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UE, il grande pasticcio energetico: prima il Green Deal, ora il nucleare, a quando il carbone?

C’è una costante nella storia recente dell’Unione europea: la capacità di cambiare direzione con la stessa rapidità con cui cambia il vento sulle Alpi. Non perché emergano nuove verità scientifiche o perché si sia finalmente fatto un serio esame di realtà. Piuttosto perché le decisioni prese il giorno prima si rivelano, puntualmente, irrealistiche il giorno dopo.

Così accade che Bruxelles, dopo aver trasformato il Green Deal in una sorta di nuova religione civile — con le auto elettriche elevate a soluzione universale per salvare il pianeta — oggi scopra improvvisamente il fascino del nucleare.

La domanda sorge spontanea, quasi inevitabile: dopo l’atomo, torneremo anche al carbone? Non è una provocazione. È la logica conseguenza di una politica energetica che, negli ultimi quindici anni, ha navigato a vista tra slogan, emergenze e clamorosi dietrofront.

Il grande sogno verde

Per capire l’attuale confusione bisogna tornare indietro di qualche anno, quando a Bruxelles si decise che il destino dell’Europa doveva essere “verde”, a ogni costo.

Nel 2019 la Commissione guidata da Ursula von der Leyen lanciò il Green Deal europeo, un piano gigantesco che prometteva di trasformare il continente nel primo sistema economico a emissioni zero entro il 2050.

Le tappe furono scandite con precisione quasi liturgica. Nel 2035 stop alla vendita di auto con motore termico. Progressiva eliminazione dei combustibili fossili. Riduzione drastica delle emissioni industriali. E una pioggia di regolamenti, direttive e standard ambientali destinati a ridisegnare interi settori produttivi.

Sulla carta era una rivoluzione epocale. Nella realtà era un piano costruito più sull’ideologia che sulla fattibilità industriale.

L’auto elettrica: il totem che scricchiola

Il simbolo più evidente di questa stagione è stata l’auto elettrica, presentata come la soluzione miracolosa per salvare il clima e, al tempo stesso, rilanciare l’industria europea.

Bruxelles ha imposto obiettivi sempre più stringenti: riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 e stop definitivo ai motori a benzina e diesel nel 2035.

Il problema è che la realtà industriale non funziona per decreto. L’automotive europeo — uno dei pilastri dell’economia continentale — si è trovato improvvisamente davanti a una trasformazione gigantesca, con costi stimati tra 300 e 400 miliardi di euro per riconvertire fabbriche, catene di montaggio e ricerca tecnologica.

Nel frattempo sono emerse alcune verità poco compatibili con la narrazione ufficiale. Le auto elettriche costano ancora molto più delle tradizionali, le infrastrutture di ricarica restano insufficienti in gran parte d’Europa e la domanda dei consumatori cresce molto meno del previsto.

Nel 2024 e nel 2025 molti costruttori hanno iniziato a rallentare i programmi di elettrificazione. Colossi come Volkswagen, Mercedes e Ford Europa hanno rivisto gli investimenti, mentre diversi stabilimenti sono stati ridimensionati o sospesi. Non è un caso che l’intero settore europeo dell’auto impieghi circa 13 milioni di persone tra diretti e indiretti: una rivoluzione affrettata rischia di diventare un terremoto sociale.

E mentre l’Europa si affanna nella conversione forzata, la Cina controlla oltre il 70% della filiera mondiale delle batterie, dalle materie prime alla produzione industriale. Un dettaglio non proprio secondario.

La realtà energetica bussa alla porta

Poi è arrivata la realtà, quella che non si piega alle conferenze stampa. La crisi energetica esplosa tra il 2021 e il 2022, aggravata dal conflitto tra Russia e Ucraina, ha dimostrato quanto l’Europa fosse fragile dal punto di vista energetico. Per anni il continente aveva fatto largo affidamento sul gas russo a basso costo. Quando quella dipendenza si è incrinata, i prezzi dell’energia sono schizzati a livelli record.

Nel pieno della crisi il gas in Europa ha superato i 300 euro per megawattora, mentre il costo dell’elettricità ha seguito la stessa traiettoria. Industrie energivore, acciaierie, chimica e manifattura si sono trovate improvvisamente con bollette triplicate o quadruplicate. A quel punto, quasi per necessità, il nucleare è tornato improvvisamente di moda.

