Eccolo lì, Maurizio Landini, con il megafono in una mano e la bandiera rossa nell’altra, che arringa la folla come un predicatore delle cause perse. Ma non un predicatore qualunque: lui è l’apostolo dei massimi sistemi, il cantore di un mondo ideale dove tutto è perfetto. Non una piega fuori posto, non un graffio sulla carrozzeria. Zero evasione fiscale, zero precarietà, zero morti sul lavoro, zero sfruttamento. Una lista della spesa che sembra scritta da un bambino che chiede un pony a Babbo Natale. Eppure, Landini ci crede davvero, o almeno finge di crederci con una convinzione così granitica che quasi ci sentiamo in colpa per il nostro sano scetticismo.
Lo sciopero della fuffa
L’ultima perla del nostro paladino delle battaglie sindacali inutili è lo sciopero generale contro la manovra del governo. Una protesta che, per citare Benedetto Della Vedova (che certo non è il mio idolo), “ha almeno il merito di non fare danni”. Insomma, un gesto teatrale, una sceneggiata napoletana – senza la bellezza della tarantella. E così, mentre l’Italia sprofonda tra debiti, inflazione e una burocrazia che pare un labirinto di Kafka, Landini organizza una mobilitazione degna di una recita scolastica.
A Torino (nella foto), per esempio, non poteva mancare il pittoresco contributo degli studenti barricadieri del Campus Einaudi, quelli che bloccano l’università perché, evidentemente, studiare è troppo borghese. La loro grande impresa? Impedire a professori e colleghi di entrare. In nome della democrazia, ovviamente! La scena, manco a dirlo, si è conclusa con gli studenti che si univano al corteo come se fossero eroi di un film anni Settanta. Manca solo il sottofondo musicale di “Bandiera Rossa”.
La retorica del guanto rivoltato
Ma torniamo al nostro Landini. Durante il suo sermone, l’ha sparata grossa: vuole “rivoltare l’Italia come un guanto”. Ah, certo! Perché l’Italia è proprio lì, che aspetta lui per essere messa sottosopra come una pizza a mezz’aria. Il problema, caro Landini, è che a furia di agitare quel guanto, ti stai dimenticando che dentro ci sono 60 milioni di italiani che non ne possono più di questa pantomima. Vuoi un Paese dove non esiste evasione fiscale? Bello, anche io voglio la pace nel mondo e un abbonamento gratis a Sky, ma non per questo vado in piazza a urlarlo.
Massimalismo da bar
E non è solo questione di obiettivi irrealizzabili. È proprio il metodo che lascia basiti. Alzare l’asticella a livelli stratosferici non è una strategia, è una provocazione. Landini non cerca soluzioni, cerca consensi. Non vuole governare, vuole dominare. E nel farlo, trascina con sé una sinistra che ormai è più massimalista di lui. Altro che dialogo costruttivo: qui si punta solo al muro contro muro, tanto poi i cocci sono degli italiani.
Il danno collaterale
Il vero problema è che mentre Landini gioca a fare il rivoluzionario, l’Italia resta ferma. Riforme necessarie? Scordatevele. Un sistema fiscale più equo? Magari tra un decennio, quando il circo mediatico-sindacale si sarà finalmente stancato di bloccare tutto. La verità è che, dietro al fumo delle sue parole (come, del resto, quelle della sinistra), si nasconde un vuoto spaventoso: Landini non ha un piano, non ha una visione, non ha niente. Solo slogan e una buona dose di rabbia populista.
Meno parole, più realtà
Maurizio Landini è il perfetto esempio di una politica che ha perso il contatto con la realtà. Vuole tutto e subito, senza chiedersi come. E intanto il Paese arranca, mentre lui continua a sventolare il suo guanto magico. Ma un consiglio, caro Landini: invece di rivoltare il Paese come un guanto, prova a calzarlo. Magari scoprirai che per governare servono mani ferme, non pugni chiusi.

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