L’esplosione del dossier Iran ha spostato fari, diplomazie e titoli di giornale. Ma il conflitto tra Russia e Ucraina non è affatto sparito: è entrato, semmai, in una fase ancora più rivelatrice. Perché quando il rumore mediatico cala, restano i fatti nudi e crudi. E i fatti dicono che, all’inizio di marzo 2026, il fronte non è fermo, i colloqui non sono saltati ma sono stati rinviati, e soprattutto Mosca continua a presentarsi al tavolo facendo pesare l’andamento militare. Non a caso, dopo la telefonata del 9 marzo 2026 con Donald Trump, il Cremlino ha insistito sul punto che i progressi delle truppe russe dovrebbero spingere Kiev verso un accordo negoziale. Dall’altra parte, Volodymyr Zelensky ha ammesso che nuovi colloqui sono possibili “in qualsiasi momento”, ma ha anche detto che Washington ha chiesto di rinviare il prossimo incontro mentre l’attenzione degli alleati è assorbita dalla crisi iraniana.
Il fronte: non sfondamento totale, ma pressione russa costante
Chi racconta la guerra come se fosse bloccata in una fotografia del 2023 sta vendendo un’immagine vecchia. Il fronte resta logorante, frammentato e feroce, ma la pressione russa lungo l’arco orientale continua, in particolare nell’area di Pokrovsk, nodo logistico decisivo nel Donetsk. Già a febbraio Reuters riferiva che Kiev faticava a fermare l’avanzata russa attorno alla città, mentre Mosca puntava a completare la presa dell’intero Donetsk. Anche a marzo, il quadro generale resta quello di una Russia che spinge e di un’Ucraina che contiene, rallenta, contrattacca localmente, ma non ribalta l’inerzia strategica.
Questo non significa raccontare favole col colbacco in testa. Significa distinguere tra iniziativa strategica e successo pieno. Fonti occidentali come l’ISW segnalano che, in questi giorni, le forze ucraine hanno ottenuto progressi tattici in alcuni settori del sud-est, tra Zaporizhzhia, Oleksandrivka, Huliaipole e anche nell’area di Kupiansk; Reuters ha riportato che, secondo Kiev, a fine febbraio l’avanzata russa mensile era scesa a 126 chilometri quadrati, minimo da circa venti mesi. Ma questi stessi resoconti riconoscono che il quadro complessivo resta segnato da avanzate russe lente e costose, non da una inversione generale del fronte a favore ucraino. In altre parole: qualche recupero locale di Kiev non cancella il fatto che Mosca continui a dettare il ritmo in più settori chiave.
Sul piano più ampio, l’agenzia di stampa Reuters ha calcolato che la Russia ha guadagnato soltanto circa l’1,3% del territorio ucraino dall’inizio del 2023, a prezzo di perdite umane molto elevate. È un dato che va letto senza tifo da stadio: da un lato smonta la propaganda del “crollo imminente” ucraino, dall’altro mostra che Mosca, pur pagando un costo enorme, non ha perso la capacità di avanzare e di mantenere la guerra come leva politica. E in una trattativa, spesso non vince chi corre di più: vince chi riesce a convincere l’avversario che il tempo lavori per lui. Oggi il Cremlino prova esattamente a costruire questa percezione.
Pokrovsk, Donetsk e il senso politico della battaglia
La partita su Pokrovsk vale più della geografia. Vale il messaggio. Mosca vuole dimostrare che, anche senza blitz spettacolari, può ancora rosicchiare territorio, logorare linee difensive, colpire infrastrutture e presentarsi come il soggetto che non ha fretta. Reuters ha spiegato già a dicembre che la caduta o la perdita effettiva di Pokrovsk indebolirebbe l’Ucraina agli occhi di Trump, pur senza provocare automaticamente il collasso dell’intero fronte orientale. È qui il punto politico: la guerra di attrito russa non produce sempre immagini clamorose, ma produce effetti negoziali.
Del resto, persino Zelensky il 2 marzo 2026 ha riconosciuto che gli obiettivi russi per il 2026-2027 restano ampi: non soltanto il completamento del controllo sull’est, ma anche pressioni verso il sud e persino verso l’asse di Dnipro e Odessa, pur definendo quei piani irrealistici. Quando è lo stesso presidente ucraino ad ammettere che Mosca continua a ragionare in termini offensivi, significa che la narrativa della Russia “ormai alle corde” appartiene più al catechismo mediatico che alla realtà.
