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Zelensky celebra i carnefici di Volinia: la Polonia esplode, l’Europa tace

L’Europa che da anni impartisce lezioni di memoria storica, antifascismo, diritti umani e lotta contro ogni forma di revisionismo, improvvisamente tace. Tace davanti a una vicenda che avrebbe probabilmente occupato per settimane le prime pagine dei giornali se fosse avvenuta in qualsiasi altro Paese europeo. Ma questa volta il protagonista è Volodymyr Zelensky, il presidente diventato simbolo della resistenza ucraina all’invasione russa, e allora il silenzio sembra prevalere sull’indignazione.

La decisione di Kiev di conferire il titolo onorifico di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze Armate ucraine ha provocato una vera e propria tempesta diplomatica con la Polonia, storico alleato dell’Ucraina nella guerra contro Mosca. Una crisi che non nasce da divergenze strategiche o militari, ma da qualcosa di ancora più profondo: la memoria di decine di migliaia di vittime massacrate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il decreto che ha fatto esplodere la crisi

Con un decreto presidenziale firmato nelle scorse settimane, Zelensky ha attribuito il titolo onorifico di “Eroi dell’UPA” al Centro Indipendente di Operazioni Speciali “Nord”. Per molti osservatori occidentali potrebbe sembrare una semplice questione simbolica. In Polonia, invece, il riferimento all’UPA rappresenta una ferita ancora aperta.

L’UPA, acronimo di Esercito Insurrezionale Ucraino, fu il braccio armato del nazionalismo radicale ucraino durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella narrazione nazionale ucraina contemporanea viene spesso presentata come una forza patriottica che combatté contro l’occupazione sovietica e tedesca per l’indipendenza nazionale.

Ma la memoria polacca racconta una storia assai diversa. Per Varsavia, l’UPA è soprattutto l’organizzazione responsabile del massacro sistematico della popolazione polacca in Volinia e Galizia Orientale tra il 1943 e il 1945. Una campagna di pulizia etnica che il Parlamento polacco ha definito ufficialmente genocidio.

La Domenica di Sangue

L’11 luglio 1943 rappresenta una delle date più tragiche della storia polacca contemporanea. Passata alla storia come la “Domenica di Sangue”, vide reparti dell’UPA e dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini lanciare attacchi coordinati contro decine di villaggi abitati da civili polacchi. Le vittime non furono soldati o combattenti. Furono famiglie, donne, anziani e bambini.

Le cronache dell’epoca e gli studi storici descrivono episodi di violenza estrema, con intere comunità cancellate dalla carta geografica. Gli storici polacchi stimano che il numero complessivo delle vittime superò le 100.000 persone. Un trauma nazionale che in Polonia occupa un posto nella memoria collettiva non molto diverso da quello che altri popoli riservano alle proprie grandi tragedie storiche.

È dunque comprensibile perché la glorificazione dell’UPA venga percepita a Varsavia non come una scelta politica, ma come una vera provocazione.

L’ira di Varsavia

La reazione polacca è stata immediata e durissima. Il presidente Karol Nawrocki ha annunciato di voler avviare la procedura per revocare a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica di Polonia, ricevuta nel 2023. Una decisione senza precedenti nei rapporti tra i due Paesi. Nawrocki ha dichiarato di essere profondamente indignato, sostenendo che la glorificazione dell’UPA offre materiale prezioso alla propaganda russa e danneggia le relazioni bilaterali.

Persino Donald Tusk, tradizionalmente favorevole al sostegno all’Ucraina, ha definito il gesto offensivo per la sensibilità storica polacca. Parole pesanti, che testimoniano quanto la questione abbia colpito trasversalmente l’intero panorama politico polacco.

Il nodo dei collaborazionisti nazisti

La polemica non riguarda soltanto le stragi contro i polacchi. Una parte significativa della controversia riguarda i rapporti tra alcune organizzazioni nazionaliste ucraine e il Terzo Reich.

