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E se avesse vinto il Re?

Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 la Repubblica vinse con 12.718.641 voti, pari al 54,27%, contro i 10.718.502 della Monarchia, pari al 45,73%: circa due milioni di voti di scarto, non una valanga, ma neppure una manciata. L’Italia uscì dalle urne spaccata: Nord repubblicano, Sud largamente monarchico, Paese nervoso, ferito, reduce da guerra, fascismo, occupazione, fame e resa dei conti. Le contestazioni ci furono, Umberto II (nella foto a destra, al momento del voto) denunciò irregolarità e brogli, ma i ricorsi vennero respinti e il 18 giugno 1946 la Cassazione proclamò definitivamente la nascita della Repubblica.

Ma se quel voto fosse andato al contrario? Se la Monarchia avesse prevalso, magari con lo stesso margine ridotto, l’Italia sarebbe entrata nel dopoguerra non sotto il segno della rottura, ma della continuità. Non una continuità pacifica, beninteso: più che una restaurazione trionfale, sarebbe stata una Monarchia convalescente, sopravvissuta per un soffio, con il fiato corto e la corona ammaccata.

Una Monarchia dimezzata

Umberto II non avrebbe regnato da sovrano assoluto, ma da re costituzionale sotto tutela della nuova democrazia. Il fascismo aveva bruciato il prestigio dei Savoia, l’8 settembre aveva scavato un solco profondo, l’abdicazione tardiva di Vittorio Emanuele III non era bastata a lavare vent’anni di ambiguità.

Con una vittoria monarchica, l’Assemblea Costituente avrebbe comunque scritto una nuova Carta. Ma al posto del Presidente della Repubblica ci sarebbe stato il Re: garante formale dell’unità nazionale, capo dello Stato, figura sopra i partiti. Una specie di Monarchia parlamentare all’inglese, ma senza il tè delle cinque e con parecchi conti aperti sul tavolo.

Il nodo dei brogli

Le accuse di brogli avrebbero avuto un peso politico enorme anche a parti invertite. Nella realtà furono i monarchici a denunciare irregolarità; nello scenario opposto sarebbero stati repubblicani, socialisti, comunisti e azionisti a gridare allo scandalo. E con un Paese ancora armato nelle memorie, se non sempre nelle mani, il rischio di piazze incandescenti sarebbe stato altissimo.

Il vero punto non è stabilire oggi che quei brogli ci furono: non furono dimostrati in sede definitiva. Il punto è che la percezione di un voto “rubato” avrebbe potuto diventare benzina politica. Quando un Paese è spaccato quasi a metà, anche un verbale contestato può diventare una miccia.

Una Costituzione con la corona

La Costituzione monarchica del dopoguerra avrebbe probabilmente conservato gran parte dell’impianto democratico, sociale e parlamentare poi entrato nella Carta repubblicana. Ma avrebbe avuto un’altra architettura simbolica. Niente Quirinale repubblicano, niente elezione del Capo dello Stato da parte del Parlamento, niente culto civile del 2 giugno come festa fondativa della Repubblica.

Al suo posto, una Monarchia parlamentare: governo responsabile davanti alle Camere, partiti di massa dominanti, Democrazia cristiana centrale, sinistre forti, liberali ridimensionati. Il Re sarebbe stato lì, a rappresentare lo Stato, non a governarlo. Una corona decorativa, forse; ma in politica i simboli non sono mai solo decorazioni.

La sinistra avrebbe accettato?

Qui sta il punto più delicato. Una vittoria della Monarchia avrebbe irritato profondamente il fronte repubblicano, soprattutto quello socialcomunista. Il PCI di Palmiro Togliatti, però, difficilmente avrebbe scelto l’insurrezione: la linea era quella dell’inserimento nelle istituzioni. Più probabile una battaglia durissima per svuotare politicamente la corona, trasformandola in un soprammobile costituzionale con ermellino incorporato.

La Democrazia cristiana, al suo interno divisa tra sensibilità monarchiche e repubblicane, avrebbe potuto adattarsi. In fondo, per molti cattolici del tempo contavano più ordine, famiglia, ricostruzione e argine al comunismo che la forma geometrica dello Stato. Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avrebbero sorriso sotto i baffi; Pietro Nenni e i repubblicani molto meno.

L’Italia internazionale

Sul piano estero, una Monarchia italiana non avrebbe cambiato l’approdo occidentale. Piano Marshall, Nato, rapporto con gli Stati Uniti e argine al comunismo sarebbero rimasti quasi certamente gli stessi. Washington non avrebbe avuto troppi problemi con un’Italia monarchica, purché stabile, anticomunista e collocata nel campo occidentale.

Anzi, una Monarchia parlamentare avrebbe potuto presentarsi come fattore di continuità e moderazione, specie agli occhi anglosassoni. Il problema sarebbe stato interno: un Re sopravvissuto grazie a un voto risicato avrebbe dovuto dimostrare ogni giorno di non essere il fantasma del passato.

Il destino dei Savoia

La dinastia avrebbe dovuto cambiare pelle. Umberto II, invece di diventare il “Re di maggio”, sarebbe diventato il re della ricostruzione. Ma avrebbe regnato su un trono fragile, obbligato a gesti continui di riconciliazione: distanza netta dal fascismo, apertura verso tutte le forze costituzionali, rispetto assoluto del Parlamento.

Senza questa prudenza, la Monarchia sarebbe durata poco. Magari fino agli anni Cinquanta, forse fino a una nuova crisi istituzionale. Perché una corona può sopravvivere a una guerra; più difficile sopravvivere al sospetto di essere stata salvata dalla paura, dalla nostalgia o da urne contestate.

L’altra Italia

Se il 2 giugno 1946 avesse vinto la Monarchia, oggi l’Italia forse avrebbe ancora un Re, una Costituzione monarchica, cerimonie diverse, simboli diversi, una memoria pubblica meno repubblicana e più sabauda. Ma non sarebbe tornata l’Italia di prima. Il vecchio Regno era morto comunque: lo avevano sepolto il fascismo, la guerra, l’8 settembre e la sconfitta.

La Monarchia avrebbe potuto sopravvivere solo diventando altro: non il ritorno del passato, ma il suo ultimo compromesso con il futuro. Una corona sopra una democrazia inquieta. Un trono salvato per pochi punti. E un Paese destinato, comunque, a restare diviso davanti alla propria storia.

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Pubblicato inAccadde oggi

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