La rivoluzione che doveva abbattere le dinastie rischia oggi di averne creata una nuova. Nel 1979 milioni di iraniani scesero in piazza per rovesciare lo scià Mohammad Reza Pahlavi, accusato di aver trasformato il potere in una questione di sangue e successione familiare. L’ayatollah Ruhollah Khomeini promise un sistema diverso, fondato sulla guida religiosa e sull’autorità morale del clero sciita.
Quasi mezzo secolo dopo il cerchio sembra chiudersi con un paradosso storico. Alla morte della guida suprema Ali Khamenei, il potere è passato al figlio Mojtaba Khamenei, religioso di 56 anni che da tempo gravitava nel cuore del potere iraniano ma senza incarichi ufficiali di primo piano.
Per anni è stato descritto come l’uomo più influente dietro le quinte della Repubblica islamica, una figura capace di muoversi tra apparati militari, fondazioni economiche e vertici religiosi. Ora quella presenza silenziosa diventa ufficiale. La sua ascesa segna una svolta nella storia dell’Iran e apre interrogativi enormi sulla direzione futura del regime.
L’erede invisibile cresciuto nel cuore della Repubblica islamica
Mojtaba Khamenei nasce l’8 settembre 1969 nella città santa di Mashhad, uno dei principali centri spirituali dello sciismo. È il secondo figlio maschio dell’ayatollah Ali Khamenei e cresce all’interno di un ambiente profondamente segnato dalla rivoluzione islamica.
Fin da giovane segue il percorso tipico del clero sciita, trasferendosi a Qom, il grande centro teologico del Paese. Qui studia giurisprudenza islamica, teologia e filosofia religiosa, raggiungendo il titolo di hodjatoleslam, grado che identifica un religioso di livello intermedio, inferiore al rango di ayatollah detenuto dal padre.
La sua figura rimane per molti anni lontana dai riflettori. A differenza di altri leader religiosi, Mojtaba evita i discorsi pubblici, le apparizioni televisive e la visibilità politica. Eppure, proprio questa discrezione contribuisce a costruire il suo mito.
Molti osservatori occidentali e diplomatici presenti a Teheran lo descrivono come il vero regista delle dinamiche interne al palazzo del potere, capace di mediare tra le diverse correnti del regime.
Il legame con i Pasdaran, la vera chiave del potere iraniano
Per comprendere la forza politica di Mojtaba Khamenei bisogna guardare ai suoi rapporti con l’apparato militare.
Negli ultimi anni della guerra Iran-Iraq (1980-1988) il giovane Mojtaba partecipa a un’unità combattente legata ai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Questo episodio, apparentemente marginale, diventa invece fondamentale per il suo futuro.
I Pasdaran non sono semplicemente una forza armata. Sono il pilastro politico, economico e militare della Repubblica islamica, una struttura che controlla industrie, banche, infrastrutture e una parte significativa dell’economia nazionale.
Nel corso degli anni Mojtaba costruisce rapporti sempre più stretti con questo apparato. Secondo numerosi analisti, è proprio grazie a questo sostegno che la sua candidatura alla guida suprema ha trovato terreno fertile.
In un sistema politico dove l’autorità religiosa conta molto ma il potere reale passa anche dalle strutture militari, l’appoggio dei Pasdaran rappresenta una carta decisiva.
Il “tesoriere” di famiglia, amministra decine di miliardi
Uno degli aspetti più controversi della figura di Mojtaba Khamenei riguarda il gigantesco patrimonio economico legato alla famiglia della guida suprema.
Attorno all’ufficio della guida suprema ruota infatti una galassia di fondazioni religiose, società e istituzioni economiche. La più importante è Setad (Headquarters for Executing the Order of the Imam), una struttura nata dopo la rivoluzione per amministrare i beni confiscati allo scià e agli oppositori del regime.
Nel tempo Setad si è trasformata in un colosso economico che controlla immobili, industrie, aziende energetiche, telecomunicazioni e investimenti finanziari.
Un’inchiesta della Reuters ha stimato che questo sistema economico gestisca un patrimonio di circa 95 miliardi di dollari, mentre alcune valutazioni statunitensi arrivano addirittura a parlare di oltre 200 miliardi di dollari sotto l’influenza della leadership religiosa iraniana.
Secondo varie ricostruzioni giornalistiche, Mojtaba Khamenei avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione e nella supervisione di questa immensa rete finanziaria. Per questo motivo diversi oppositori lo definiscono da tempo il “tesoriere della famiglia Khamenei”, colui che avrebbe custodito e amministrato le ricchezze accumulate dal sistema di potere costruito attorno alla guida suprema.
Il suo patrimonio personale non è noto con precisione, ma alcune stime parlano di diversi miliardi di dollari distribuiti tra fondazioni, proprietà immobiliari e investimenti esteri.
L’ombra della repressione del 2009: le proteste e il pugno di ferro
Il nome di Mojtaba Khamenei emerge con forza anche durante uno dei momenti più drammatici della storia recente dell’Iran.
