Doveva «abolire la povertà». Alla fine, oltre a non averla abolita, il Reddito di cittadinanza ha lasciato dietro di sé anche un conto impressionante: quasi 1,5 miliardi di euro di somme indebitamente percepite, secondo quanto emerge dalle verifiche dell’Inps e della Guardia di Finanza riportate dalla stampa.
Un miliardo e mezzo non è una semplice voce di bilancio. Sono 1.500 milioni di euro. Denaro pubblico, cioè soldi versati attraverso tasse e contributi da lavoratori, pensionati, famiglie e imprese.
A ricostruire gli ultimi dati è Laura Della Pasqua nell’articolo «Quasi 1,5 miliardi rubati col reddito di cittadinanza. Niente controlli e assegni anche ai criminali», pubblicato da Panorama. La giornalista richiama un’indagine condotta dall’Inps insieme alla Guardia di Finanza, con dati anticipati da Milano Finanza.
Il titolo di Panorama parla apertamente di miliardi «rubati». Volendo essere più precisi, è preferibile parlare di sussidi non dovuti emersi dai controlli, perché non ogni singola somma contestata corrisponde necessariamente a una truffa definitivamente accertata da un tribunale.
La sostanza politica, però, cambia poco. Perché la domanda rimane gigantesca: com’è stato possibile distribuire una montagna di denaro pubblico per poi scoprire che decine di migliaia di persone non avevano diritto a riceverlo?
Il problema era all’origine
Il Reddito di cittadinanza nasce nel 2019, durante il primo governo di Giuseppe Conte, allora sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega.
Era soprattutto la grande bandiera politica del M5S. Basti ricordare l’esultanza di Luigi Di Maio, che nel settembre 2018, affacciato dal balcone di Palazzo Chigi dopo l’accordo sulla manovra, annunciò addirittura che era stata «abolita la povertà». Una frase rimasta nella storia politica italiana. Non esattamente per le ragioni sperate da chi la pronunciò.
La misura sopravvisse poi al secondo governo Conte, sostenuto anche dal Pd, e continuò durante il governo di Mario Draghi, pur con alcune correzioni.
Il problema non era aiutare i poveri. Aiutare chi davvero non riesce a mantenere se stesso e la propria famiglia è un dovere sociale. E da un punto di vista cristiano è anche un preciso dovere morale. Il problema è un altro: prima di consegnare il denaro bisogna controllare che chi lo chiede ne abbia realmente diritto. Ed è proprio qui che il sistema ha mostrato una delle sue falle più gravi.
Lo Stato pagava e poi (forse) controllava
La relazione ufficiale del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza lo ha riconosciuto con parole molto chiare: la fase iniziale della misura partì senza un’adeguata dotazione di strumenti di controllo. E questo è forse il punto più grave dell’intera vicenda. Lo Stato stava per distribuire decine di miliardi di euro, ma la macchina dei controlli non era ancora sufficientemente preparata.
Non stiamo parlando di una piccola agevolazione sperimentale. Tra aprile 2019 e dicembre 2023, secondo i dati ufficiali del Ministero del Lavoro, Reddito e Pensione di cittadinanza hanno raggiunto almeno una volta 2,4 milioni di famiglie, corrispondenti a circa 5,3 milioni di persone.
La spesa pubblica complessiva ha superato 34 miliardi di euro. Ed è qui che il meccanismo appare incredibile: in numerosi casi prima sono usciti i soldi e soltanto successivamente le amministrazioni hanno incrociato informazioni che erano già presenti negli archivi dello Stato.
In parole ancora più semplici: un ufficio pubblico possedeva un’informazione, un altro ufficio ne possedeva un’altra, ma i due sistemi non comunicavano abbastanza bene tra loro. E nel frattempo il bonifico partiva.
Un “buco” di quasi 1,5 miliardi
Secondo la ricostruzione di Panorama, il totale degli indebiti arriva a quasi 1,5 miliardi di euro, cifra che la testata riconduce ai bilanci dell’Inps e alle verifiche effettuate insieme alla Guardia di Finanza.
Proviamo a rendere comprensibile la dimensione. Se confrontiamo 1,5 miliardi con gli oltre 34 miliardi complessivamente impegnati per Reddito e Pensione di cittadinanza, arriviamo a circa il 4,4%. Vuol dire che la massa degli indebiti individuati equivale, in termini puramente aritmetici, a 4 euro e 40 centesimi ogni 100 euro complessivamente impegnati nella misura. E stiamo parlando soltanto di ciò che è stato individuato.
Panorama osserva infatti che nel 2020, durante il governo Conte II e in piena emergenza Covid, i controlli furono molto limitati. Per questo la testata ipotizza che il conto effettivo per lo Stato possa avvicinarsi ai 2 miliardi di euro. Quest’ultima cifra deve essere trattata per quello che è: una stima giornalistica, non un ammontare definitivamente certificato. Ma già il miliardo e mezzo basta e avanza.
Scoprire i soldi persi non significa recuperarli
C’è poi un’altra questione. Una cosa è scoprire che una persona ha ricevuto denaro senza averne diritto. Un’altra è riuscire a riprenderselo.
