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Ucraina, l’Europa fuori dai giochi ora cerca un mediatore

C’era un tempo in cui l’Europa si pensava centro del mondo, culla della diplomazia, laboratorio di equilibri, patria di statisti capaci di parlare con tutti. Oggi, invece, si scopre incapace perfino di parlare con se stessa. La guerra tra Russia e Ucraina non è soltanto un conflitto ai suoi confini: è uno specchio impietoso che riflette la crisi profonda dell’Unione europea.

E così, mentre altri decidono, trattano, impongono condizioni, Bruxelles si aggira tra vertici e dichiarazioni cercando una figura che la rappresenti. Non una strategia, non una visione, ma un nome. Come se bastasse un volto per coprire un vuoto politico che dura da anni.

Il risveglio tardivo

Per mesi, anzi anni, il conflitto è stato gestito da altri. Gli Stati Uniti hanno dettato la linea strategica, Mosca ha imposto il ritmo sul campo, Kiev ha incarnato la resistenza. Bruxelles? Tra sanzioni, dichiarazioni e vertici inconcludenti, ha oscillato senza mai incidere davvero.

Ora, quando i giochi cominciano a spostarsi sul terreno negoziale, ecco il risveglio. Si parla di “voce europea”, di presenza ai tavoli, di ruolo politico. Ma è un risveglio tardivo, quasi imbarazzato. Come chi arriva a teatro quando il sipario sta già calando.

Non è un caso che sia stato lo stesso Volodymyr Zelensky a sollecitare una rappresentanza europea. Non per riconoscere una leadership, ma per evitare che l’Europa venga completamente esclusa.

Il vuoto politico dei Ventisette

Qui si entra nel cuore del problema. Non è una questione di uomini, ma di sostanza.

L’Unione europea non ha una politica estera degna di questo nome. Ha ventisette politiche estere, spesso in conflitto tra loro. Paesi dell’Est che vedono in Vladimir Putin una minaccia esistenziale e chiedono fermezza assoluta. Paesi dell’Ovest più inclini a tenere aperti spiragli diplomatici. Stati del Sud preoccupati più per le ricadute economiche che per le geometrie geopolitiche.

Il risultato è una paralisi elegante, fatta di compromessi al ribasso. Si approvano pacchetti di sanzioni, si rilasciano comunicati solenni, ma quando si tratta di decidere davvero – trattare o non trattare, concedere o resistere – l’Europa si blocca.

Lo ha ammesso, con involontaria chiarezza, Kaja Kallas: prima di sedersi a un tavolo con Mosca, bisogna sapere cosa si vuole ottenere. E oggi, semplicemente, non lo si sa.

La sfilata dei nomi (e delle debolezze)

E allora si passa alla fase più tipicamente europea: la ricerca del nome giusto. Una sorta di casting diplomatico che, però, finisce per mettere a nudo tutte le contraddizioni.

Antonio Costa rappresenterebbe i Ventisette. Ma senza una linea comune, rischierebbe di essere un portavoce senza voce.

Kaja Kallas ha il ruolo, ma non la neutralità. Per Mosca sarebbe una provocazione più che un interlocutore.

Gerhard Schröder è addirittura gradito al Cremlino. Il che lo rende, automaticamente, impresentabile per Bruxelles. Una figura che finirebbe per incarnare più gli interessi russi che quelli europei.

Poi si evocano i “grandi vecchi” e le figure di prestigio.

Angela Merkel porta con sé l’esperienza, ma anche il peso di scelte energetiche e diplomatiche che molti considerano all’origine dell’attuale debolezza europea.

Mario Draghi gode di credibilità, ma la sua forza è economica, non geopolitica. Sarebbe un mediatore rispettato, ma con leve limitate.

Alexander Stubb ha il profilo internazionale, ma la sua vicinanza alla linea atlantica lo rende poco appetibile per Mosca.

Ursula von der Leyen è troppo identificata con la linea sanzionatoria e nasconde troppi scheletri nell’armadio per poter svolgere un ruolo di equilibrio.

Emmanuel Macron, infine, resta un protagonista, ma nazionale e impastoiato in una situazione politica interna perlomeno complessa. Più leader (per quanto?) francese che rappresentante europeo.

Una lista lunga, dunque. Ma sterile. Perché il problema non è scegliere chi mandare, ma capire cosa far dire a chi si manda.

Una crisi di identità prima che diplomatica

Qui si tocca il punto più profondo. L’Europa non è fuori dai negoziati per mancanza di capacità tecniche o di personalità autorevoli. È fuori perché non sa più cosa è.

Non è uno Stato. Non è una federazione. Non è nemmeno una semplice alleanza. È un ibrido, che funziona quando si tratta di regolamenti e mercati, ma si dissolve quando entra in gioco la storia, la guerra, il potere.

E la guerra, per sua natura, non ammette ambiguità. Chiede scelte nette, responsabilità chiare, leadership riconoscibili. Tutto ciò che oggi manca all’Unione.

Il rischio di irrilevanza permanente

Se questa situazione non cambia, il rischio è evidente. L’Europa non solo resterà ai margini di questo negoziato, ma rischia di esserlo anche nei prossimi equilibri globali.

Perché il mondo che sta emergendo non è quello dei regolamenti e delle direttive. È quello delle potenze, delle sfere di influenza, delle decisioni rapide. E in questo mondo, chi non decide viene deciso.

La particina dell’Europa

Alla fine, resta una sensazione quasi malinconica. L’Europa, che avrebbe potuto essere il ponte tra Est e Ovest, si ritrova a elemosinare un posto al tavolo.

Non guida, non media, non determina. Cerca una “particina”. E lo fa come sempre: tra riunioni, mediazioni, rinvii. Ma la storia non aspetta i tempi di Bruxelles.

E quando si accorgerà davvero di essere fuori gioco, potrebbe essere troppo tardi per rientrare.

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Pubblicato inGeopolitica

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