Il momento della svolta: il nucleare nella “tassonomia verde”

La svolta ufficiale arrivò nel luglio 2022, quando il Parlamento europeo confermò la decisione della Commissione di inserire energia nucleare e gas naturale nella cosiddetta “tassonomia verde”.

La tassonomia è, in sostanza, il catalogo delle attività economiche considerate sostenibili, quelle che possono ricevere investimenti e finanziamenti nell’ambito delle politiche climatiche europee. Fino a quel momento l’atomo era rimasto sospeso in una zona grigia, contestato da ambientalisti e da alcuni governi.

Con quel voto — 328 favorevoli e 278 contraril’energia nucleare veniva ufficialmente riabilitata come strumento della transizione climatica, perché produce pochissime emissioni di CO₂. In altre parole, Bruxelles ha scoperto improvvisamente che una tecnologia esistente da oltre mezzo secolo poteva essere utile per decarbonizzare l’economia. Una scoperta tardiva, verrebbe da dire.

La pressione dei Paesi “pro-atomo”

Dietro questa decisione c’era anche la pressione di diversi Stati membri che non avevano mai smesso di credere nel nucleare.

Il più convinto è sempre stato la Francia, dove circa il 70% dell’elettricità è prodotta da centrali nucleari. Parigi considera l’atomo una questione di sicurezza energetica nazionale. Accanto alla Francia si sono schierati anche Paesi dell’Europa centrale e orientale come Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Finlandia, tutti intenzionati a costruire nuovi reattori nei prossimi anni.

La loro tesi è semplice: senza nucleare l’Europa non riuscirà mai a ridurre le emissioni senza compromettere la propria industria.

Tesi ora sposata in toto dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che nei giorni scorsi al Summit mondiale sul nucleare di Parigi ha annunciato un piano da 200 milioni di euro per sostenere gli investimenti privati nelle tecnologie nucleari innovative, nell’ambito di una nuova strategia europea volta ad accelerare lo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR),da rendere operativi entro il 2030.

La politica energetica del pendolo

Il problema non è il nucleare. Il problema è l’incoerenza.

Per anni Bruxelles ha scoraggiato gli investimenti nell’atomo, mentre alcuni paesi — come la Germaniachiudevano centrali perfettamente funzionanti. Poi, nel pieno della crisi energetica, la stessa Europa ha riscoperto l’importanza di una fonte stabile e continua di energia. Nel frattempo il continente continua a dipendere da forniture esterne: gas liquefatto dagli Stati Uniti, materie prime dall’Africa e dall’Asia, componenti industriali dalla Cina.

Il risultato è una politica energetica che assomiglia più a un pendolo che a una strategia. Prima il gas russo. Poi il rifiuto del gas russo. Prima il rifiuto del nucleare. Poi il ritorno del nucleare. Prima l’auto elettrica come unica soluzione. Poi i dubbi sulla sostenibilità industriale del modello.

Quando l’ideologia incontra l’economia

La questione di fondo è semplice: le economie reali non si trasformano con gli slogan.

L’industria automobilistica europea è nata e cresciuta in oltre un secolo di innovazioni meccaniche. Intere regioni vivono grazie a quell’ecosistema industriale. Cambiare tutto nel giro di pochi anni significa mettere a rischio milioni di posti di lavoro. Non a caso molti governi stanno iniziando a chiedere una revisione delle scadenze imposte da Bruxelles.

Anche perché la transizione energetica ha costi enormi. Secondo stime della Commissione europea, gli investimenti necessari per la transizione climatica superano i 600 miliardi di euro l’anno. Una cifra colossale, soprattutto in un continente che cresce lentamente e che deve già affrontare debito pubblico, inflazione e competizione globale.

E domani?

Oggi Bruxelles guarda con interesse al nucleare. Domani, chissà.

La storia recente insegna che le strategie europee durano spesso meno di una legislatura. Prima l’entusiasmo per il gas russo a basso costo. Poi la corsa alle rinnovabili. Poi l’auto elettrica come nuova religione industriale. Ora il ritorno dell’atomo.

A questo punto la domanda non è più provocatoria ma quasi logica. Dopo il nucleare, quando torneremo al carbone? Magari lo ribattezzeranno “carbone sostenibile”. A Bruxelles, in fondo, le etichette cambiano più velocemente delle politiche.

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