Con la morte del cardinale Camillo Ruini, avvenuta martedì 16 giugno all’età di 95 anni, si chiude una delle pagine più significative della storia recente della Chiesa italiana. Per quasi vent’anni il suo nome è stato sinonimo di autorevolezza, influenza e capacità di orientare il dibattito pubblico nazionale. Non fu soltanto il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ma il principale interprete di una stagione nella quale la Chiesa tornò ad avere un ruolo centrale nella vita culturale e politica del Paese.
Per alcuni rappresentò il difensore dei valori non negoziabili, il cardinale che ebbe il coraggio di opporsi al relativismo etico e alla secolarizzazione crescente. Per altri incarnò invece una Chiesa troppo presente nella politica e troppo vicina al potere. Come spesso accade ai grandi protagonisti della storia, la verità probabilmente sta nel mezzo.
Camillo Ruini fu una figura complessa, capace di suscitare ammirazione e critiche con la stessa intensità, ma impossibile da ignorare.
Dall’Emilia rossa al Vaticano
Nato a Sassuolo, in provincia di Modena, il 19 febbraio 1931, crebbe in una famiglia cattolica della media borghesia emiliana. Suo padre era un medico chirurgo e la sua formazione avvenne in un territorio dove il confronto tra il cattolicesimo popolare e il Partito Comunista costituiva una realtà quotidiana.
Quell’ambiente contribuì a forgiare il suo carattere e la sua visione del mondo. Fin da giovane comprese che la fede non poteva limitarsi alla dimensione privata ma doveva confrontarsi con la società, la cultura e la politica.
Dopo gli studi filosofici e teologici presso la Pontificia Università Gregoriana, fu ordinato sacerdote nel 1954 e iniziò una lunga attività accademica come docente di filosofia e teologia.
Più che un parroco di popolo, Ruini fu sempre un intellettuale, uno studioso e un uomo di pensiero.
L’uomo scelto da Giovanni Paolo II
La svolta arrivò con San Giovanni Paolo II, che ne intuì immediatamente le straordinarie capacità organizzative e culturali.
Nel 1986 lo nominò segretario generale della CEI, affidandogli un ruolo strategico nella riorganizzazione della Chiesa italiana. Nel 1991 divenne presidente della Conferenza Episcopale Italiana e Vicario del Papa per la diocesi di Roma, assumendo contemporaneamente un peso politico e pastorale senza precedenti.
Furono gli anni della fine della Democrazia Cristiana, di Tangentopoli e della nascita della cosiddetta Seconda Repubblica.
Molti osservatori ritenevano che, con la scomparsa della DC, anche il ruolo pubblico del cattolicesimo fosse destinato a ridimensionarsi. Ruini scelse invece la strada opposta: riportare la Chiesa al centro del dibattito nazionale.
Il “Papa d’Italia”
Negli ambienti romani qualcuno arrivò a definirlo il “Papa d’Italia”. Non perché aspirasse al soglio pontificio, ma perché nessun altro cardinale italiano del suo tempo disponeva di un’influenza così ampia.
Le sue prolusioni annuali alla CEI erano seguite con attenzione da politici, giornalisti e opinionisti. Ogni sua parola diventava notizia. Ogni suo giudizio influenzava il confronto parlamentare e culturale del Paese.
Pur essendo considerato vicino al centrodestra e in particolare ai governi di Silvio Berlusconi, Ruini rivendicò sempre l’autonomia della Chiesa rispetto agli schieramenti politici. Dialogava con tutti, ma pretendeva che la politica ascoltasse la voce della tradizione cristiana.
Il Progetto culturale e la sfida al relativismo
L’intuizione più importante del suo episcopato fu probabilmente il Progetto culturale orientato in senso cristiano.
Secondo Ruini, la Chiesa non poteva limitarsi alla pastorale o all’assistenza sociale, ma doveva tornare protagonista della cultura, dell’università, della scuola, dei mezzi di comunicazione e del dibattito intellettuale.
Per lui il grande nemico dell’Occidente era il relativismo, cioè l’idea secondo cui non esisterebbe più alcuna verità oggettiva. Questa convinzione lo accompagnò per tutta la vita e lo portò a difendere con forza la famiglia naturale, la centralità della persona e il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale.
Le grandi battaglie etiche
Fu proprio sui temi etici che Ruini esercitò la sua massima influenza.
La sua vittoria più celebre arrivò nel 2005, quando invitò gli italiani ad astenersi dal referendum sulla legge 40 riguardante la procreazione medicalmente assistita. L’affluenza non raggiunse il quorum e il referendum fallì, segnando uno dei maggiori successi pubblici della CEI.
Negli anni successivi intervenne ripetutamente contro l’eutanasia, contro l’aborto, contro il riconoscimento delle unioni omosessuali e contro ogni forma di manipolazione genetica dell’embrione.
