Siamo onesti: Donald Trump e Vladimir Putin sono gli uomini più cattivi del mondo. Così ci dicono, almeno. L’uno, il tycoon capelluto e sbruffone, il re dei tweet velenosi, il miliardario che si mangia i bambini a colazione tra un golf e una condanna giudiziaria. L’altro, lo zar di tutte le Russie, il tiranno senza cuore, il malvagio con lo sguardo glaciale e le mani sporche di gas e sangue. Eppure, nella narrazione dei nostri eroi occidentali, c’è qualcosa che non torna. Perché proprio loro due, i cattivoni per antonomasia, sembrano essere gli unici a tentare una via diplomatica per fermare la carneficina in Ucraina. Mentre il nostro santissimo Volodymyr Zelensky continua a pestare i piedi, a battere cassa e a pretendere sempre di più, con una veemenza che ormai sfiora il ridicolo.
Trump, il pacifista a sorpresa
Ebbene sì, Donald Trump, il tizio che secondo i media doveva scatenare la terza guerra mondiale con un tweet sgrammaticato, oggi parla di pace. E non solo ne parla: dice di poterla ottenere “in 24 ore”. Esagerato? Certo, è Trump. Ma il punto è un altro: lui la guerra non la vuole. Lo ha dimostrato da presidente, evitando ogni conflitto su larga scala e trattando con i cattivi (Iran, Corea del Nord, Russia) invece di bombardarli a tappeto. Ma come, direte voi, non era lui quello che voleva i carri armati per le strade di Washington? Eppure, chi è che ha evitato di far esplodere nuovi conflitti quando era al potere? E chi è che, invece, oggi li alimenta? Forse chi a parole dice di essere il difensore della democrazia e dei diritti umani?
Putin, il satana ragionevole
E poi c’è Vladimir Putin, l’incubo ricorrente di ogni editorialista benpensante. Il dittatore senza scrupoli, il boia di Kiev, il flagello della libertà. Ma guarda un po’: anche lui parla di negoziati. Anche lui dice che questa guerra deve finire. Certo, l’ha iniziata lui, direte voi. Ed è vero. Ma la domanda è: chi l’ha resa impossibile da chiudere? Chi ha alimentato il conflitto con miliardi di dollari, armi sempre più letali e discorsi sempre più incendiari? Chi continua a rilanciare, come se fosse seduto a un tavolo da poker con le fiches degli altri?
La telefonata della discordia
E arriviamo alla telefonata dell’altro ieri. Due ore di conversazione tra Trump e Putin, due ore in cui si è cercato di mettere una pezza a una guerra che va avanti da troppo tempo. Trump propone un cessate il fuoco totale di 30 giorni. Putin? Rifiuta. Ma, attenzione, accetta di sospendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine. Un contentino? Forse. Ma è pur sempre un passo avanti. E poi, ciliegina sulla torta, si accordano per uno scambio di prigionieri: 23 soldati ucraini gravemente feriti torneranno a casa. Un gesto di buona volontà, dicono. Ma sarà davvero così?
Zelensky e la guerra come business
E qui entriamo nel cuore della questione. Perché mentre Trump e Putin, i due diavoli della geopolitica, parlano di trattative, c’è un uomo che invece continua a chiedere più armi, più soldi, più missili, più tutto. Il paladino della libertà, l’eroe con la maglietta verde militare sempre addosso, il David contro Golia. Sì, lui: Volodymyr Zelensky, il comico diventato presidente, il presidente diventato padrone della guerra. Perché ormai è chiaro: questa guerra per lui non è solo una questione di sopravvivenza, ma un affare, un business miliardario che tiene in piedi il suo governo e lo fa applaudire nei parlamenti di mezzo mondo.
Da quando è iniziato il conflitto, Zelensky ha ricevuto più fondi di quanti ne servissero per ricostruire l’Ucraina tre volte. Eppure il suo paese è ancora un cumulo di macerie, la sua economia è al collasso e il suo popolo è costretto a combattere fino all’ultimo uomo. Strano, vero? Strano che nessuno si chieda dove finiscano tutti questi soldi, se davvero vadano alla resistenza ucraina o se invece riempiano le tasche di qualche oligarca con l’attico a Londra.
La farsa del “Non trattiamo con Putin”
Intanto, mentre Zelensky continua a fare il duro e puro, il suo esercito si sfalda, l’Occidente inizia a stancarsi e persino alcuni generali americani dicono che forse, dico forse, sarebbe il caso di iniziare a pensare a un compromesso. Ma lui niente, imperterrito. Non si tratta con Putin, dice. Meglio mandare altri uomini al macello, meglio continuare la guerra all’infinito, meglio restare aggrappati al sogno di una vittoria totale che non arriverà mai. E nel frattempo, chi osa parlare di pace viene bollato come un servo del Cremlino. Trump? “Un agente russo”. Putin? “Un bugiardo”. Macron, che ogni tanto accenna a trattative? “Un debole”. E così si continua a morire, mentre il nostro Zelensky fa il tour dei teatri internazionali per raccogliere applausi e milioni.
Il grande paradosso
Ecco il paradosso della nostra epoca: i due uomini più odiati dai media occidentali sono gli unici a parlare di una fine del conflitto. E l’uomo più osannato, il martire dell’Ucraina, è quello che più di tutti fa di tutto per tenerlo vivo. E guai a chi osa dire il contrario. Ma attenzione: prima o poi, la realtà presenta il conto. E quando la guerra sarà diventata insostenibile anche per i suoi sponsor più fedeli, quando l’Europa sarà in ginocchio per colpa delle sue stesse sanzioni, quando l’America si accorgerà che l’Ucraina è un buco nero senza fondo, allora forse si tornerà a parlare di pace sul serio. E a quel punto, magari, ci renderemo conto che i cattivi non erano poi così cattivi. O che i buoni non erano poi così buoni.

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