Storici di diverse nazionalità hanno documentato come elementi dell’OUN e delle formazioni ad essa collegate collaborarono con le autorità tedesche durante l’occupazione dell’Ucraina. Molti membri prestarono servizio nelle unità di polizia ausiliaria che parteciparono alla persecuzione della popolazione ebraica.

Il tema è particolarmente delicato perché l’Ucraina fu uno dei principali teatri dell’Olocausto. Sul suo territorio furono assassinati circa un milione e mezzo di ebrei. Luoghi come Babyn Yar sono diventati simboli universali dello sterminio nazista.

Per questo motivo le recenti polemiche relative agli omaggi tributati a figure storicamente legate al nazionalismo radicale ucraino hanno suscitato forti reazioni anche all’interno della stessa società ucraina.

La protesta degli storici ucraini

Tra le voci più autorevoli che hanno criticato la scelta di Kiev vi è quella della storica Marta Havryshko. Specialista dell’Olocausto e delle violenze della Seconda Guerra Mondiale, Havryshko ha espresso pubblicamente il proprio sdegno, ricordando il ruolo svolto da collaborazionisti ucraini nella persecuzione degli ebrei. Le sue parole sono particolarmente significative perché non provengono dalla propaganda russa né dall’opposizione filo-moscovita, ma da una studiosa ucraina.

La storica ha sottolineato il paradosso di vedere onorate figure controverse in un Paese che ha subito in prima persona le atrocità naziste e nel quale milioni di persone furono vittime dell’occupazione tedesca.

Le concessioni al nazionalismo

Dietro questa vicenda emerge una questione più ampia. Dopo oltre quattro anni di guerra, Zelensky si trova a governare una società profondamente segnata dal conflitto e attraversata da forti sentimenti nazionali.

In questo contesto, la rivalutazione di figure storiche considerate simboli della lotta contro Mosca rappresenta uno strumento di mobilitazione identitaria. Il problema è che tale operazione comporta inevitabilmente una selezione della memoria storica. Vengono esaltati alcuni aspetti e ne vengono oscurati altri.

La resistenza anti-sovietica viene enfatizzata, mentre le responsabilità nei massacri di polacchi ed ebrei tendono a passare in secondo piano. Una scelta che può forse rafforzare il consenso interno, ma che rischia di compromettere i rapporti con alcuni dei principali alleati europei.

Il silenzio di Bruxelles

L’aspetto forse più sorprendente dell’intera vicenda è la quasi totale assenza di reazioni da parte delle istituzioni europee.

L’Unione Europea interviene abitualmente su questioni legate alla memoria storica, ai totalitarismi e alla tutela delle minoranze. In questo caso, però, il silenzio è quasi assoluto.

Lo stesso vale per una parte consistente dei grandi media occidentali, che hanno dedicato alla questione uno spazio limitato rispetto alla sua rilevanza diplomatica e simbolica.

Ciò alimenta inevitabilmente il sospetto di un doppio standard. Se la memoria storica deve essere un valore universale, dovrebbe esserlo sempre. Anche quando mette in imbarazzo governi considerati amici o strategicamente indispensabili.

Una ferita che non si chiude

La crisi tra Polonia e Ucraina dimostra che la guerra contro la Russia non ha cancellato le ombre del passato. Anzi, le ha rese ancora più visibili.

Varsavia continuerà probabilmente a sostenere Kiev sul piano militare e geopolitico, perché considera la Russia la principale minaccia alla propria sicurezza. Tuttavia la questione dell’UPA rappresenta una linea rossa che molti polacchi non intendono oltrepassare.

Perché si può costruire un’alleanza contro un nemico comune. Molto più difficile è costruirla sulla rimozione delle proprie vittime. E quando la memoria viene piegata alle esigenze della politica del momento, il rischio è che le ferite della storia tornino inevitabilmente a sanguinare.

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Pubblicato inGeopoliticaStoria

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