Per i sostenitori era il difensore della civiltà cristiana. Per gli avversari il simbolo di una Chiesa incapace di comprendere la modernità.
Welby, Englaro e le polemiche
Le vicende di Piergiorgio Welby e Eluana Englaro rappresentarono alcuni dei momenti più delicati del suo magistero pubblico. Ruini ribadì con fermezza che la vita umana possiede una dignità indisponibile e che nessuno può arrogarsi il diritto di provocarne intenzionalmente la fine.
Le sue prese di posizione suscitarono polemiche violentissime. Fu accusato di integralismo, di clericalismo e di voler imporre la morale cattolica allo Stato laico. Eppure egli replicò sempre che la Chiesa non pretendeva privilegi, ma semplicemente di offrire alla società una proposta fondata sulla legge naturale e sulla tradizione cristiana.
L’arte del potere senza fare politica
Uno degli aspetti più sorprendenti della figura di Ruini fu la sua capacità di esercitare una straordinaria influenza politica senza essere un politico.
Non fondò partiti, non sostenne mai apertamente candidati, non partecipò direttamente alla vita istituzionale. Eppure pochi uomini della sua epoca riuscirono a incidere così profondamente sulle scelte legislative italiane.
La sua forza non derivava dal consenso elettorale, ma dall’autorevolezza morale e culturale che aveva saputo costruire.
Il rapporto con Benedetto XVI
Con Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI, condivise una profonda sintonia culturale e teologica. Entrambi erano convinti che l’Europa stesse perdendo le proprie radici cristiane e che la Chiesa dovesse reagire proponendo con chiarezza la propria identità.
Negli anni successivi alla rinuncia di Benedetto XVI, Ruini manifestò più volte qualche perplessità su quella decisione, ritenendo il ministero petrino una missione che trascende la semplice dimensione amministrativa.
Fu poi chiamato a presiedere il Comitato scientifico della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger, ulteriore testimonianza della stima reciproca.
Il rapporto con Papa Francesco
Più complesso fu invece il rapporto con Papa Francesco. Pur mantenendo sempre rispetto e obbedienza al Pontefice, Ruini espresse talvolta alcune preoccupazioni circa il rischio di un eccessivo adattamento della Chiesa allo spirito del tempo.
Le sue riflessioni sul relativismo, sulla crisi dell’Occidente e sull’identità cattolica lasciavano trasparire una certa distanza rispetto ad alcune impostazioni pastorali del pontificato argentino. Mai uno scontro diretto, ma piuttosto la consapevolezza di appartenere a due stagioni ecclesiali profondamente diverse.
L’uomo dietro il cardinale
Dietro l’immagine austera si nascondeva una personalità molto riservata. Non amava i riflettori, conduceva una vita estremamente sobria e dedicava gran parte delle proprie giornate allo studio.
Leggeva filosofia, teologia e storia contemporanea, seguendo con attenzione anche l’evoluzione della politica internazionale.
Chi lo ha conosciuto racconta di una memoria prodigiosa e di una capacità di lavoro fuori dal comune. Anche negli ultimi anni, segnati dalla malattia e dalla sedia a rotelle, continuò a leggere, studiare e ricevere studiosi e sacerdoti.
Pregi e contraddizioni
Come ogni grande protagonista della storia, anche Ruini ebbe luci e ombre.
Fu uomo di dialogo ma anche di fermezza. Difese la laicità dello Stato ma rivendicò con decisione il diritto della Chiesa a incidere sul dibattito pubblico.
Predicò il confronto con il mondo moderno ma oppose una forte resistenza a molte delle sue trasformazioni etiche e antropologiche.
Alcuni lo considerarono troppo prudente, altri troppo combattivo. Alcuni gli rimproverarono un eccessivo centralismo romano, altri gli riconobbero il merito di aver restituito ai cattolici italiani una forte coscienza identitaria.
Forse proprio queste apparenti contraddizioni spiegano la grandezza della sua figura.
L’eredità di Camillo Ruini
Con la morte del cardinale Camillo Ruini scompare probabilmente l’ultimo grande interprete di una stagione nella quale la Chiesa italiana riusciva ancora a orientare il dibattito culturale e politico nazionale.
Oggi il panorama ecclesiale appare profondamente diverso, più orientato al dialogo pastorale che allo scontro culturale. Eppure il suo insegnamento continua a interrogare credenti e non credenti.
Ruini ha ricordato per tutta la vita che il cristianesimo non può essere relegato nella sfera privata, ma possiede una responsabilità pubblica verso la società e la storia.
Lo si condivida o meno, resta il fatto che pochi cardinali italiani del Novecento e del nuovo millennio hanno inciso così profondamente sul volto della Chiesa e dell’Italia.
Con lui si chiude davvero un’epoca.

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