Secondo i dati riportati da Panorama, nel triennio 2021-2023 le riscossioni relative agli indebiti sono arrivate complessivamente a 250,6 milioni di euro. Nel 2021 furono recuperati 40 milioni, nel 2022 75,6 milioni, mentre nel 2023 si arrivò a 135 milioni. Il miglioramento è evidente: in due anni la capacità di riscossione è più che triplicata.
Ma resta un problema enorme. Perché quando il denaro è già stato versato e magari anche speso, recuperarlo può diventare molto più difficile che impedirne l’erogazione fin dall’inizio. Ed eccoci nuovamente alla regola elementare che avrebbe dovuto guidare tutta l’operazione: controllare prima, pagare dopo. Non sembra una sofisticata teoria economica. È semplice buon senso.
Quando finalmente le banche dati hanno cominciato a parlarsi
Per combattere le dichiarazioni irregolari l’Inps ha progressivamente rafforzato gli strumenti di controllo, arrivando anche all’utilizzo di sistemi capaci di confrontare le dichiarazioni presentate dai cittadini con le informazioni reddituali e patrimoniali disponibili negli archivi. Benissimo.
Peccato che sistemi di questo genere sarebbero stati particolarmente utili prima di aprire i rubinetti di una misura destinata a costare oltre 34 miliardi. Ed è proprio attraverso gli incroci successivi che sono emerse situazioni che lasciano increduli.
Detenuti e condannati: quasi 5.800 posizioni
Uno dei capitoli più clamorosi riguarda i beneficiari con condanne o situazioni di detenzione non dichiarate. Secondo i dati riportati da Panorama, riprendendo anche un’inchiesta de La Verità, sono state individuate complessivamente 5.767 posizioni.
Nel dettaglio risultano 2.196 soggetti con uno stato detentivo non dichiarato e 3.571 con condanne pregresse non dichiarate. Il potenziale indebito collegato a queste posizioni ammonta a circa 46 milioni di euro.
E anche la distribuzione geografica è impressionante. La Campania conta 2.288 posizioni, la Sicilia 1.217, la Puglia 637 e la Calabria 518. In totale fanno 4.660 casi su 5.767, cioè circa l’80,8%. Più di otto casi su dieci concentrati in quattro regioni.
Naturalmente questo dato non autorizza ad accusare intere popolazioni o territori. Significa però che esisteva una concentrazione del fenomeno talmente evidente da rendere indispensabili controlli particolarmente severi.
Il controllo arrivato anni dopo
Ed è qui che emerge l’aspetto forse più difficile da spiegare al normale contribuente.
Le verifiche hanno riguardato anche le posizioni degli anni 2019-2021 che non erano state individuate precedentemente. Il protocollo tra Inps e ministero della Giustizia per rendere più efficaci questi controlli è arrivato nel 2022. L’Inps, secondo quanto ricostruito da Panorama, ha spiegato che sulle annualità precedenti gli incroci delle banche dati furono effettuati in una fase successiva. Il lavoro sulle vecchie posizioni si è concluso addirittura nel luglio 2025.
Facciamo un esempio semplice. Lo Stato possiede un archivio dal quale risulta che Tizio si trova in una determinata condizione incompatibile con quanto ha dichiarato per ottenere il sussidio. Tizio presenta la domanda a un’altra amministrazione. I due archivi non vengono confrontati tempestivamente. Tizio riceve i soldi. Anni dopo lo Stato mette insieme le informazioni e scopre l’anomalia. Non occorre essere esperti di finanza pubblica per capire che qualcosa non ha funzionato.
Il Reddito persino ai criminali
Le cronache hanno inoltre documentato casi particolarmente clamorosi.
Panorama ricorda, tra gli altri, Antonio Pezzella, Nicolò Mistretta e Domenico Tramontana, persone finite nelle cronache giudiziarie per vicende legate alla criminalità e agli stupefacenti. Su questi nomi bisogna naturalmente distinguere con attenzione le singole situazioni processuali, perché un’indagine, una condanna non definitiva e una sentenza definitiva sono cose diverse.
Ma resta l’assurdità amministrativa che emerge da diversi casi di cronaca: persone già conosciute dagli apparati dello Stato sono riuscite comunque a entrare nel sistema del Reddito di cittadinanza. Ed è difficile immaginare una fotografia migliore della scarsa comunicazione tra le diverse braccia della pubblica amministrazione.
Lo Stato da una parte indagava, controllava o deteneva. Dall’altra pagava.
Il Reddito non fu tutto da buttare
Per essere seri bisogna però riconoscere anche ciò che ha funzionato.
Il Reddito di cittadinanza ha realmente aiutato molte famiglie povere, soprattutto durante gli anni della pandemia. Secondo la valutazione ufficiale del Ministero del Lavoro, nel periodo più difficile del Covid la misura contribuì alla fuoriuscita dalla condizione di povertà di circa 450 mila famiglie. Nel 2022 furono circa 300 mila. È un dato importante e sarebbe sbagliato nasconderlo.
