Dall’attentato alla clamorosa confessione di Lavitola: storia di un caso diventato sempre più intricato
Una bomba davanti alla casa di un giornalista d’inchiesta. Un vecchio amico che prima viene sospettato e poi ammette di aver commissionato l’azione. Un progetto, quantomeno nelle intenzioni di quell’amico, per trasformare il giornalista in un futuro protagonista politico. Un factotum ricercato all’estero, quattro presunti esecutori materiali, chat, telefonate, sopralluoghi e infine una bufera che dalla Procura di Roma è arrivata direttamente dentro la Rai.
La vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e Valter Lavitola, ex editore e personaggio da anni al centro di controverse vicende giudiziarie, è diventata talmente intricata che vale la pena rimettere in ordine i pezzi. Partendo da una distinzione fondamentale: allo stato delle indagini Ranucci è la vittima dell’attentato e non risulta coinvolto nella sua organizzazione. Il gip ha anzi scritto che non sono emersi elementi per sostenere che conoscesse il piano.
La bomba del 16 ottobre 2025
Tutto comincia la sera del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplode davanti all’abitazione di Ranucci nella zona di Pomezia, vicino Roma. Vengono danneggiate le automobili e il cancello, fortunatamente senza provocare vittime.
La prima interpretazione appare quasi inevitabile: Ranucci conduce da anni Report, trasmissione che realizza inchieste su politica, affari e poteri economici. Si pensa quindi a un’intimidazione legata al suo lavoro giornalistico. Per mesi, però, il movente rimane oscuro.
La svolta arriva alla fine di giugno 2026, quando vengono arrestate quattro persone considerate dagli investigatori gli esecutori materiali dell’attentato. Sono Giuseppe Passariello, Antonio D’Avino, Antonio Mutone e Gennaro De Filippis. L’accusa ritiene che abbiano agito su commissione. Ed è a questo punto che la storia prende una direzione completamente diversa.
Entra in scena Valter Lavitola
All’inizio di luglio gli investigatori arrivano a Valter Lavitola. Non uno sconosciuto per Ranucci, ma un uomo con il quale il giornalista aveva intrattenuto per anni un rapporto personale. Lavitola viene perquisito; vengono acquisiti telefoni, computer e pen drive. Gli inquirenti ipotizzano che proprio lui sia il mandante dell’attentato.
Ranucci reagisce inizialmente con incredulità. Conferma di conoscere bene Lavitola e di avere avuto con lui un rapporto di amicizia molto stretto. Un rapporto che, peraltro, non era completamente segreto: dell’amicizia si era parlato pubblicamente già nel 2023. Ed è proprio questa amicizia a provocare la prima grande polemica. Com’è possibile, si chiedono critici e avversari di Ranucci, che il simbolo del giornalismo investigativo Rai abbia frequentato così assiduamente un personaggio come Lavitola?
È una domanda legittima sul piano dell’opportunità giornalistica, ma è cosa molto diversa dall’attribuire a Ranucci una responsabilità penale nell’attentato. Anche Gian Gaetano Bellavia, storico consulente economico-finanziario di Report, si è detto sorpreso e fortemente critico rispetto a quell’amicizia.
Il personaggio chiave: Clesio Tavares
Tra Lavitola e i quattro presunti esecutori comparirebbe un altro uomo: Clesio Gomes Tavares, collaboratore e factotum di Lavitola. Secondo l’accusa, sarebbe stato proprio Tavares a fare da intermediario: Lavitola gli avrebbe chiesto di trovare persone capaci di procurarsi esplosivo e organizzare l’azione; Tavares avrebbe quindi reclutato o comunque coordinato la banda.
Gli investigatori sostengono inoltre che Lavitola e Tavares si trovassero nella zona dell’abitazione di Ranucci il 15 settembre 2025, circa un mese prima dell’esplosione. Per la Procura sarebbe stato un sopralluogo preparatorio. Un’altra ricognizione sarebbe avvenuta il 10 ottobre, pochi giorni prima dell’attentato.
Tavares si trova attualmente all’estero ed è destinatario di un provvedimento cautelare. Ha respinto l’immagine del latitante e ha annunciato l’intenzione di tornare in Italia per chiarire la propria posizione; la Procura ha comunque avviato le procedure per ottenerne il rientro.
Ma perché Lavitola avrebbe fatto esplodere una bomba contro un amico?
È qui che la storia diventa quasi surreale. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Lavitola non avrebbe voluto eliminare Ranucci. Al contrario, avrebbe voluto favorirlo.
Dalle chat acquisite emerge infatti che Lavitola immaginava per il giornalista un futuro politico. Già nel 2024 gli avrebbe scritto, in sostanza, che nel giro di due anni avrebbe potuto diventare presidente del Consiglio. Secondo le carte dell’inchiesta, Lavitola riteneva possibile costruire intorno alla popolarità del conduttore un progetto capace di raggiungere percentuali elettorali molto elevate, mentre lui avrebbe potuto assumere un ruolo da consigliere o spin doctor.
In questa prospettiva l’attentato avrebbe dovuto trasformare Ranucci ancora di più nel simbolo del giornalista sotto attacco dei poteri forti. Il gip ha sintetizzato la tesi accusatoria in maniera piuttosto chiara: lo scopo sarebbe stato accrescere la popolarità del giornalista e accelerare un possibile progetto politico, facendo apparire l’esplosione come una ritorsione contro le sue inchieste. Una sorta di mostruosa operazione di marketing politico realizzata con l’esplosivo.