Nel 2009, dopo la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, milioni di iraniani scendono in piazza denunciando brogli elettorali. Nasce quello che verrà ricordato come il Movimento Verde, la più grande protesta contro il regime dalla rivoluzione del 1979.
La risposta dello Stato è durissima. Arresti, repressione, processi e un controllo ancora più stretto sulla società.
Diversi esponenti dell’opposizione accusano Mojtaba Khamenei di aver avuto un ruolo nel coordinamento della risposta dei Pasdaran e della milizia Basij, responsabili delle operazioni di sicurezza.
Il regime ha sempre negato queste accuse, ma l’episodio contribuisce a consolidare la reputazione del figlio dell’ayatollah come uno degli uomini più influenti dell’apparato repressivo iraniano.
Successione controversa: la rivoluzione che diventa dinastia
La sua nomina a guida suprema rappresenta una svolta storica e al tempo stesso una contraddizione ideologica.
La Rivoluzione islamica del 1979 aveva abolito la monarchia proprio per eliminare il principio della successione familiare. Il potere, secondo la dottrina della velayat-e faqih, doveva spettare al giurista islamico più autorevole, scelto per meriti religiosi e non per legami di sangue.
Eppure oggi il potere passa direttamente dal padre al figlio.
Il paradosso è ancora più evidente se si considera che lo stesso Ali Khamenei, pochi anni prima della sua morte, aveva dichiarato che la Repubblica islamica non avrebbe mai seguito una logica dinastica.
La realtà politica ha però imposto un’altra soluzione. In un sistema dove stabilità e continuità sono considerate vitali, l’apparato del regime ha preferito un uomo già inserito nei suoi equilibri interni.
Il significato del turbante nero nello sciismo
Nel mondo del clero sciita il turbante non è soltanto un copricapo tradizionale. È un simbolo identitario, religioso e genealogico che indica l’appartenenza a una precisa linea spirituale.
Il turbante nero, come quello indossato da Mojtaba Khamenei, segnala una cosa molto precisa: chi lo porta è considerato un seyyed, cioè un discendente diretto del profeta Maometto attraverso sua figlia Fatima e il genero Ali, figura centrale dello sciismo.
Nella tradizione islamica questa discendenza ha un valore simbolico enorme. Non significa automaticamente possedere autorità religiosa, ma rappresenta un segno di prestigio spirituale e genealogico molto rispettato nel mondo sciita.
Nero e bianco: la distinzione tra i religiosi
Nel clero sciita esiste una distinzione visiva immediata.
I religiosi che discendono dal profeta Maometto indossano il turbante nero.
Gli altri religiosi, pur appartenendo al clero e avendo studiato nelle scuole teologiche, portano invece il turbante bianco.
Questa differenza è particolarmente evidente nelle città sante iraniane come Qom o Mashhad, dove centinaia di studenti di teologia camminano per le strade con questi copricapi distintivi.
Nel caso della famiglia Khamenei, il turbante nero serve quindi anche a sottolineare la pretesa discendenza dal profeta, elemento che rafforza simbolicamente la legittimità religiosa della loro posizione.
Le reazioni internazionali
La nomina di Mojtaba Khamenei ha provocato reazioni immediate in tutto il mondo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato la notizia con toni estremamente duri, definendo il nuovo leader iraniano “un peso piuma” e affermando che senza il suo assenso “la nuova guida suprema non durerà molto”.
Trump ha anche lasciato intendere che il futuro dei rapporti tra Washington e Teheran dipenderà dal comportamento del nuovo leader nei confronti di Stati Uniti, Israele e dei Paesi della regione.
Proprio Israele guarda con particolare attenzione alla nuova leadership iraniana. A Tel Aviv molti analisti ritengono Mojtaba ancora più vicino ai Pasdaran e alla strategia regionale dell’Iran, che passa attraverso alleanze con Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, il regime siriano e gli Houthi nello Yemen.
Per questo motivo alcuni osservatori temono che la sua guida possa portare a una linea ancora più ideologica e rigida rispetto a quella del padre.
Un leader fragile o il nuovo uomo forte del Medio Oriente?
La grande incognita riguarda ora la stabilità del nuovo leader.
Mojtaba Khamenei non possiede il carisma religioso del fondatore della Repubblica islamica né l’autorevolezza accumulata in decenni dal padre. Tuttavia dispone di una risorsa fondamentale: il sostegno dei Pasdaran e dell’apparato di sicurezza.
Se questo equilibrio dovesse consolidarsi, il nuovo leader potrebbe trasformarsi nel vero uomo forte dell’Iran del prossimo decennio, capace di guidare il Paese in una fase geopolitica estremamente delicata.
Se invece il consenso interno dovesse incrinarsi, la sua leadership rischierebbe di diventare la più fragile nella storia della Repubblica islamica.
Una cosa però appare già evidente. La rivoluzione che aveva promesso di spezzare il potere delle dinastie rischia oggi di aver dato vita a una nuova dinastia religiosa al vertice dell’Iran.

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