Il problema è che, a fronte di una spesa gigantesca, i risultati complessivi sono stati giudicati insufficienti dallo stesso Comitato scientifico incaricato di valutare il Reddito. Il presidente del Comitato, Natale Forlani, ha infatti spiegato che il rapporto tra denaro speso e risultati ottenuti, sia nella riduzione della povertà sia nelle politiche per riportare le persone al lavoro, non è stato soddisfacente.
E c’è un numero che dovrebbe far riflettere. Nel 2022, secondo la relazione ministeriale, il 46,6% dei percettori non risultava in condizioni di povertà secondo i criteri utilizzati dall’Istat. Questo non significa affatto che il 46,6% fosse composto da truffatori. I requisiti amministrativi del Reddito e il modo in cui l’Istat misura la povertà non coincidono. Ma dimostra quanto fosse imperfetto il rapporto tra la platea raggiunta e l’obiettivo dichiarato.
Nello stesso 2022, infatti, soltanto il 32,3% delle famiglie considerate in povertà assoluta aveva beneficiato delle prestazioni. Nel 2021 la percentuale aveva raggiunto il 38%. Un paradosso: una parte consistente dei poveri restava fuori mentre il sistema riusciva contemporaneamente a erogare denaro a persone che non ne avevano diritto.
Il vero fallimento politico
Qui si arriva inevitabilmente alle responsabilità politiche.
Il Movimento 5 Stelle fece del Reddito di cittadinanza uno dei propri simboli. Giuseppe Conte lo difese a lungo come una grande conquista sociale. Luigi Di Maio arrivò alla famosa proclamazione sull’abolizione della povertà.
Il Reddito fu poi mantenuto anche dalle maggioranze successive. Perciò sarebbe troppo semplice ridurre tutto alla colpa dei singoli truffatori.
Certo, chi ha mentito consapevolmente per ottenere denaro pubblico è il primo responsabile della frode. Ma la politica ha una responsabilità diversa e altrettanto seria: costruire sistemi nei quali frodare lo Stato sia difficile, non facile.
Quando si decide di spendere decine di miliardi, i controlli non possono essere un accessorio da aggiungere strada facendo. Devono essere la prima cosa. Prima si costruisce la serratura. Poi si riempie la cassaforte. Con il Reddito di cittadinanza, troppo spesso, è accaduto il contrario.
Altro che “furbetti”
E sarebbe anche ora di smetterla con una parola molto amata dal giornalismo italiano: «furbetti». Furbetto sembra quasi simpatico. Uno che ha trovato il modo di aggirare una regola con un po’ di fantasia. No.
Se una persona mente volontariamente sui propri redditi o sulla propria situazione per ricevere soldi che non le spettano, e la frode viene accertata, non ha fatto una furbata. Ha sottratto risorse alla collettività.
E nel caso del Reddito di cittadinanza c’è qualcosa di ancora più odioso: ha sottratto risorse destinate ai poveri veri. A chi aveva perso il lavoro. A chi non riusciva a pagare l’affitto. A chi aveva figli da mantenere. A chi viveva realmente in condizioni di bisogno.
Solidarietà non significa assistenzialismo
Anche da un punto di vista cristiano la distinzione è fondamentale.
La società ha il dovere di non abbandonare chi non può provvedere a se stesso. Ma aiutare il povero non significa finanziare chi approfitta della solidarietà altrui.
San Paolo, nella seconda lettera ai Tessalonicesi, usa parole durissime: «Se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi». Non dice chi non può lavorare. Dice chi non vuole. È una distinzione essenziale.
La solidarietà senza responsabilità diventa assistenzialismo. E l’assistenzialismo senza controlli rischia di trasformarsi in un gigantesco incentivo all’abuso.
Un miliardo e mezzo di domande
Alla fine rimane quella cifra. Quasi 1,5 miliardi di euro.
Rapportati agli oltre 34 miliardi complessivamente impegnati per Reddito e Pensione di cittadinanza equivalgono a circa il 4,4%. Poi ci sono i 250,6 milioni riscossi tra 2021 e 2023. Ci sono le 5.767 posizioni relative a detenzioni o condanne pregresse non dichiarate. Ci sono i 46 milioni di potenziale indebito collegati a queste posizioni. Ci sono 2.288 casi in Campania, 1.217 in Sicilia, 637 in Puglia e 518 in Calabria.
E soprattutto ci sono controlli su vecchie posizioni che sono arrivati anni dopo l’inizio dell’erogazione del sussidio. Numeri che trasformano la discussione politica in una domanda molto semplice. Chi controllava? E soprattutto: perché non si è controllato abbastanza prima di pagare?
Il Reddito di cittadinanza ha certamente aiutato tante persone che ne avevano realmente bisogno. Questo va riconosciuto. Ma proprio perché quelle persone avevano bisogno di aiuto, ogni euro finito nelle tasche di chi non ne aveva diritto rappresenta uno scandalo ancora maggiore.
La solidarietà è una cosa seria. Il denaro pubblico anche. E quando si spendono 34 miliardi di euro dei contribuenti, verificare prima chi li riceve non dovrebbe essere considerato un dettaglio burocratico. Dovrebbe essere il minimo sindacale di uno Stato che pretende di essere serio.

Sii il primo a commentare