Poi Lavitola confessa. Ma con una versione diversa
Il 10 agosto 2026 Lavitola viene arrestato e portato nel carcere romano di Rebibbia. Due giorni dopo arriva la svolta più importante. Durante un interrogatorio durato oltre cinque ore, Lavitola ammette di essere stato il mandante dell’azione contro Ranucci. Ma fornisce una spiegazione diversa da quella ipotizzata dagli investigatori. Sostiene di averlo fatto per proteggere l’amico.
Secondo la versione riferita dal suo avvocato, Lavitola temeva per l’incolumità di Ranucci e avrebbe organizzato un’intimidazione affinché le autorità rafforzassero la sua scorta. Successivamente ha precisato di avere chiesto che venissero sparati colpi contro il muro della villetta e non di far esplodere una bomba. L’utilizzo dell’ordigno sarebbe quindi andato oltre le sue intenzioni. La Procura, naturalmente, dovrà verificare questa versione.
Dunque un punto appare ormai molto più solido rispetto a qualche settimana fa: Lavitola ha ammesso di avere commissionato un’azione intimidatoria. Restano invece da stabilire esattamente modalità, responsabilità individuali e soprattutto il vero movente.
E Ranucci sapeva qualcosa?
È la domanda più delicata dell’intera vicenda. Al momento la risposta giudiziaria è: non risultano prove che lo sapesse. Il gip ha scritto esplicitamente che non è emerso alcun elemento per ritenere Ranucci d’accordo con Lavitola e lo considera, nella ricostruzione cautelare, vittima della manipolazione dell’amico.
Questo punto va tenuto fermo perché nelle settimane successive all’arresto sono circolate ricostruzioni molto più pesanti, fino all’insinuazione che l’attentato potesse essere stato in qualche modo concordato per favorire Ranucci. Allo stato attuale delle informazioni pubbliche non ci sono elementi giudiziari che permettano di affermarlo.
Altra questione, completamente diversa, riguarda il rapporto tra Ranucci e Lavitola, la sua intensità, l’opportunità di quella frequentazione e gli eventuali riflessi sull’attività professionale del conduttore. Ranucci ha negato categoricamente che Lavitola abbia mai condizionato le inchieste di Report.
La bomba arriva in Rai
Ed eccoci all’ultimo capitolo. Il caso giudiziario si è trasformato progressivamente in un caso politico e aziendale. A luglio la Rai ha sospeso le repliche estive di Report. Fratelli d’Italia ha annunciato iniziative per chiedere chiarimenti sui rapporti Ranucci-Lavitola, mentre Matteo Salvini ha sostenuto pubblicamente che il giornalista dovrebbe prendersi una pausa dalla conduzione.
Nelle ultime ore la situazione è diventata ancora più delicata. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, la Rai avrebbe optato per la sostituzione di Ranucci alla conduzione di Report, pur mantenendolo all’interno dell’azienda. Non risulta però, al momento, una decisione definitiva ufficialmente comunicata dalla Rai, i cui vertici si incontreranno oggi in una riunione che dovrà decidere le sorti di Ranucci e di Report
Nel frattempo l’inchiesta giudiziaria continua. Gli investigatori stanno analizzando telefoni e computer di Lavitola; Ranucci dovrebbe essere sentito a settembre come persona informata sui fatti. I quattro presunti esecutori materiali hanno chiesto di essere nuovamente ascoltati per chiarire, tra le altre cose, il ruolo di Tavares.
In poche parole: che cosa sappiamo davvero
Tolto tutto il rumore politico e mediatico, il quadro ad oggi è più semplice di quanto sembri.
Ranucci ha subito realmente un attentato il 16 ottobre 2025. Quattro uomini sono stati arrestati come presunti esecutori materiali. Lavitola è stato arrestato come presunto mandante e successivamente ha ammesso di avere commissionato l’azione, pur sostenendo di aver ordinato un’intimidazione diversa dall’esplosione effettivamente avvenuta.
Tavares è considerato dall’accusa l’anello di collegamento tra Lavitola e gli esecutori e si trova all’estero.
Sul movente esistono invece due ricostruzioni. La Procura ritiene che l’attentato servisse ad aumentare la popolarità di Ranucci e favorirne una futura discesa in politica; Lavitola sostiene invece di avere voluto provocare un rafforzamento della protezione dell’amico.
E soprattutto, al momento non risulta dimostrato che Ranucci conoscesse il piano.
Questo è il punto essenziale per non fare confusione. Il comportamento professionale del giornalista, l’opportunità della sua amicizia con Lavitola, il progetto politico discusso intorno al suo nome e le eventuali conseguenze dentro la Rai possono essere sottoposti a critica. Ma non vanno confusi con la responsabilità nell’attentato.
Adesso saranno soprattutto i dispositivi sequestrati, il futuro interrogatorio di Ranucci, il rientro o l’estradizione di Tavares e le nuove deposizioni degli esecutori a dire se manca ancora qualche pezzo importante.
Perché una cosa è già evidente: quella che nell’ottobre scorso sembrava una bomba piazzata per mettere a tacere il giornalista di Report si è rivelata, almeno secondo l’attuale ricostruzione giudiziaria, una storia completamente diversa e assai più paradossale.

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