Per l’arcobaleno si accendono le chiese. Per i defunti, sempre più spesso, si spengono persino le candele. È il paradosso di certe parrocchie del nostro tempo: prontissime a intercettare ogni nuova sensibilità, assai meno zelanti quando si tratta di custodire ciò che la Chiesa insegna e pratica da secoli. Per le veglie arcobaleno si trovano energie, locandine, incontri, saloni e talvolta persino l’incoraggiamento di ambienti diocesani. Poi arriva novembre, con Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti, e quell’effervescenza pastorale sembra improvvisamente evaporare.
Non è questione di stabilire chi meriti o non meriti una preghiera. In una chiesa cattolica tutti devono poter trovare una porta aperta. La questione è assai più seria: perché ciò che appartiene alla tradizione bimillenaria della Chiesa sembra talvolta avere bisogno di chiedere permesso, mentre ciò che arriva dall’agenda culturale contemporanea trova immediatamente microfono, locandina e posto in prima fila?
Pregare per i defunti non è una fissazione da nostalgici, né il residuo di una Chiesa in bianco e nero. È una delle opere di misericordia spirituale. È fede nella comunione dei santi, nel Purgatorio, nella misericordia di Dio e nella vita eterna. Se una parrocchia trova entusiasmo per celebrare l’arcobaleno, ma non altrettanto per ricordare i propri morti, il problema non sono i colori: sono le priorità.
Quando cambia l’agenda
Negli ultimi anni alcune comunità cattoliche hanno ospitato le cosiddette veglie di preghiera contro l’omotransfobia, spesso nel periodo attorno al 17 maggio. Possono essere presentate come iniziative di preghiera, ascolto e vicinanza alle persone discriminate. Il problema nasce quando queste iniziative acquistano una visibilità pastorale che altre espressioni antichissime della fede sembrano non ricevere più.
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Il confronto diventa inevitabile proprio in questi giorni. Il 1° novembre la Chiesa celebra Tutti i Santi e il 2 novembre commemora tutti i fedeli defunti. Non sono due ricorrenze decorative del calendario: ricordano il destino ultimo dell’uomo, la vita eterna e quella comunione dei santi professata ogni domenica nel Credo.
Pregare per i morti significa credere davvero che la morte non abbia l’ultima parola. Significa celebrare Messe in suffragio, visitare i cimiteri, affidare i propri cari alla misericordia di Dio e ricordare alle nuove generazioni che la vita non finisce davanti alla pietra di una tomba.
E allora la domanda diventa scomoda: quante energie pastorali vengono ancora dedicate a tutto questo?
Halloween nei saloni, i Santi fuori dalla porta
La contraddizione appare ancora più evidente osservando ciò che accade in alcuni saloni parrocchiali alla fine di ottobre. Spuntano zucche, scheletri, fantasmi, ragnatele e feste in maschera. Halloween entra tranquillamente in oratorio, naturalmente presentato nella sua versione più innocua e ricreativa.
Non è una zucca intagliata a mettere in pericolo la fede di un bambino. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Il problema è ciò che non viene più raccontato mentre ci si affanna a raccontare tutto il resto.
Perché per il 31 ottobre si riescono a trovare fantasia, volontari, decorazioni e animatori, mentre il giorno successivo, solennità di Tutti i Santi, non sempre si manifesta altrettanta creatività?
La tradizione cristiana avrebbe materiale ben più affascinante da offrire ai ragazzi: Francesco d’Assisi, Domenico, Teresa di Lisieux, Carlo Acutis e migliaia di uomini e donne che hanno attraversato la storia mostrando concretamente che cosa significhi prendere sul serio il Vangelo. Altro che fantasmini di plastica.
E subito dopo arriva il 2 novembre, quando sarebbe possibile insegnare ai ragazzi qualcosa che la nostra società tenta continuamente di nascondere: anche noi moriremo. Ma per il cristiano la morte non è il nulla. È precisamente qui che la fede nella Risurrezione smette di essere una bella parola e diventa speranza.
Una Chiesa che dimentica i morti dimentica qualcosa di sé
Il problema, dunque, non consiste semplicemente nel contrapporre una veglia a un’altra. Sarebbe troppo facile. La questione riguarda l’identità stessa della pastorale.
Una Chiesa che sa parlare continuamente il linguaggio delle sensibilità contemporanee ma diventa timida quando deve parlare di peccato, conversione, morte, giudizio, misericordia, Purgatorio e vita eterna rischia di trasformarsi lentamente in qualcos’altro.
L’accoglienza delle persone appartiene alla missione cristiana. Ma accogliere cristianamente non significa limitarsi a replicare categorie, parole d’ordine e celebrazioni già offerte dalla società civile. Una parrocchia dovrebbe possedere qualcosa di diverso da dire al mondo. Altrimenti, a che cosa serve?
E qui tornano i nostri morti.
Per generazioni, novembre significava cimiteri pieni, lumini, Messe di suffragio, rosari e bambini accompagnati dai genitori sulle tombe dei nonni. Non era macabro folklore. Era una straordinaria scuola di vita: insegnava che apparteniamo a una storia cominciata prima di noi e destinata a continuare dopo di noi.
Era anche una delle più semplici espressioni della comunione dei santi: vivi e morti uniti nella preghiera della Chiesa.
Recuperare ciò che conta
Nessuno chiede di trasformare le parrocchie in musei del passato. Ma nemmeno di trasformarle in succursali delle mode culturali del presente.
Si possono certamente organizzare incontri contro discriminazioni e violenze. Si possono ascoltare persone che hanno sofferto. Ma una comunità cattolica dovrebbe trovare almeno la stessa passione per insegnare a pregare per i propri morti, raccontare i santi ai bambini e annunciare la Risurrezione.
Altrimenti il paradosso diventa difficile da ignorare: arcobaleni sulle locandine, zucche nei saloni e sempre meno spazio per quelle realtà che per secoli hanno costituito l’anima della vita cattolica.
Forse, prima di inventare l’ennesima nuova iniziativa pastorale, basterebbe riscoprirne una antichissima.
Pregare per chi ci ha preceduto. Ricordare i santi. E tornare a parlare senza imbarazzo della vita eterna.

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