” non è la fine del narcotraffico in Messico. È un passaggio in una guerra lunga e complessa. Ma è anche un momento in cui la società civile e la Chiesa sono chiamate a scegliere: adattarsi alla cultura della paura o rilanciare un progetto di legalità e dignità.
In questo scenario, la Chiesa non è spettatrice. È in prima linea. Con timore umano, certo, ma con una fede che — come ricorda don Sotelo — spinge ad andare avanti anche quando il prezzo può essere altissimo.

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