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Kefiah sul presepe? No, grazie!

Non c’è pace neanche davanti al presepe. Quella che dovrebbe essere la rappresentazione per eccellenza della nascita di Gesù, simbolo universale di pace e amore, è stata trasformata in un campo di battaglia ideologico. La vicenda del presepe in Aula Paolo VI, donato dall’inesistente Palestina e inaugurato da Papa Francesco, ha visto il Bambinello adornato con una kefiah, il tradizionale copricapo palestinese. Una scelta che ha fatto discutere e sollevato polemiche roventi, tanto da costringere il Vaticano a rimuoverla.

Ma è davvero accettabile che un simbolo religioso venga strumentalizzato in questo modo? E perché si è sentito il bisogno di politicizzare un momento che dovrebbe unire, non dividere? Non ci si può non indignare. Ecco perché.

Kefiah sul presepe? No, grazie!

Il presepe rappresenta la Natività, un momento che parla a tutti, senza distinzione di razza, lingua o credo. Ma aggiungere una kefiah alla mangiatoia del Bambinello significa sovrapporre alla semplicità del messaggio cristiano un significato politico che nulla ha a che fare con la fede.

La kefiah non è solo un accessorio tradizionale palestinese: negli anni è diventata simbolo di lotta, resistenza e, spesso, di divisione, addirittura di violenza. Inserirla in un contesto sacro come quello del presepe è un gesto che va oltre l’arte, è un atto deliberato che porta con sé un messaggio. Un messaggio che non unisce, ma divide, e profondamente. Ed è qui che sta il problema.

Il Natale non è il momento per lanciare rivendicazioni geopolitiche. È il momento per riflettere, per cercare la pace e il dialogo. Qualsiasi gesto che rischi di alimentare tensioni va evitato.

La tradizione sotto attacco

La nostra tradizione, il nostro presepe, è qualcosa di sacro. È una rappresentazione che, da secoli, racconta la nascita di Gesù con semplicità e autenticità. Non ha bisogno di “aggiustamenti” moderni, tantomeno di essere trasformato in un manifesto ideologico.

Aggiungere una kefiah al Bambinello significa mancare di rispetto non solo alla tradizione cristiana, ma anche al significato stesso del Natale. È un attacco a quella che dovrebbe essere una rappresentazione universale e apolitica della fede. La tradizione non è un campo su cui sperimentare o su cui veicolare messaggi divisivi.

La rimozione: una scelta inevitabile

La rimozione della kefiah da parte del Vaticano è stata una scelta giusta e necessaria. Non si tratta di censura, ma di rispetto. Rispetto per un simbolo sacro che non può e non deve essere strumentalizzato.

La precisazione della Sala Stampa vaticana, che ha attribuito la kefiah a un’aggiunta “dell’ultimo momento” da parte dell’artista, solleva però alcune domande. Chi ha autorizzato un gesto così controverso? Perché nessuno si è accorto prima di quanto fosse inopportuno?

Non si può pensare che una scelta così carica di significato sia stata fatta “per caso”. E non basta rimuoverla per cancellare l’”errore”.

Il presepe non è un palco per rivendicazioni

Dall’altra parte, c’è chi difende l’idea dell’artista, come il curatore dell’installazione, Taisir Hasbun, che ha dichiarato che il presepe è stato un’occasione per i cittadini di Betlemme di “far sentire la propria voce”. Ma davvero era necessario farlo in questo modo?

Se si vuole promuovere la consapevolezza sulla situazione dei palestinesi, ci sono altre sedi, altri momenti. Il presepe non è un palco per rivendicazioni geopolitiche. È uno spazio sacro, un momento di raccoglimento e di preghiera.

Contribuire a gettare benzina sul fuoco delle polemiche internazionali non aiuta nessuno. Non aiuta il dialogo tra le religioni, non aiuta a costruire ponti. Anzi, rischia di aumentare le distanze.

Le reazioni: il mondo ebraico contro la kefiah

Non sorprende che la kefiah sul presepe abbia sollevato critiche non solo nel mondo cattolico, ma anche in quello ebraico. Alcuni funzionari israeliani hanno accusato la Santa Sede di negare le origini ebraiche di Gesù. E il rabbino capo di Genova, Giuseppe Momigliano, ha sottolineato come questa scelta artistica non aiuti il dialogo interreligioso.

È difficile dar loro torto. Gesù era ebreo, e la sua storia appartiene a un contesto ben definito. Inserire elementi che possono essere interpretati come una presa di posizione politica significa ignorare la complessità storica e religiosa di quel periodo.

Il pericolo della politicizzazione della fede

Questa vicenda è solo l’ultimo esempio di un fenomeno sempre più diffuso: la politicizzazione della fede. La religione, che dovrebbe essere un luogo di incontro e di dialogo, viene sempre più spesso utilizzata come strumento per veicolare messaggi politici. E questo è un errore gravissimo.

Il presepe, la croce, la Bibbia: sono simboli che appartengono a tutti i cristiani. Strumentalizzarli significa tradire il loro significato più profondo. Non possiamo permettere che la nostra fede venga ridotta a un semplice strumento di propaganda.

Un Natale senza divisioni

A pochi giorni dal Natale, questa vicenda dovrebbe farci riflettere su cosa significa davvero questa festa. Il Natale non è un momento per dividere, ma per unire. Non è un’occasione per fare politica, ma per cercare la pace.

Il presepe non ha bisogno di kefiah o di altri simboli divisivi. Ha bisogno di restare quello che è sempre stato: una rappresentazione della Natività, semplice e autentica. Solo così possiamo ritrovare il vero significato del Natale.

In conclusione, lasciamo il presepe fuori dalle polemiche. Torniamo a concentrarci su ciò che conta davvero: il messaggio di pace, amore e speranza che questa rappresentazione porta con sé. Perché il Natale è di tutti, non di chi vuole strumentalizzarlo. E un presepe con la kefiah? No, grazie.

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Pubblicato inReligione

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