C’è aria di tempesta nei Carpazi. Non parliamo di un’innocua bufera di neve, ma di un uragano politico che ha stravolto i pronostici e messo in fibrillazione mezza Europa. Al primo turno delle elezioni presidenziali rumene, Calin Georgescu, candidato filorusso e nemico giurato delle istituzioni occidentali, ha preso il comando con un sorprendente 22,5%. In un Paese che è membro NATO, che confina con l’Ucraina e che fino a ieri si vantava di essere un bastione contro le derive nazionaliste dell’Europa dell’Est, il successo di Georgescu è stato accolto come un fulmine a ciel sereno.
“Il popolo romeno ha gridato per la pace. E ha gridato molto forte, fortissimo,” ha dichiarato ieri con enfasi il candidato subito dopo la chiusura dei seggi. Un messaggio che, a sentir lui, suona come una rivolta contro Bruxelles, Washington e – perché no – anche contro l’idea che la Romania debba sempre giocare il ruolo del soldatino obbediente in un gioco che non ha scritto lei.
Chi è Calin Georgescu e perché fa paura
Georgescu non è uno sconosciuto, almeno per chi mastica di politica rumena. Classe 1962, sorriso sicuro e battute al vetriolo, si è fatto un nome come critico delle élite occidentali, quelle che, a suo dire, stanno svendendo il Paese agli interessi di Washington e Bruxelles. Un linguaggio semplice e diretto, condito con sapienti dosi di retorica nazionalista e con l’immancabile TikTok, il suo megafono preferito per raggiungere una generazione di giovani disillusi e stanchi della solita minestra politica.
Georgescu non si limita alle parole: chiede lo stop agli aiuti all’Ucraina, promette di rivedere l’adesione alla NATO e sogna una Romania più vicina a Mosca. Per i suoi sostenitori è un patriota, per i detrattori un pericoloso avventuriero che gioca con il fuoco geopolitico.
Eppure, il suo exploit al primo turno ha sorpreso tutti. Come è possibile che in un Paese che confina per 650 chilometri con l’Ucraina e ospita più di 5mila soldati NATO, un candidato con idee tanto controcorrente sia riuscito a ottenere il primo posto?
La Romania di oggi: un cocktail di rabbia e incertezze
La risposta non è difficile da trovare. La Romania del 2024 è una nazione in bilico. Da una parte c’è il sogno europeo, quello che negli anni Duemila ha spinto milioni di rumeni a credere in un futuro fatto di progresso, libertà e benessere. Dall’altra c’è la realtà di oggi: inflazione galoppante, disuguaglianze crescenti e una guerra alle porte che sembra non finire mai.
La Romania, dicono i numeri, è cambiata. Il costo della vita è salito alle stelle, mentre i salari restano bassi. I giovani, sempre più disillusi, guardano a Georgescu non tanto come un politico, ma come un simbolo di rottura. A questo si aggiunge una popolazione rurale che si sente esclusa dal “miracolo europeo” e che vede in Georgescu l’unico leader capace di parlare il loro linguaggio.
E poi c’è TikTok. Il social network non è solo un passatempo per adolescenti: è diventato la piattaforma perfetta per messaggi semplici, emozionali e spesso virali. Georgescu l’ha capito prima di tutti e lo usa per parlare di “pace”, per attaccare le élite e per evocare un futuro dove la Romania non sarà più “la serva dell’Occidente”.
Un terremoto geopolitico?
La vittoria al primo turno di Georgescu non è solo una questione interna. A Bruxelles e Washington, la sua avanzata è vista come una minaccia diretta. Perché se davvero Georgescu dovesse vincere il ballottaggio dell’8 dicembre, il quadro geopolitico dell’Europa orientale cambierebbe radicalmente.
La Romania non è solo un confine tra NATO e Russia: è una base strategica per il grano ucraino, una piattaforma per le operazioni militari e un simbolo di resistenza contro l’espansionismo russo. Un eventuale governo filorusso a Bucarest rischierebbe di complicare ulteriormente un quadro già esplosivo.
Non è un caso che il premier Marcel Ciolacu, arrivato secondo con il 19,55%, stia già cercando di compattare le forze europeiste e democratiche attorno alla sua candidatura. Ma la strada è in salita. Georgescu ha dalla sua una base di sostenitori entusiasti e una narrativa che, piaccia o meno, ha fatto breccia in un Paese stanco di status quo e compromessi.
Ironia della sorte: il “popolo” contro le élite
Ciò che rende la storia di Georgescu ancora più intrigante è l’ironia della situazione. In un Paese dove il partito socialdemocratico di Ciolacu ha dominato per oltre tre decenni, la retorica del “popolo contro le élite” sta trovando terreno fertile. Ma chi è il popolo? E chi sono le élite?
Georgescu si presenta come il paladino degli oppressi, ma non dimentichiamoci che dietro di lui ci sono forze potenti, inclusi alcuni settori economici e mediatici che non disdegnano un riavvicinamento con Mosca. E allora viene da chiedersi: chi sta davvero tirando le fila di questa “rivoluzione”?
E ora, cosa succede?
L’8 dicembre è dietro l’angolo e la Romania si prepara a un ballottaggio che promette di essere storico. Le scelte sono due: continuare sulla strada europea con Ciolacu o virare verso l’ignoto con Georgescu.
Il primo, rappresentante di una politica forse stanca ma prevedibile, punta tutto sul richiamo alla stabilità e alla sicurezza. Il secondo, con il suo linguaggio diretto e la sua visione alternativa, offre un sogno nuovo, ma anche rischioso.
Qualunque sia il risultato, una cosa è certa: la Romania non sarà più la stessa. Georgescu ha già vinto, almeno sul piano politico e mediatico. Ha costretto il Paese a fare i conti con i propri fantasmi, con le proprie paure e con i propri sogni.
E mentre l’Europa guarda con apprensione e Washington consulta le mappe strategiche, nei villaggi e nelle città della Romania il dibattito continua. La pace di Georgescu è davvero una pace possibile? O è solo un’illusione venduta a caro prezzo?
Per ora, l’unica certezza è che l’8 dicembre si deciderà molto più di una presidenza. Si deciderà il futuro di un Paese e, forse, di un’intera regione. A noi non resta che aspettare, e magari prepararci a qualche altra sorpresa. Perché, diciamocelo, con Georgescu le sorprese sono ormai di casa.

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