Parliamoci chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è ormai un paziente in coma. Sì, un malato terminale che, se fosse trattato con la stessa cura con cui viene amministrato, verrebbe abbandonato in una corsia d’ospedale, in attesa di un medico che non arriverà mai. E a guardare i numeri del Rapporto Gimbe presentato pochi giorni fa, è difficile non farsi prendere da un misto di rabbia e incredulità. Già, perché in Italia, nel 2023, 4 milioni e mezzo di persone hanno rinunciato a curarsi. Quasi l’8% della popolazione ha deciso che, tra aspettare mesi per una visita specialistica o convivere con il proprio dolore, è preferibile la seconda opzione. O forse non è proprio una scelta, ma una necessità imposta da un sistema che non funziona più.
Tagli, tagli e ancora tagli: una storia vecchia come il cucco
Il rapporto della Fondazione Gimbe ci ricorda l’evidenza di cui i governi, in particolar modo quelli di sinistra, sembrano essersi dimenticati: alla sanità mancano 52 miliardi di euro solo per essere al livello degli altri Paesi dell’UE. E questo è il primo problema. Dal 2010 al 2019, la sanità pubblica ha subito tagli per 37 miliardi di euro. Miliardi tolti in nome del “risanamento della finanza pubblica”, che alla fine hanno risanato poco o nulla, ma hanno lasciato il nostro SSN a pezzi. Tagli che ci sono stati raccontati come inevitabili, necessari, magari anche “responsabili”.
Peccato che quei tagli oggi abbiano un prezzo molto più alto: disuguaglianze regionali abissali, 11mila medici che tra il 2019 e il 2022 hanno salutato il pubblico e tanti auguri, un Mezzogiorno che sembra più un campo di battaglia che un luogo dove curarsi.
E come siamo arrivati qui? Grazie a una privatizzazione strisciante che si è insediata senza fare troppo rumore, come un ladro in casa di notte. Una privatizzazione che ora permette a chi ha i soldi di pagarsi le cure, mentre chi non li ha si arrangia. 2,5 milioni di persone hanno rinunciato alle cure per motivi economici nel 2023. Tra questi, i più fragili: gli anziani, i disoccupati, chi vive nelle aree interne e disagiate del paese.
I nuovi “eroi”? Quelli che riescono a curarsi
A leggere certi numeri, sembra che in Italia ormai andare dal medico sia diventato un privilegio riservato a pochi. È così che lo stato dei fatti ci descrive: mentre la spesa pubblica resta congelata (nel 2023 addirittura -0,1%), quella privata cresce a dismisura. +10,3% nel 2023, per un totale di 4,3 miliardi di euro spesi direttamente dai cittadini per curarsi. Ed è curioso, no? Perché quando si tratta di trovare i soldi per altri settori, magicamente le casse si aprono, ma per la sanità i fondi sembrano sempre finiti.
Nel frattempo, lo stato si fa piccolo piccolo, lasciando il campo a un mercato dove i più ricchi possono curarsi e i più poveri si arrangiano. È una sorta di darwinismo sanitario: solo i più forti sopravvivono. Chi non può pagare una visita specialistica o un esame diagnostico? Semplice, muore aspettando. E intanto il divario Nord-Sud si allarga, con solo Puglia e Basilicata che riescono a rispettare i livelli essenziali di assistenza (Lea). Per tutti gli altri, c’è il nord. Peccato che andare al nord costi, non solo economicamente, ma anche in termini di vite. Nel decennio 2012-2021, la migrazione sanitaria dal sud al nord ha creato un deficit di 10 miliardi di euro, impoverendo ulteriormente un territorio già martoriato da anni di incuria.
Crisi del personale: la grande fuga degli angeli custodi
E mentre noi ce la prendiamo con la politica, giustamente, non possiamo dimenticarci di chi si trova a gestire tutto questo marasma ogni giorno: medici, infermieri, operatori sanitari. Quei pochi rimasti, perché tanti, troppi, hanno detto basta. 11mila medici se ne sono andati dal 2019 al 2022, esausti da turni massacranti, paghe ridicole e prospettive di carriera inesistenti. E chi può dargli torto? Oggi in Italia un medico deve essere più un funambolo che un professionista: deve mantenere l’equilibrio tra mille pazienti, una struttura inadeguata e uno stipendio che non rende giustizia a ciò che fa.
Ma la vera tragedia è la mancanza di infermieri. Sono solo 6,5 ogni mille abitanti, contro una media OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) di 9,8. Pensateci un attimo: in Italia, dove la popolazione invecchia a ritmo record, siamo tra i paesi con meno infermieri. E non c’è da stupirsi, visto che le iscrizioni ai corsi di Scienze Infermieristiche sono in costante calo. Non ci sono incentivi, non ci sono prospettive. E così, mentre gli infermieri fuggono, i laureati in scienze infermieristiche si contano col contagocce: 16,4 per 100mila abitanti, contro una media OCSE di 44,9.
Il futuro? Un incubo chiamato autonomia differenziata
E come se tutto questo non bastasse, sulla nostra sanità pende una nuova spada di Damocle: l’autonomia differenziata. In un paese dove le disuguaglianze sono già un problema enorme, la proposta di dare più poteri alle regioni rischia di dare il colpo di grazia alla sanità pubblica. Come fa notare il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, questa autonomia differenziata significherà una sola cosa: legittimare, su base normativa, le disuguaglianze regionali. Tradotto: chi è del nord si potrà curare, chi è del sud si arrangerà. E così, la nostra sanità pubblica, nata con principi di universalismo, equità e uguaglianza, rischia di trasformarsi in una gara di sopravvivenza dove chi ha i soldi vince e chi non li ha perde.
Il punto di non ritorno
Siamo vicini al punto di non ritorno. La tenuta del SSN è appesa a un filo sottilissimo, e se i governi non faranno qualcosa subito, rischiamo di vedere sgretolarsi sotto i nostri occhi uno dei pilastri del nostro stato sociale. Quello che ci ha garantito, per decenni, cure gratuite o quasi, senza guardare al portafoglio, ma solo alla necessità. Oggi, invece, sembra che la salute sia diventata un lusso per pochi. E mentre i politici si azzuffano su questioni ideologiche e bilanci, i cittadini si trovano sempre più spesso a fare una scelta crudele: curarsi o mangiare.
L’ora delle scelte
O rilanciamo il Servizio Sanitario Nazionale con fondi pubblici e riforme strutturali, o ci rassegniamo alla sua privatizzazione definitiva. Non ci sono più vie di mezzo. È ora di stipulare un patto politico e sociale che coinvolga tutti, al di là delle ideologie e delle appartenenze. Perché quello che stiamo perdendo è il nostro futuro. E se non agiamo ora, non ci sarà nulla da garantire alle generazioni che verranno.
Allora, cosa faremo?

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