Il tavolo dei negoziati: si parla, si scambiano prigionieri, ma il nodo vero è sempre la terra
Sul piano diplomatico, il quadro è altrettanto chiaro. Nel 2026 ci sono già stati diversi round di negoziati mediati dagli Stati Uniti, con incontri ad Abu Dhabi e poi a Ginevra. Il terzo round ginevrino di febbraio non ha prodotto svolte sui punti decisivi, a cominciare dalla questione dei territori. Reuters ha riferito che la terra resta lo scoglio principale, mentre la pressione di Trump su Kiev perché acceleri è cresciuta sensibilmente.
C’è però un dettaglio importante, che spesso viene liquidato come secondario e invece secondario non è affatto: gli scambi di prigionieri. Tra il 5 e il 6 marzo 2026, Russia e Ucraina hanno completato uno scambio complessivo di 500 militari per parte, dopo un precedente accordo per un primo scambio da 314 prigionieri maturato nei colloqui precedenti. Tradotto dal linguaggio diplomatico all’italiano corrente: non siamo davanti a un negoziato morto, ma a un negoziato che produce risultati parziali, umanitari e tecnici, mentre resta bloccato sul cuore politico della guerra.
Anche il famoso piano in 20 punti discusso con la mediazione americana sembra essere arrivato a una stretta finale su pochi nodi residui, definiti dagli ucraini “i più sensibili” e da affrontare a livello di leader. Ma proprio questo conferma dove stia il problema vero: non sono i dettagli procedurali a mancare, è il compromesso politico finale su confini, sicurezza e riconoscimenti reciproci. E qui la posizione russa resta ferrea: prima i termini complessivi, poi il resto.
La variabile Trump e il gelo europeo
C’è poi il convitato di pietra che tanto pietra non è: Donald Trump. Reuters ha riferito già a gennaio che il presidente americano attribuiva più a Zelensky che a Putin la responsabilità del rallentamento di un possibile accordo. A febbraio, il ministro degli Esteri ucraino Sybiha è arrivato a dire che “solo Trump può fermare la guerra”. Non è una sfumatura: è il segno che Kiev sa di non poter più contare su una copertura politica illimitata e automatica, almeno da Washington.
Questo spiega perché il rinvio del nuovo round di colloqui, causato dal dirottamento dell’attenzione americana sul conflitto con l’Iran, favorisca più Mosca che Kiev. La Russia può permettersi di dire: “Noi restiamo disponibili a parlare, ma intanto continuiamo ad avanzare”. L’Ucraina, invece, ha bisogno che il dossier resti prioritario per i partner occidentali, sia per gli aiuti militari sia per la pressione diplomatica su Mosca. Quando il teatro mediorientale assorbe uomini, risorse e attenzione, il tempo negoziale tende a pendere verso il Cremlino.
La verità scomoda: la Russia non ha vinto, ma oggi ha più leve di Kiev
Qui conviene dirla senza giri di parole. La Russia non ha ottenuto la vittoria rapida che immaginava nel 2022, e il costo umano, economico e militare dell’operazione resta altissimo. Ma è altrettanto vero che l’Ucraina non è riuscita a trasformare la resistenza in vantaggio strategico decisivo, e oggi combatte sotto una doppia pressione: quella delle trincee e quella dei tavoli diplomatici.
Nel marzo 2026 la Russia si presenta come la parte che ritiene di poter ancora ottenere qualcosa in più continuando a combattere, mentre l’Ucraina si presenta come la parte che ha bisogno di fermare l’erosione prima che il quadro politico internazionale peggiori ulteriormente. È questa asimmetria, oggi, a dare a Mosca un vantaggio negoziale reale.
Che cosa può succedere adesso
Nel brevissimo periodo, la prospettiva più realistica non è una pace biblica con colombe e violini, ma una prosecuzione dei colloqui intervallata da combattimenti durissimi, nuovi scambi di prigionieri e forse accordi limitati su singoli dossier. Il problema, però, resta inchiodato lì come un chiodo nel legno: territorio e garanzie di sicurezza. Finché Kiev non accetterà concessioni dolorose e finché Mosca riterrà di poter migliorare la propria posizione sul terreno, il tavolo continuerà a muoversi più come una scacchiera che come una conferenza di pace. E con l’Iran in fiamme, la tentazione occidentale di congelare il dossier ucraino, o almeno di declassarlo, è molto più concreta di quanto si racconti nei salotti televisivi.

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